“Der Liebenden Schlaf”. Considerazioni inopportune

Leggendo un articolo di oggi sul Post, vengo a sapere del fotografo Paul Schneggenburger e del suo progetto di tesi, Der Liebenden Schlaf  (Il sonno degli amanti).

Poiché non ho niente da fare – voglio dire, poiché non ho niente di meglio da fare che andare sul sito di Paul Schneggenburger, vado sul sito di Paul Schneggenburger.
Il sito è disponibile in tedesco e in inglese. Seleziono l’inglese, perché la mia competenza in tedesco non sarà sufficiente, lo sento, a comprendere il progetto di tesi di Paul Schneggenburger. Clicco su “concept”, che è in effetti quello su cui m’interrogo, e che comincia come deve cominciare quando uno vuole portare un altro a interrogarsi, cioè con una domanda:

What happens to lovers while they are sleeping?

Però la domanda di Paul Schneggenburger mi lascia subita confusa. Mi prendo una pausa prima di proseguire la lettura. Cosa succede agli amanti mentre dormono? Le prime idee si basano solo sulla mia sciatta esperienza, perciò mi chiedo banalmente: russano? Espettorano? Liberano ignari i peti dolorosamente repressi durante la veglia? Non posso fare a meno di chiedermi, poi, cosa avranno fatto gli amanti prima di dormire. Perché, mi dico, quello che gli accade mentre dormono dipenderà pure da questo, no?
Torno alla lettura, sono sicura che Paul mi condurrà alla domanda giusta. Me ne pone tre, una dietro l’altra, le quali si rivelano – è l’unica cosa che mi pare di comprendere subito – una sola importante domanda, confezionata con tre punti interrogativi di modo che i quesiti incalzanti risultino tre:

Is it a sleeping just next to each other, each on his own, or is there a sharing of certain places and emotions? Is it a nocturnal lover’s dance, maybe a kind of unaware performed tenderness, or does one turn the back on each other? Is there a conjunction with the other, with one’s self?

Il tema è serio, ho ormai bisogno di un modello epistemico di riferimento.
A questo punto mi viene in soccorso, provvidenziale come sempre quando la realtà mi diviene incomprensibile, un detto abruzzese, mio idioma nativo, che illustra con efficacia senza pari gli stadi evolutivi della vita notturna di una coppia di amanti, mostrando di sposare una fede di tipo degenerazionista rispetto al tema delle unioni di letto:

Lu prim’ ann’ panz’ a ppanz’, lu seconn’ panz’ a ccul’, lu terz’ vaffangùl’.

Perciò, mi dico, il sonno degli amanti, e il suo risultato visivo, dipende forse dall’età della loro relazione. Tuttavia non ho ancora capito che cosa vuole propormi Paul Schneggenburger. Finalmente, sciogliendo il nodo alla gola e, come capirò poi, producendone un altro, lui mi spiega:

The sleep of the beloved was born as my diploma in 2010 at the university of applied arts Vienna and has become an ongoing long-time project.

Cioè lui, Paul Schneggenburger, da tre anni scatta foto alla gente che dorme, e ci ha scritto pure una tesi. Ci dice anche come ha fatto:

Each picture of the sleep of the lovers is one long-time exposure. The exposing time is 6 hours, from midnight until 6 am. The room with the bed is in my studio-apartment, I am at no time of the exposure inside the room myself. I just light the candles, set up the stage.

Insomma, da tre anni Paul Schneggenburger fa andare la gente a dormire da lui, acchitta lo studio con tutti i trabiccoli del mestiere e le luci giuste, poi dà la buonanotte ai due e li lascia lì a prendere sonno.
Sul momento non so cosa pensare di questo progetto, perciò penso subito una cosa meschina da mentecatti e, siccome sono ancora un po’ stordita, mi scopro a pensarla in forma di domanda: se si volesse fare un salto a Vienna, che è una bella città, evitando di pagare il pernottamento in un bed & breakfast, io e Le Sanglier potremmo scrivere a Paul Schneggenburger proponendoci come sue cavie? O forse si dice “modelli”? Che poi, vuoi che una colazione al mattino non ce la faccia trovare?
Questo fotografo sa il fatto suo. La presentazione del progetto finisce com’era cominciata, e com’era proseguita, cioè con una domanda, e questa volta la domanda è un invito a osare:

How might “your beloved sleep” look like?

Mi sento tentata. Lui insiste, chiede ancora:

Interested sleeping in this bed?

e ci piazza infine una foto del letto, un indirizzo e-mail e un numero di telefono.
Paul Schneggenburger ha vinto. La sua eloquenza mi ha persuaso come quella di Lisia nell’orazione da lui stesso pronunciata contro Eratostene, di cui fui obbligata a leggere qualche passo al liceo. Le sue foto un po’ meno, ma la mia cultura fotografica è rudimentale, le mie frequentazioni di mostre fotografiche sporadiche, il mio occhio ineducato, il mio gusto neofita, e il mio portafoglio umile: voglio andare a Vienna. Cioè, voglio andare nello studio di Paul Schneggenburger a Vienna, insieme al mio dormiente. Sono sicura che siamo due soggetti interessanti (ecco, probabilmente la parola era “soggetti”).

Torno alla lettura dell’articolo sul Post che, forse in onore di Paul Schneggenburger, comincia con ben quattro domande: “Che cosa succede mentre dormiamo? Ci muoviamo? Restiamo fermi? Ci agitiamo?”. E però segue subito un’affermazione coraggiosa, e dunque la possibilità, per l’autore dell’articolo, di cadere in errore: “Quando ci svegliamo, di tutto questo non c’è più traccia”.
Errore.
Quelli del Post non hanno mai dormito insieme a Le Sanglier, né con un suo simile. Io sì.
Il giaciglio del mammifero, al mattino, mostra con chiarezza il tramestìo del suo sonno selvatico. Non importa quello che abbiamo fatto, né come e quante volte l’abbiamo fatto prima di metterci a dormire: in tutti i casi, i trottoi dei suoi movimenti notturni – da un lato all’altro e da un capo all’altro del letto, accanto a me, lontano da me, sopra di me, sotto di me, sotto le lenzuola, sopra le lenzuola, sopra il piumone, sotto il piumone, tra il piumone e la sottocoperta, tra il bordo del letto e il comodino, tra il comodino e il pavimento, sopra il suo cuscino, sopra il mio cuscino, al di sopra e al di sotto dei nostri cuscini, fuori dal suo pigiama e dentro, dentro il mio pigiama, dentro e fuori la misura entropica dell’universo – potrebbero lasciar supporre che io di notte dorma con almeno cinque maschi alfa nel letto (e ciò incontrerebbe il mio giubilo), mentre in realtà fanno sì che in pieno inverno io mi svegli al mattino con le membra gelate, il raffreddore, la tosse, un’eventuale linea di febbre, e un cinghiale completamente avvolto in un sudario di tessuti misti come un salame nel suo budello suino. Lo iato tra i due scenari, uno ottimisticamente possibile e l’altro drammaticamente reale, è notevole. E va studiato.

Allora, mi sono detta, devo scrivere un post che approfondisca il tema. Poi devo mettere alla prova il genio artistico del fotografo Paul Schneggenburger. Gli chiederò di installare una delle sue macchine fotografiche sopra il letto del suo studio a Vienna, durante una nostra notte di sonno gratuito, quando andremo a fargli visita. Gli saranno sufficienti non più di due ore di esposizione, invece di sei, per ottenere un materiale straordinario. Vi troverà tracce tali da richiedergli almeno altri due anni di lavoro per il suo progetto e un altro ancora per una nuova stesura della tesi.

[Non pare del tutto inutile precisare che questo post non intende in alcun modo, e per nessuna ragione, offendere il lavoro di Paul Schneggenburger e quello di tutti i fotografi, né svilire i contenuti del Post e l’intelligenza di chi ci lavora. Se il contenuto di questo post reca danno a qualcuno, questi è certamente Le Sanglier. Il quale, tuttavia, ci è abituato e si mostra anzi compiaciuto della mia onestà]