Va tutto bene (sto sulla riva dell’acqua e sogno)

Nella mia stima direi che era un tipo fantastico.
(John Fante, Sto sulla riva dell’acqua e sogno. Lettere a Mencken 1930-1952)*

Ho quindici anni, o sedici.
Esco di casa dopo una lite con mio padre. Me ne vado a zonzo per le stradicciole del paesello, forse è autunno, forse è inverno. Svolto all’altezza del Pomodoro. Così si dice da noi, “all’altezza del Pomodoro”, che è un ristorante e sta nella via che porta al mare (per me è sempre stata un’insegna, “Ristorante Il Pomodoro”, nella via che porta al mare).
Forse sono triste, forse sono arrabbiata. Percepisco, comunque, di stare ammusonita. Svolto ancora in una via (questa non esiste per davvero), intravedo adesso l’insegna di una pizzeria (nemmeno questa esiste per davvero). “E questa che l’hanno aperta, ieri notte?”, penso. Mi fermo davanti all’ingresso, mi sento stordita.
La pizzeria si chiama “Va tutto bene”. Sta scritto a caratteri rossi su uno sfondo bianco e luminoso, m’invita a entrare. Accanto all’entrata, dove di solito si appende il listino dei prezzi, penzolano due grosse fette di pizza margherita: una sottile, all’apparenza croccante; l’altra, piuttosto spessa, fa sentire in bocca la morbidezza di una focaccia. Sotto c’è un pezzo di cartone, ci hanno scritto a mano: “Scegli il tuo impasto”. Sono molto confusa. Entro nella pizzeria, un buco affollato di persone in attesa. Mi siedo svogliatamente, a questo punto mi sento costretta a ordinare una pizza e mi maledico per essere entrata, ché di mangiare una pizza non ce l’avevo proprio in mente, e non mi spiego perché uno alle volte, quando sta ammusonito, fa le cose così, per fare qualcosa.
Vorrei poter ricordare adesso quale impasto ho scelto allora, prima che lì in quel buco affollato di persone, mentre aspettavo la mia pizza, mio padre mi chiamasse al telefono per chiedermi: “Do’ stai?”.

Quando mi sveglio, lo chiamo. È presto, lui si preoccupa.
– Ma che è successo qualcosa?
– No, deve succedere per forza qualcosa se ti chiamo?
– Sì. Già mi chiami poco, se mi chiami alle sette e mezza di sabato mattina non mi devo preoccupare io?
– No, non ti devi preoccupare. Niente, ti volevo sentire un momento perché stanotte t’ho sognato.
– Ah. Ca m’ere murt’?
– Ma no!
– Guarda che se nel sogno m’ero morto, lo sai che significa? Ca m’azzecca a ccampà ancora nu sacc’ d’ann’!
– Non t’eri morto.
Gli racconto il sogno, con poche parole, meno di quelle che pensavo (avrei voluto dirgli, per esempio, che secondo me il sogno era il seguito di una giornata di tanti anni fa, quando avevo quindici o sedici anni e forse era autunno, forse era inverno, e lui mi diede uno schiaffo. Non me lo ricordo perché. Mi diede uno schiaffo e io allora feci una cosa per la quale oggi, quando mi capita di ripensarci, mi pare di dover finire i miei giorni in carcere: glielo restituii. Forte come me l’aveva dato lui, con la rincorsa della mano, la destra, dal basso verso l’alto. Nel trambusto si ruppe pure un piatto – stavamo pranzando – e mia madre non sapeva se raccogliere i cocci o venire prima a dividerci. Alla fine passò in ciabatte sui cocci e venne a dividerci. Non ne parlò mai).
– Ma almeno la pizza era buona?
– Non lo so se l’ho mangiata, mi sono svegliata prima.
– Vabbè. Nu raccontà a mammt’, ca sennò chell’ se va a jucà sùbbit’ li nummere.

Passo il sabato mattina a preparare insieme a Le Sanglier un pranzo per dieci ospiti, poi gli ospiti arrivano. Mangiamo, beviamo molto vino, diciamo cose che dopo non mi ricordo. Un amico ha portato la chitarra, cantiamo “La locomotiva” (“ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite, sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite, la stessa forza della dinamite, la stessa forza della dinamite”), io batto pure la mano sul tavolo, per tenere il tempo che se ne va. Passo il resto del fine settimana a combattere un’emicrania più feroce del solito, forse stavolta è colpa del vino.
Alle 18.50 di domenica ricevo un messaggio su What’s up:

Ciao finalmente ci sono anche io
Ho fatto tutto da solo e sono soddisfatto perche’ non e’ facile per un vecchietto fare queste cose
😀 😛

Mio padre si è appena comprato uno smartphone e io inizio a chattare con lui su What’s up. Mi scrive in una lingua che non è la nostra, un italiano derubato di ogni verità dialettale, pieno d’ossequio verso le concordanze verbali, che mi intenerisce, mi turba e un po’ mi fa incazzare.
Alla fine mi chiede: “Tu? Va tutto bene?”. Io gli dico di sì, ma non è vero.

* [La citazione iniziale è nella traduzione di Alessandra Osti, a cura di Michael Moreau, Fazi Editore 2001, p. 57]

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3 pensieri su “Va tutto bene (sto sulla riva dell’acqua e sogno)

  1. Perché ti turba, intenerisce e ti fa incazzare se scrive in una lingua che non è la vostra ?

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