Caro Gigi (pt. 2)

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.”
Amelia Rosselli *

Gigi caro,

ti ricordi quel bel concerto di Ennio Morricone sulla scalinata della Chiesa di San Bernardino? Era l’estate del 2001, o forse del 2002 – la memoria comincia a sbiadire, per prime se ne vanno le date, ultime saranno le facce, un giorno o l’altro anche la tua. Il concerto era gratuito, prima dell’inizio la gente stava già tutta accalcata sui gradini, molti s’erano portati un cuscino, e tu ti mettesti subito a discutere con una signora ingioiellata che sosteneva che il posto dove ci eravamo appena seduti, dietro di lei, era troppo stretto per tutti e due, le davamo fastidio coi piedi, che ci cercassimo un altro spazio, su qualche altro gradino. “Signora, ma lei questo posto qua quanto l’ha pagato?”, le dicesti con quel sarcasmo che ti faceva più acuta la voce, lei diventò paonazza di rabbia e tu gonfio di soddisfazione, andaste avanti a litigare di gusto fino all’inizio del concerto. Restammo seduti dove eravamo, col grosso culo della signora sopra i nostri piedi.

Gigi, la Chiesa di San Bernardino è puntellata di travi tenute insieme da giunture di metallo color oro. A vederle da lontano, potrebbero sembrare perfino degli ornamenti preziosi, e io davvero non capisco come mi possa venire in mente, in quel momento, la Sagrada Familia di Barcellona, non so se la facciata della Natività o quella della Passione, perché non me le ricordo. Che c’entra? Così mi dicevi anche tu, “Ma mo che c’entra?”, o ” Ma mo ti pare il momento?”, quando a me veniva in mente qualcosa che non sembrava pertinente. Così anche adesso, davanti alla facciata della Chiesa di San Bernardino sostenuta dalle travi.
Poco dopo, arrivo all’altezza di via San Giovanni da Capestrano. La via di casa tua, quella del terzo anno, dove abitavi insieme a Paolo, che era il fidanzato di Stefania, la mia coinquilina di via Chiarizia. Con voi viveva pure Stefano, l’unico non accoppiato che ci portavamo sempre in giro come una specie di figlio adottato dalla comunità (Stefano l’ho sentito quattro, cinque anni fa: mi disse che Paolo e Stefania stavano per sposarsi, io ho pensato: “Bravi, l’unica coppia dell’università ad aver resistito”). Non mi ricordo più com’era successo di prendere in affitto queste due case, poco distanti l’una dall’altra, noi ragazze là e voi ragazzi qua, e poi sempre tutti e cinque insieme, nell’una o nell’altra casa. Alla fine dell’anno litigammo tutti quanti, coppia con single, coppia con coppia.
Via San Giovanni da Capestrano l’hanno chiusa, la tua casa si intravede appena attraverso le transenne. Ne resta qualcosa, ma da dov’ero io non sono riuscita a vedere bene cosa.

Sono arrivata ai Quattro Cantoni. “Vediamoci ai Quattro Cantoni”, quello era il punto di ritrovo per chiunque. Ieri c’era solo una camionetta dell’esercito, dentro ci stavano due militari con la faccia annoiata. Da lì ho deciso di andare dritta, perché c’era un posto che volevo vedere soprattutto.
Per strada c’eravamo solo io e altre tre persone che scattavano foto. I nostri passi sui sampietrini risuonavano come dentro una grande stanza vuota – da bambina mi divertivano le stanze vuote, ci giocavo a far rimbombare la voce; a ripensarci in quel momento, mentre ascoltavo l’eco dei passi lungo la via, mi è sembrato un gioco sinistro. Di tanto in tanto, però, non si sentivano solo i passi: le pesanti assi di legno che sbarravano tutte le finestre dei palazzi scricchiolavano rumorosamente in una specie di tonfo secco, a turno. Allora non erano solo passi, era un ritmo di passi e tonfi secchi, pom tonc, pom tonc, pom pom, tonc tonc, pom tonc tonc. Ennio Morricone ci avrebbe messo degli archi?, mi sono chiesta mentre camminavo, e non mi sono neppure sentita in colpa per questo pensiero meschino, così fuori luogo.
Ho raggiunto la piazzetta, ho chiuso gli occhi. Le altre tre persone che camminavano davanti a me hanno proseguito, ho aspettato che si allontanassero, mi sono fermata e sono restata così finché non ho sentito un silenzio inumano. Allora ho aperto gli occhi.
Gigi, la nostra Facoltà stava là, sostenuta da una struttura che la teneva come in un abbraccio, e sembrava una Pietà scolpita male. La piazza era deserta, ci stava solo la luce bianca del mattino. Mi sono avvicinata lentamente alla facciata di Palazzo Camponeschi. Una trave copriva parte dell’insegna a destra dell’ingresso,
Università degli Studi de
Facoltà di Lettere e F

Sul portone chiuso c’era appeso un cartello, “Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori”.
Io non lo so perché, a vedere quell’insegna leggibile a metà, Facoltà di Lettere e F, e quel cartello con la parola “lavori”, m’è venuto da sorridere, però sulla bocca il sorriso me lo sentivo amaro, come una smorfia per un sapore cattivo. Comunque, mi sono sentita sollevata all’idea di non poter entrare dentro.
Via Camponeschi, giù, era sbarrata. Allora sono tornata indietro, dall’altro lato della piazza.

Gigi, te lo ricordi il bar Tropical? È uno dei pochi di tutto il centro storico senza il cartello con l’avviso “Ci siamo trasferiti in via…, presso …”. Il Tropical pare che non si sia nemmeno trasferito, non c’è più. Se c’è, si è dimenticato di dire dove.
Anche da quella parte la strada era chiusa da transenne. Sono tornata di nuovo indietro, mi sono trovata davanti all’unico angolo dalla piazza che mi restava da vedere, quello sul lato della libreria Colacchi, che non c’è più e non si è trasferita nemmeno lei. Mi sono avvicinata piano, e questa volta ho avuto bisogno di trattenere anche il respiro, perciò non si sentiva davvero più niente. L’insegna non si vedeva bene, e l’ingresso della via era sbarrato.

Sono rimasta a guardare da lontano il profilo della nostra casa in via San Martino, l’ultima in cui abbiamo abitato insieme, io e te soli, prima di lasciare entrambi la città.
Avevo la testa vuota, Gigi, non ti so dire cosa ho pensato, e poi comunque che importanza hanno più i pensieri?
In cima alla salita di via San Martino si intravedeva il dedalo di viuzze della parte più antica della città. Sembravano accessibili. Allora sono tornata indietro un’altra volta, ho rifatto tutta la strada in un labirinto di vie aperte e zone rosse che non mi ricordo più (ho pensato una cosa, però, ed era: “Qui non c’è più nessuno, nemmeno i randagi”), finché ho trovato un’apertura inattesa, una transenna era stata sfondata e ci sono passata sopra. C’ero solo io in mezzo a cumuli di pietre e calcinacci, e poi, un attimo prima di rendermene conto, sono entrata in via San Martino.

Ma adesso sono più stanca dell’altra volta, Gigi, ho bisogno di riposarmi. Perdonami se anche in questa lettera ho scritto un poco male, come mi veniva:  scrivo in fretta, per paura di non fare in tempo a ricordare.
Continuo quando mi sento un po’ meglio, ma sarà presto, perché davvero mi devo sbrigare, le cose se ne vanno.
Buon tutto, sempre.

Lisa

 

* [Amelia Rosselli, C’è come un dolore nella stanza…, da Documento, in AA. VV., Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori 1990, p. 1003]

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