Superfluo n. 99. Ombrelli.

Nel post numero 99 di Tornasole avrei voluto provare a scrivere di Sanremo, soprattutto dopo aver ricevuto alle 22.41 di ieri l’e-mail di Tiziano – che verrà pubblicata su questo blog venerdì 15 febbraio, nel post numero 100.
Poi, però, ho pensato che quest’anno nella direzione artistica di Sanremo c’è Francesco Piccolo, che è stato pure lo sceneggiatore di Habemus Papam, che è un film di Nanni Moretti, che viene spesso citato in questi giorni, che sono giorni confusi. Insomma non ci ho capito più niente e, non so com’è successo, mi sono messa a scrivere di ombrelli. Mi rendo conto di perdere, in questo modo, l’ennesima occasione di scrivere su argomenti di una qualche utilità sociale. Tuttavia devo pur ammettere che stamattina, della prima serata di Sanremo, mi ricordavo soprattutto le deglutizioni del buon Crozza nell’atto di recuperare la saliva. Mi è sembrato ragionevole preferire la superfluità di un post sugli ombrelli.

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Le migliori previsioni meteo – e con “migliori” si vuole intendere in questo caso le più affidabili, escludendo dai parametri della valutazione il rigore scientifico e le modalità di divulgazione – sono quelle dei venditori ambulanti di ombrelli a Roma. Li vedi sbucare all’improvviso dal nulla e disporsi lungo la strada, a una distanza di circa cinquanta metri l’uno dall’altro, e non più di dieci minuti dopo comincia a piovere, anche in una insospettabile giornata di sole. Forse un anticipo di dieci minuti non è il servizio di un meteorologo competente, ma si voglia tener presente che questi uomini si avvalgono esclusivamente della loro eccezionale capacità di consultare il cielo con lo sguardo, come gli oracoli le viscere animali. Se uno sta per uscire di casa e vuole sapere se deve portarsi l’ombrello, gli basterà affacciarsi alla finestra e buttare un’occhiata giù in strada. Se i venditori di ombrelli sono già schierati, pioverà. Non importa se è un’accecante giornata d’agosto: pioverà. A questo punto si può decidere se uscire di casa con il proprio ombrello sotto il braccio o, se non ce l’ha o non lo trova per tempo, uscire di casa e andare subito a comprare un ombrello dai venditori ambulanti, complimentandosi con loro per l’eccellente servizio prestato al comune di Roma.

Io sono una di quelli che escono di casa senza l’ombrello e non ne comprano per strada, in qualsiasi situazione. Non c’è una motivazione degna di nota, è che proprio mi dà noia l’idea di portare con me l’ombrello (perché, è chiaro, uno prima di portare con sé l’ombrello, deve concepire l’idea di portare con sé l’ombrello).
Non dico questo nel vano tentativo di imitare l’inimitabile Francesco Piccolo quando scrive delle sue vicende con gli ombrelli (quello è un racconto di “Storie di primogeniti e figli unici”, questo è un post di Tornasole. Mancano, anche qui, i parametri di valutazione più adeguati, per cui si potrà eventualmente limitarsi a considerare che, rispetto alla fruibilità del prodotto finale, questo post sta al racconto di Francesco Piccolo come i venditori ambulanti di ombrelli stanno al servizio meteorologico a cura dell’Aeronautica Militare, dunque cerca di fare il meglio possibile col poco a disposizione).
È che proprio mi stanno in culo gli ombrelli. Standomi in culo, è prevedibile che io abbia con essi un rapporto segnato dalla conflittualità, soprattutto nei casi in cui il loro immediato utilizzo si renda indispensabile. Per esempio, se accade di dimorare per un’intera stagione invernale a Wolverhampton, West Midlands, Inghilterra.

Anche durante i nubifragi che negli ultimi due giorni hanno flagellato Roma mi sono chiesta se non fosse giunto il momento di cambiare abitudini in fatto d’ombrelli.
In casa ce ne sono attualmente tre, e quando dico “attualmente” non penso davvero, come pure è plausibile pensare, a una questione meramente temporale, ma penso all’amabile Le Sanglier e al fatto che vivere con lui significa pure rinunciare con serena consapevolezza a vigilare sulla sorte degli oggetti che fanno il loro ingresso in casa. In casa, dicevo, ce ne sono attualmente tre: uno, ricevuto in regalo da Svevo e Maria, è un ombrello di quelli buoni pure da piantare nella sabbia quando vai nella spiaggia libera al paesello mio; ingombranti come o, se possibile, più di un figlio scemo, che non sai dove buttarlo quando cammini per strada. È un ombrello da non regalare mai a chi non ama portarsi dietro l’ombrello, ma la premura genitoriale, si sa, non ha misura. Inoltre, sopra ci sta scritto Pierre Cardin, e il pensiero di andarmene in giro con un ombrello che non è mio, ma di uno che si chiama Pierre Cardin e che ce lo fa pure stampare sopra, mi terrorizza.
Un altro appartiene, attualmente, a Le Sanglier. Questo è di fattura assai diversa: pieghevole innanzi tutto, e provvisto di un agile e persino grazioso manico di legno, potrei pensare di utilizzarlo se io utilizzassi ombrelli e se l’ombrello in questione non fosse di un colore nero tale da farmi pensare immancabilmente alla penitenza cui si sottopone mia nonna, che da quarant’anni si obbliga a indossare il lutto fino alle mutande.
Il terzo, infine, l’ho comprato io da un venditore ambulante, il giorno in cui decisi che non avrei mai più comprato ombrelli da un venditore ambulante, cioè quando, messa alle strette da due necessità poco discutibili – pioveva come avevo visto piovere solo a Wolverhampton e io, uscita dalla metro, dovevo camminare per un buon pezzo prima di arrivare dove dovevo arrivare in tempo, e idealmente in abiti asciutti – tirai fuori una banconota da dieci euro per un ombrello che vantò grosso modo sette minuti di fruibilità, dopo i quali si lasciò sventrare dalla bufera senza opporre alcuna resistenza, rendendosi a malapena utilizzabile nei giorni di deboli rovesci (per arrivare dove dovevo arrivare in tempo, e idealmente in abiti asciutti, mi ci vollero altri cinque minuti buoni).

A proposito dei costi degli ombrelli, poi, non si può trascurare che un fumatore precario – o un precario fumatore, la scelta qui m’affatica proprio – calcola entrate e uscite adottando come unità di misura un pacchetto di sigarette (da venti, l’unico possibile per consumatori devoti ed esperti).
Per esempio, un ombrellone da spiaggia di un tizio che si chiama Pierre Cardin costa almeno cinque pacchetti di Lucky Strike blu, pertanto può finire nella casa di un fumatore precario, o di un precario fumatore, solo se la famiglia, impietosita, glielo regala confidando che il miserabile decida di cominciare a ripararsi dalla pioggia. Allo stesso modo, un ombrello acquistato all’uscita dalla metro costa più di due pacchetti di Lucky Strike blu, pertanto risulta senza dubbio una spesa da ponderare.
Ma un ombrello che costa poco più di due pacchetti di Lucky Strike blu e dura sette minuti equivale esattamente a più di quaranta preziosissimi involtini di catrame (7 mg), nicotina (0,6 mg) e monossido di carbonio (8 mg) ittàti a fracicà sotto l’acqua. In tal modo, e in ultima analisi, l’ombrello giunge a rappresentare un inammissibile orpello, di cui un fumatore precario, o un precario fumatore, giudica irragionevole replicare l’acquisto.

5 pensieri su “Superfluo n. 99. Ombrelli.

  1. Smettere di fumare, no ? O magari ridurre la dose di nicotina. Non dico per l’ombrello, ma per altri futili motivi….
    L’AleS

  2. Questa questione dei venditori di ombrelli che anticipano le previsioni l’ho lwtto anche in un pist di una fiorentina. Evidentemente hanno un dono particolare

  3. Eh no, AleS. Né smettere né ridurre. Io ho parlato di consumatori devoti ed esperti. Quelli non smettono nemmeno se stanno per dieci giorni coi tamponi nel naso e un mese senza poter fumare.

  4. io ho lo stesso tuo rapporto con gli ombrelli, anche se non fumo. li odio cordialmente, e tendo a dimenticarmeli in giro, motivo per cui in casa ce n’è uno solo, enorme, scomodo, di quelli che ancora si aprono a mano e non con lo scatto a molla, e che quindi non uso mai, e non riesco quindi a dimenticarlo in giro.
    tuttavia, nella terra di mezzo ho trovato un ombrello bellissimo.
    è pieghevole, e sta dentro una custodia rigida dello stesso colore, a forma di donnina cinese. sta benissimo sulla libreria in ingresso, sembra un soprammobile. e infatti lo lascio lì anche quando piove.

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