Caro Gigi (pt. 1)

E non serve angustiarsi. Tutti sono pronti all’oblio persino nelle condizioni più favorevoli, e in un posto come questo, quando in realtà tante cose scompaiono dal mondo fisico, puoi immaginare quante ne vengono continuamente dimenticate. Alla fine, il problema non è il fatto che la gente dimentica ma che non sempre tutti dimenticano la stessa cosa.”
Paul Auster, Il paese delle ultime cose*

 

Caro Gigi,

ieri ci sono tornata.
La mattina prima stavo in cucina a bere il mio caffè, come tutte le mattine. Ho guardato fuori dalla finestra e, all’improvviso, senza neppure la giustificazione di una grave urgenza, un desiderio è venuto a trovarmi: “Io domani ci torno”. Nel pomeriggio ho controllato gli orari dell’autobus da Roma Tiburtina, la sera sono andata a dormire presto e il mattino dopo, alle otto, ero in macchina, diretta alla stazione. Dopo pochi minuti ho guardato l’ora anche se la sapevo già, come fanno tutti quelli che al mattino tentano di raggiungere Roma, e solo in quel momento, osservando i caratteri luminosi color arancio dell’orologio digitale, ho finalmente abbinato il 6 aprile a una data significativa, che avevo visto scritta tante volte sui giornali. Ero rimasta ferma a questo proposito che mi aveva fatto visita, “Io domani ci torno”, e non avevo legato il domani a un giorno particolare. Mi sono sentita un poco sciocca, tu lo sai che con le ricorrenze e le commemorazioni non ci vado tanto d’accordo, ed eccomi lì a partecipare involontariamente a una. Mi sembrava di ritrovarmi in mezzo al corteo di un funerale (pure coi funerali, sai anche questo, non ci vado d’accordo, viene sempre tanta gente che il morto l’avrà visto sì e no una volta o due, quand’era vivo).
Pensando ai giornalisti, alle telecamere, alle macchine fotografiche, ai cattolici coi rosari in mano, al turismo voyeuristico che avrei incontrato, mi è venuta la tentazione di tornarmene a casa, ma mi dispiaceva, temevo che la mia volontà non sarebbe più ricomparsa con una simile chiarezza come in quel momento, dopo tanti anni passati a dire ogni volta “Non ancora, non me la sento”. Allora ho proseguito, alle nove ero sull’autobus in partenza. Però, nel frattempo, continuavo a pensare quelle cose banali che siamo in grado di pensare in certe situazioni, “Che incredibile coincidenza”, “Che fatto curioso”, “Che cosa strana”.

La città quand’eravamo studenti, te la ricordi? Da ottobre a marzo, e oltre, dicevamo tra i denti “Che freddo porco”. Io arrivavo alle lezioni con la fronte gelata e il mal di testa, tu con le dita irrigidite e la pelle delle mani spaccata. Intorno a noi, in lontananza, sopra i tetti delle case, il profilo delle montagne innevate. Poi veniva il caldo, un po’ più in ritardo che in altre città, e da maggio a settembre, ma soprattutto a luglio, l’ultima sessione d’esame prima di andare via e tornare in famiglia, dicevamo tra gli sbadigli “Che caldo porco”. Le pagine dei libri ci si appiccicavano alle mani sudate, i vimini della sedia si conficcavano nel sedere – stavamo in mutande, io dicevo “Ma perché mi sono lasciata questo esame qua per luglio?” e lo davo a fine settembre.
Quando sono arrivata erano le dieci e mezza di un’insperata giornata di sole. Il nastro trasportatore che collega il terminal degli autobus alla piazza del Duomo non c’è più, allora ho dovuto fare un giro più lungo, passando per via Strinella. Non riuscivo a ricordarmi il nome di questa via, mi veniva via Pianella. A piedi per la strada c’eravamo solo io e qualche gatto. Sono passata davanti alla tabaccheria dei genitori di Valentina, te la ricordi Valentina? La tabaccheria era chiusa. Da lì sono risalita per quella scalinata che mi faceva ansimare già allora, quando avevo vent’anni e fumavo la metà di adesso. Solo agli ultimi cinque gradini mi sono resa conto che stavo sbucando all’ingresso di via Chiarizia.
De Vecchis si chiamava il proprietario dell’appartamento che dividevo con Stefania e Maria in via Chiarizia. Eravamo al terzo anno, te lo ricordi? Un giorno in quella via ci aggredì un cane randagio. Non era nemmeno tanto grosso, però io mi sentii male lo stesso, tu dopo ti arrabbiasti perché mi ero fatta venire un attacco di panico per un segugio di media taglia.
Ho oltrepassato l’arco, che non mi ricordo più come si chiama, e sono entrata nella città, nel centro storico della città.

Non ero preparata a entrare nella città, Gigi.
Non ci tornavo da quando avevo finito l’università, allora il centro storico c’era ancora tutto e odorava sempre di pane appena sfornato. Tu sai e capisci perché non ci avevo più messo piede, me n’ero andata. Se non lo sai e non lo capisci, sei rimasto scemo com’eri. Pure quando andai a discutere la tesi di laurea, un anno dopo il mio ritorno da Wolverhampton, cercai di farlo il più in fretta possibile, come un affare fastidioso da sbrigare, una bolletta da pagare, un conto da chiudere.
Il 6 aprile 2009, poi, mi trovavo di passaggio a casa dei miei, al paesello. Lì, al mare, sentimmo solo una scossa leggera, appena più forte di quella che eravamo abituati a sentire di notte quando i treni passavano vicino a casa. Vidi le immagini in televisione, mi limitai a telefonare a qualche vecchio amico dell’università, i pochi che non erano stati studenti fuori sede come noi, che lì ci abitavano da sempre, insieme alle loro famiglie: le case non ce le avevano più, ma loro erano vivi. Non provai alcun desiderio di tornare, di vedere. Pensai “Adesso non ci sono più nemmeno le cose, per poter ricordare”.

Adesso sono un po’ stanca. Le cose te le racconto un’altra volta, nella prossima lettera.
Buon tutto, sempre.

Lisa

* [Paul Auster, Il paese delle ultime cose, traduzione di Monica Sperandini, Guanda 1996, p. 87]