Caro Gigi (pt. 3)

Le cose con lei sotterrate
poesie non finite
speriamo che in aprile diventino
delle margherite.”
Vivian Lamarque, Post Scriptum *

Buon Gigi,

non so se ti ricordi di una foto che mi hai scattato un giorno di tanto tempo fa, mentre stavo uscendo di casa, in via San Martino. C’era uno scalino da fare, per entrare e quindi pure per uscire, non tutti se lo ricordavano. Io spesso non me lo ricordavo. C’è questa foto, dicevo, un poco sfocata perché io ero in movimento, e il movimento era in caduta: stavo ancora sul gradino quando il portone si è richiuso dietro di me toccandomi, una specie di pacca sulle spalle un po’ troppo energica che mi ha spinto in avanti, allora ho perso l’equilibrio e tu, che stavi in strada lì davanti a me, hai scattato la foto proprio in quell’istante. Il ritratto lo chiamammo “Portone con Lisa che casca”: ci sto io che casco come una pera matura davanti al portone di casa, la nostra piccola casa in via San Martino, una mansarda con le travi di legno a vista e il soffitto in discesa dove abbiamo sbattuto la testa tante volte.
Il portone oggi c’è ancora, Gigi, ma è un po’ malandato. Io, dopo aver trovato un varco per entrare nella via, stavo lì davanti a guardarlo e pensavo “Lisa con portone che casca”.
Ho alzato lo sguardo verso il tetto, dove abitavamo noi. A parte i mattoni rotti e le assi di metallo e di legno che coprivano quasi tutto l’edificio, finestre comprese, non si vedeva più niente.

Qua ci abbiamo abitato per un anno, l’ultimo dell’università. “Che botta di culo” dicevamo, perché la casa stava a duecento metri dalla Facoltà, ma era una botta di culo più per me, che al mattino mi potevo svegliare venti minuti prima di andare a lezione (tu stavi sveglio dall’alba, avevi già fatto un quarto di giornata. Pensa: adesso mi sveglio all’alba pure io, l’avresti mai detto allora, quando all’alba mi ci svegliavo solo la mattina di un esame, per l’agitazione?).
E che c’era, che c’era in casa? Un minuscolo armadio di legno. Una piccola libreria. La locandina di quel film che ci piaceva, “Berlinguer ti voglio bene”, attaccata con le puntine a una parete, l’unica poco più alta di noi. Un orologio rosso fatto a mano da mia madre. Il tuo vocabolario Rocci, greco-italiano. Le tue edizioni critiche dei lirici greci, non so più quali. Le mie storie della lingua italiana. Un piccolissimo Doraemon di plastica colorata: ce lo mettevamo sul tavolo davanti ai libri aperti come una statua divina, dicevi che ti aiutava a studiare meglio, che Doraemon era stato uno dei tuoi cartoni animati preferiti. Un giorno me lo lasciasti in custodia e da allora è rimasto con me: ce l’ho ancora. Me lo sono messa davanti ai libri aperti anche dopo l’università, durante la scuola di specializzazione; quando studiavo insieme a qualche collega, lo cacciavo dalla tasca e lo mettevo sul tavolo senza dire niente, qualcuno di loro mi chiedeva il senso, io dicevo “Una vecchia abitudine di quand’ero all’università” e finiva lì. C’era pure un’altra abitudine di quand’ero all’università, una specie di rito scaramantico tutto mio che poi era diventato anche tuo: la sera prima di un esame io dovevo mangiare patate al forno. Te lo ricordi? Per anni ed esami ho mangiato regolarmente patate al forno, e le ho fatte mangiare pure a te. Se in una sessione avevamo da fare due esami ciascuno, in quattro giorni consecutivi, per quattro sere noi mangiavamo patate, ed era importante che fossero al forno, non fritte o lesse. Quando mio padre mi telefonava alla sera mi chiedeva “Che hai mangiato a cena?” e io “Patate al forno” e lui “Allora domani tieni un esame. O lo tiene Gigi?”. Pure la sera prima dell’esame finale della scuola di specializzazione ho mangiato patate al forno, anche se ormai quel rito non aveva più tanto senso.
Adesso non le mangio tanto spesso. Però è solo perché non ho più esami da fare, penso. Doraemon, invece, qualche volta lo tiro fuori lo stesso.

Tra la pena che provavo a guardare e la preoccupazione di essere entrata in una zona rossa passando sopra a una transenna trovata sfondata, sono andata via dopo pochi minuti: Gigi, che ci stavo a fare lì, davanti a quel portone?
Ma sono felice, in qualche modo, di aver trovato il coraggio di tornarci. Mi è sembrato, soltanto in quel momento e mai prima, di essere guarita da una malattia alla quale non avevo saputo dare un nome (“depressione” la chiamò la dottoressa che mi seguì per un anno, a quei tempi. Io non ero d’accordo, però, d’altra parte, una proposta mia non ce l’avevo, perciò di che mi potevo lamentare?). Però non ne sono sicura.

Mio fratello stava qua, in questa città, la notte in cui è crollata.
Aveva cominciato l’università da pochi mesi, ingegneria informatica. La Facoltà di Ingegneria non sta nel centro storico come quella di Lettere, e lui pure stava fuori, abitava in un palazzo al Torrione. Il Torrione non è crollato. Meno male, meno male, meno male che stavi al Torrione, gli dice mia madre da quattro anni torcendosi le mani. Certo però lui quella notte, che era una notte in cui aveva ventun’anni, morì di paura. Se ne scappò in mezzo alla strada, ci restò in pigiama e ciabatte fino al mattino. Telefonò ai miei in piena notte, mia madre accese la tv e si dovette sedere, mio padre voleva partire, ma non si poteva andare, non si capiva bene se si poteva entrare, fino a dove. Mio fratello arrivò a casa al mattino, su un autobus e con gli occhi pesti. Di quella notte non volle parlare molto (disse solo: “La porta si spostava, non ce la facevo ad aprirla per uscire”), però per tutte le notti dei tre mesi seguenti dormì poco e male, rimaneva vestito e saltava giù dal letto ogni volta che passavano i treni sulla ferrovia dietro casa dei miei. Io lo so perché qualche volta, quando tornavo al paesello, dormivo in camera con lui, per fargli compagnia. Là ci tornò solo una volta per prendere tutte le sue cose, poi si trasferì ad Ancona e ricominciò l’università da capo (in seguito ci fu qualche scossa pure ad Ancona e, anche se non successe nulla di altrettanto grave, lui disse: “Mi perseguita”. Però si forzò a restare e adesso l’università la sta per finire. Ne siamo tutti contenti).
Comunque lui là, fino a quella notte, non aveva avuto tempo di mettere insieme tanti affetti, tante memorie, ci aveva vissuto solo per sette mesi: io e te sei anni.
Sono tanti, sei anni. Sono tantissimi, quando sei giovane. Non è vero, Gigi?

Mi resta da raccontarti del Forte Spagnolo dove andavamo a pomiciare quando ci siamo conosciuti a vent’anni, e della libreria di Nicoletta e Beatrice in via Cimino. Ma te ne scrivo un’altra volta, a furia di ricordare mi è venuto il mal di testa. Si dovrebbe cercare di vivere ricordando il meno possibile, e mai troppo a lungo.

Buon tutto, sempre.
Lisa

 

* [Vivian Lamarque, Poesie dedicate. Post Scriptum, in Poesie 1972-2002, Mondadori 2002, p. 243]