La sala d’attesa

Post prima un po’ allegro e dopo un po’ triste
(“Dop’ lu ride se ne ve sempr’ lu piagne”, detto abruzzese)
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Abbiamo questa stanzetta, a casa. Saranno sì e no sedici metri quadrati.
Prima che venissi ad abitare qui dove abito adesso, in casa ci stava solo Le Sanglier. Cioè, ci stavano Le Sanglier e tutte le sue cose. Di tutte le sue cose, quelle di cui non sapeva che fare, quelle di cui aspettava di capire che fare e quelle che non gli servivano tutti i giorni, stavano dentro questa stanzetta. C’era anche una specie di branda che lasciava pensare, pur vagamente, a un letto per dormire, perciò la stanzetta si chiamava “cameretta”. Si chiamava così anche se non ci dormiva nessuno: Le Sanglier, infatti, dormiva nella camera da letto propriamente detta e adeguatamente utilizzata, su quello che verrebbe definito senza dubbio da chiunque un letto e, per la precisione, un letto a due piazze.
Nessuno, insomma, dormiva nella cameretta. Nella cerchia di amici di Le Sanglier si vociferava che la cameretta nascondesse i resti di sua nonna, da lui fatta sparire allo scopo di ereditarne l’appartamento. In effetti, a giudicare dallo stato dell’ambiente, si sarebbe detto che il campo era aperto ad ogni ipotesi.
Quando sono venuta qui, ad abitare con Le Sanglier, Le Sanglier ha detto: “Sgomberiamo la cameretta” e io ho pensato che volesse darmela in affitto e che forse non avevo ben capito questa faccenda della nostra convivenza, ma subito dopo ha detto: “Ci facciamo uno studio”. Così ha portato via la specie di branda e qualche altro oggetto che non sono riuscita a identificare, io ci ho portato la mia scrivania e un pezzo della mia libreria – gli altri pezzi li abbiamo messi nel soggiorno, lui ha liberato la sua scrivania di tutto quello che prima ci stava sopra e ci ha messo quello che secondo lui sta sopra la scrivania di uno studio, quindi ci ha rimesso tutto quello che prima ci stava sopra, ma in posizioni diverse. Infine ha detto tutto contento: “Ecco, abbiamo pure uno studio!”.
Ora, io le idee su cosa si fa in uno studio le ho sempre meno chiare, però sono contenta di avere uno studio. Adesso che la stanza non è più una cameretta ma uno studio, alle volte io e Le Sanglier ci sbagliamo a chiamarla. Per esempio, lui dice: “Sta piovendo. Mi aiuti a spostare lo stendino dal balcone alla cameretta?”, oppure, se lo stendino sta già nella stanza, “C’è mica spazio per mettere l’altro stendino nella cameretta, che devo fare un’altra lavatrice?”. Io dico: “Dove sta la mia valigia rossa?”, lui risponde: “L’ho messa nello studio, dietro la porta”, oppure: “Sta sopra l’armadio nello studio, fai attenzione a quando la tiri giù che ci stanno un sacco di altre cose”. Le altre cose sono: la valigia sua, due scatoloni miei, dei grossi fogli di cartoncino colorato arrotolati e avvolti nella plastica che uso in classe con gli studenti, le scatole vuote della stampante, dei nostri portatili, del frullatore, del tostapane e dell’apparecchio per l’aerosol – perché le scatole possono sempre servire.
Altre volte io dico: “I documenti te li ho messi nello studio”, lui dice: “Le scarpe da tango te le ho messe nella cameretta”. Qualche volta litighiamo pure, io dico: “Senti, qua è ora che ci decidiamo che minchia è ‘sta stanza”, lui dice: “Lo dobbiamo decidere proprio mò?”.

La stanza risente della nostra confusione sulla sua identità, pare che ci stia dentro una sofferenza.
A tutti gli effetti, ho pensato ieri, è una sala d’attesa (nelle sale d’attesa, in fondo, non si soffre un po’?). Per questo motivo, ma in un modo che non ho ancora capito con chiarezza, è la stanza più importante della casa: lì ci stanno tutte le cose che aspettano di trovare posto, e qualche volta ci vado pure io, a ragionare e aspettare di capire mentre fumo una sigaretta, e allora la stanza diventa anche un pensatoio. Sto lì, e mentre fumo in piedi al centro del pensatoio osservo i miei libri, quelli che per comodità chiamo “libri di lavoro”, diversi dai “libri miei”, che invece sono perlopiù romanzi, quasi tutti tascabili, e stanno nella libreria in soggiorno (da questa parte gli americani – John Fante, però, in uno spazio solo suo, da quest’altra parte gli italiani contemporanei, e così via). I libri di lavoro li ho messi lì, nello studio, nel periodo in cui stavamo trasformando la cameretta in uno studio. Sono manuali di italiano per stranieri – “Un giorno in Italia”, “Espresso”, “Percorso Italia”, “Campus Italia”, “Contatto”, “Domani”, “Chiaro!”, e altri nomi cretini così, grammatiche, raccoglitori pieni di dispense, e poi ci stanno anche altri libri che servono a me per imparare, per esempio “Sillabo di italiano per stranieri”, “Immigrazione. Dossier Statistico 2011”, “Insegnare italiano a stranieri”, “Italiano come lingua seconda”, “Vedere per capire e parlare”, “Quadro comune europeo di riferimento per le lingue”, e altri nomi cretini così. Tutta roba, tanta, acquistata negli anni, che se me la rivendessi ci camperei per qualche mese buono. Invece non me la rivendo, la tengo lì ad aspettare, nei periodi in cui non lavoro.
Poi c’è anche un quadretto, una cornice a giorno da tre euro dentro cui ho messo un piccolo poster preso qualche anno fa al Goethe Institut, quando avevo cominciato a studiare il tedesco perché avevo avuto tanti studenti tedeschi e volevo iniziarmi alla loro lingua, come pegno d’amore: c’è il disegno di un uomo e una donna che si baciano, sopra di loro c’è scritto: “Conoscere più lingue avvicina i popoli”, e sotto di loro: “E le persone”. Non l’ho appeso al muro perché l’unica parete disponibile della stanza si rifiuta di farsi trafiggere dai chiodi: tu dai una martellata decisa, studiata, e il chiodo incontra una resistenza dietro il muro, che non si capisce cos’è, tu rimani col martello in mano, a fissare il chiodo tutto storto e la parete ostile, e senti una specie di dolorosa impotenza, una qualche verità che appare definitiva e, per questo, insopportabile.

Ho pensato, finché non riesco ad appendere questo quadretto di poco conto, che per me è tanto importante, questa stanza sarà sempre una sala d’attesa, dove ci mettiamo le cose che non sappiamo dove mettere e le cose che aspettano di trovare posto, e dove io vengo a fumare una sigaretta e ragionare, e pure a sragionare, mentre aspetto di capire che fare di certe cose mie, dei libri di lavoro, e del quadretto, soprattutto del quadretto, e della sua importanza.

3 pensieri su “La sala d’attesa

  1. nastro biadesivo.

    nel mio bagno c’è una cornicetta a giorno con dentro una foto e sta appesacon il biadesivo da dieci anni e due mesi

  2. Cinas, mi piace il tuo commento, lo voglio leggere a modo mio.
    Il biadesivo un po’ meno, però il tuo è un buon suggerimento.
    Comunque adesso sono curiosa di sapere che foto ci sta nel bagno di casa tua, perché ce l’hai messa, come fai a ricordare esattamente da quanto tempo sta lì (informazione, questa, che potrebbe essere legata al perché sta lì) e, soprattutto, da quale prospettiva del bagno si vede meglio.

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