Re: Buon compleanno, Tornasole

Caro Tiziano,

comincerò dalle cose più semplici, dunque dai rituali convenevoli, ringraziandoti per aver voluto sostenere le fatiche della processualità multipla: scrivere una lettera e guardare Sanremo richiedono, infatti, un indubbio sovraccarico sensoriale e, a mio avviso, rivelano anche una capacità notevole di negoziazione.
È una capacità, questa della negoziazione, che ammiro molto e che a me, come tu hai intuito, manca quasi del tutto (quasi, perché me la devo proprio far venire quando mi capita di trovarmi in un’aula con una ventina di studenti universitari europei e asiatici messi insieme a imparare l’italiano. Ma questa, lo so, è un’altra storia, e non vale).

La tua lettera mi ha messo in difficoltà quasi subito.
Se il compromesso è, come dici, qualcosa che difficilmente si riesce a scorgere nelle mie pagine dev’essere, credo, perché in queste pagine ho sempre confidato affinché mi sollevassero da quella pena che il compromesso chiede nella quotidianità estranea alla vita di un blog.
L’assenza, effettiva o presunta, totale o parziale, del compromesso in Tornasole, è un bene, un male? È un male, ti rispondo, solo nel caso in cui l’autrice di Tornasole cominci a sospettare che qualcosa delle proprie intenzioni – scrivere bene su un blog passibile d’essere letto da un numero di lettori variabile, cioè sperabilmente crescente – non stia funzionando, cioè nel caso in cui il risultato effettivo diverga dalle attese personali per ragioni che sembrano legate all’incapacità di trovare un compromesso. Perciò, decidendo di tenere questa chiave di lettura: se Tornasole vuole essere letto da quindici lettori e invece è letto da dieci perché non sa o non vuole trovare un compromesso con gli altri cinque, è senz’altro un male. Però non penso di morirne, temo di più il catarro nei miei polmoni di fumatrice.

Definire il compromesso da trovare rispetto ai ritmi dei social network è un’operazione complessa e rischiosa per una persona, come me, poco competente in materia. Intendo: uso molto e volentieri i social network, però non ho la buona abitudine di riflettere sull’uso dei social network. Ora, mancandomi una metalinguistica dei social network, non so se un blog possa correttamente definirsi un social network. Posso dire, in ogni caso, d’averlo privilegiato perché, tra i tipi di testualità messi a disposizione dagli innumerevoli servizi della rete, quello del blog si avvicina di più ai miei interessi – scrivere per qualcuno che sia disposto a leggere quello che scrivo e come lo scrivo – e alle mie esigenze – scrivere godendo di ampio spazio (e pure della possibilità di scegliermi, gratuitamente o a un costo ridotto, il web layout che mi piace. Tu lo trovi poco accattivante perché il template è troppo bianco, perché il font affatica la lettura, o perché non ci sono le figurine? È importante per me capire questa questione del layout). Sì, di solito mi serve molto spazio. Non sono sicura che l’ossessione digitale della sintesi sia una buona cosa a priori: quella di addensare contenuto è certamente una grande abilità, ma non ritengo che vada impiegata in maniera indiscriminata. Ci sono cose fatte per essere dette e lette in un modo, cose fatte per essere dette e lette in un altro. Mi pare che nella rete ci sia posto per tutte queste cose. Però magari mi sbaglio.

Chi è il mio lettore? Questa mi sembra la tua domanda più efficace, che probabilmente risolve da sola tutta la tua lettera e la mia insieme. È una domanda che sempre bisognerebbe farsi prima di mettersi a scrivere, perché spesso è l’individuazione consapevole del lettore a determinare la scelta di cosa e come scrivere. Il mio lettore è, innanzi tutto e in modo banale, uno che non si fa spaventare facilmente dall’eventuale lunghezza di un testo scritto. Quindi, immagino, è anche uno avvezzo a una certa familiarità con i testi, e pure con le librerie (però non soltanto con la vetrina delle novità). Poi è uno che legge molti blog e che li legge con piacere, grato alla rete per questa bella illusione di democrazia comunicativa che ci ha resi tutti blogger. Insomma il lettore di Tornasole è uno che legge, quindi un lettore.
Idealmente, e quindi secondariamente,  il lettore di Tornasole è pure uno che scrive (quindi uno scrivente o uno scrittore, entrambi. La differenza tra i due, però, non mi è più così chiara), perché, se pure lui scrive, io posso sperare di imparare un po’ anche da lui. Anche lui, infatti, si sarà interrogato, come me e come te, su questa questione del “labor limae” – che, a mio giudizio, non equivale, o non equivale sempre, a ottenere brevità. Lo snellimento di un testo si può ricercare, per esempio, in una scelta di lingua, e solo se il testo lo chiede: non lo chiede sempre.
Secondo me, quando uno scrive, dovrebbe scrivere di ciò che gli è più familiare, di ciò che pensa di conoscere meglio, e seguire quella traccia, come il cane un odore, allenandosi a stargli dietro. Che la traccia lo porti a scrivere su un blog letto da dieci lettori o a essere pubblicato da Einaudi o Feltrinelli (ed essere letto da venti lettori), questo non lo deve distrarre dalla sua responsabilità nei confronti dell’atto di scrivere, che mi pare in definitiva l’unica cosa importante. Scrivere per qualcuno che legge, s’intende sempre, perché davvero non riesco a credere, né mi sforzo di farlo, che individui non affetti da gravi patologie vogliano scrivere solo per un amico immaginario. Anche su questo posso sbagliarmi, però, se mi sbagliassi su questo, credo che continuerei lo stesso a pensarla così.

Infine, ma forse avrei dovuto dirlo in principio, il mio lettore è pure uno che spesso non ha un cazzo da fare. Però, rispetto a questo fatto qui, non potrò mai competere con gli utenti di Facebook e Twitter. Me lo sento.

Non essendo pratica di saluti e baci sparsi a mo’ di congedo epistolare, voglio salutarti a modo mio, non meno sincero, allegando a questa lettera il link a un post di uno che sa dire le cose molto meglio di me, scegliendo con cura le parole e il loro numero (altino pure il suo). Spero che la sua lettura possa essere per te gradevole e ricca di spunti come lo è stata per me, cioè come un buon bicchiere di Nero d’Avola maturato in ottime botti di rovere.

Morelle

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