Alétheia, o “lu vere”

Da bambina mi divertivo a memorizzare le targhe delle macchine. A dire il vero non lo so se mi divertivo, certamente però mi tranquillizzavo. Ne avevo imparate centinaia, nella testa mi stava un archivio di sequenze alfanumeriche.
Oggi non mi ricordo a memoria nemmeno il numero di cellulare di Le Sanglier. Dopo il mio, ricordo solo quelli di Svevo e di Maria, perché le schede del loro cellulare sono state mie, prima quella che ho rifilato a Maria quando in famiglia c’è stato bisogno di un telefonino e poi quella che ho rifilato a Svevo quando in famiglia c’è stato bisogno di un secondo telefonino. In famiglia non si butta via niente.

A proposito di Svevo, bisogna dire che questa mania di memorizzare le targhe delle macchine ce l’aveva anche lui da bambino. Ma sarebbe meglio dire che lui aveva questa mania da bambino e che poi ce l’ho avuta anch’io da bambina.
Però della mia lui non è responsabile: non mi aveva mai detto di aver passato l’infanzia a memorizzare targhe, finché un giorno non mi ha visto annotarle su un quadernetto (col tempo mi ero organizzata, me le appuntavo di giorno e me le ripassavo la sera. Dev’essere stato quando ho cominciato a dubitare della mia memoria. Avevo bisogno di una nota scritta, una prova, un verbale, per verificare di averle dette bene). Insomma, quel giorno Svevo scoprì che mi ero data lo stesso passatempo. Non saprei dire se fosse contento o turbato, ma certamente ne fu sorpreso. Mia madre, invece, restò senz’altro scossa, incolpò il marito delle mie stranezze. “Ma i’ gne so’ mai ditt’ nind’!”, si difese lui. “È genetico!”, ribatté lei (mia madre ricorreva all’italiano quando voleva dichiarare solennemente la propria estraneità ai fatti).
Ad ogni modo, continuai a memorizzare targhe fino ai dodici o tredici anni. Quando cominciai il ginnasio, imparare l’alfabeto greco, gli accenti, gli spiriti dolci e aspri, e poi le declinazioni del nome e le coniugazioni del verbo, fu il gioco di un mezzo pomeriggio. Imparavo il greco come avevo imparato le targhe, e il quadernetto di sequenze alfanumeriche dell’infanzia fu sostituito da quello delle liste di parole. Il nuovo quaderno cominciava con “alétheia”, “verità”. O “rivelazione”, chi lo sa, non aveva importanza. “alétheia” per me era quando Svevo, per invitarmi a non contraddirlo su quanto aveva appena detto durante una discussione, chiedeva infine: “È lu vere o n’è lu vere?”. Naturalmente era sempre lu vere. Poi, studiando l’inglese, mi parve di notare che mio padre usava questa domanda, “È lu vere o n’è lu vere?”, come una specie di question tag, perciò mi suonava: “It’s true, isn’t it?”. Mi capitava quindi di rispondergli in inglese e lui s’incazzava perché pensava che lo stessi prendendo in giro. Lui solo l’italiano sapeva, ma soprattutto l’abruzzese, e in particolare eccelleva in quello della costa teramana, suo idioma materno, lievemente ibridato con quello delle prime cittadine marchigiane che s’incontrano dopo il fiume Tronto.
Comunque, per la storia dei quadernetti di greco – ce ne fu più d’uno nei primi due anni di scuola – mia madre incolpò di nuovo mio padre, che pure lui aveva fatto il liceo classico. Ma sarebbe meglio dire che lui aveva fatto il liceo classico e che dopo lo feci anch’io. Andai in quella che una trentina d’anni prima era stata la sua scuola, che si chiamava Liceo Giacomo Leopardi e stava in Viale De Gasperi. Lui ne andava fiero, perché avevamo una scuola in comune, custodivamo un segreto, diceva “N’a sta a sentì mamm’t” e, al primo colloquio con i professori, volle andarsene in giro con me per l’edificio, voleva vedere com’era cambiato (non era molto cambiato).

Dopo le targhe e il greco, e dopo aver intuito, non senza provare delusione, che era pur necessario avere relazioni sociali per stare al mondo, è venuta la lista della spesa. Con gli amici dell’adolescenza giocavo a “Oggi sono andata al mercato e ho comprato…”. Si cominciava da una parola, che so, “arance”, e il compagno a sinistra la ripeteva aggiungendo un’altra parola, tipo “uova”, e così via. Ognuno ripeteva da capo tutta la lista e in coda aggiungeva una cosa sua, le arance, le uova, il formaggio, le zucchine, una grattugia, un tappeto… la lista poteva diventare molto lunga, secondo l’abilità dei giocatori. Una volta, in campeggio, io e tre amici miei comprammo al mercato centosettantaquattro cose senza fare mai errori. Il risultato ci sembrò così soddisfacente che fu perfino festeggiato con un brindisi.

Adesso quelle centosettantaquattro cose non me le ricordo più. Quando vado a fare la spesa, dimentico sempre qualcosa pure con la lista in mano. Arrivo a casa, me ne accorgo e mi arrabbio più di quel che sembra necessario.
Non mi ricordo neanche le targhe, nemmeno una, e non so che fine abbia fatto il quadernetto. Non ho memorizzato neppure quella della mia macchina, quando ce l’avevo.
Del greco, qualche parola, una manciata di espressioni e certi versi isolati della poesia omerica, che di tanto in tanto ripeto ad alta voce, così, di punto in bianco. Per esempio, quando al mattino mi sveglio presto e guardo fuori dalla finestra, dico “rododàktulos èos”, “l’aurora dalle rosee dita”, e quando sento una tensione che ingravida l’aria dico “Mènin àeide, theà, Peliàdeo Achilèos oyloménen” , “L’ira funesta cantami, o dea, del Pelide Achille” (però gli accenti suonano leggermente diversi, cioè molto meglio, se si dicono in esametro. E poi non ho mai saputo trovare una traduzione giusta, giusta nel senso che rende giustizia, o che opera secondo il vero, insomma una traduzione che non faccia torto a quelle due parole del verso greco, “ira” in principio e “funesta” alla fine. Perciò ha senso soltanto dirlo in greco).
Naturalmente mi ricordo “alétheia”, “verità”. O “rivelazione”, chi lo sa, non ha importanza nemmeno oggi.
Ricordo soprattutto mio padre. Mi ricordo di lui in quegli anni, quando ai colloqui con i professori mi portava in giro per i corridoi del Liceo Giacomo Leopardi in Viale De Gasperi, e mi raccontava di quando era stato rimandato a settembre, s’era ubriacato per la disperazione e, cantando, era finito dentro un canneto con tutta la bicicletta. Poi mi raccontava anche di quando, dopo il liceo, s’era iscritto a medicina a Bologna. Aveva preso una stanza in affitto insieme a Giampaolo, l’amico suo, e intanto però aveva conosciuto mia madre in Abruzzo. Quando tornava con Giampaolo da Bologna, si faceva accompagnare subito da mia madre, perché lui la macchina non ce l’aveva ancora. Giampaolo lo accompagnava, aspettava fumando sigarette e poi lo riportava a casa. Ah, comunque all’università aveva fatto sì e no un paio di esami e poi aveva lasciato perdere, medicina non era roba per lui, poteva approfittarne per fare un po’ di bella vita a Bologna, sì, ma non era mica figlio di papà, quella stanza in affitto costava tutta la paga da sarta di mia nonna. Giampaolo invece no, lui aveva finito (questo, mentre ascoltavo i suoi racconti, lo immaginavo anch’io, perché Giampaolo era il nostro medico di famiglia).
Oggi Svevo sospira molto al telefono e mi dice spesso “Ti rraggiò”. Lui non lo immagina, ma io, ogni volta che mi dà ragione invece di chiedermi se è lu vere o n’è lu vere quello che ha detto lui, dimentico un po’ di più quel che resta del gioco dei numeri, delle liste della spesa e del greco.

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3 pensieri su “Alétheia, o “lu vere”

  1. Mio padre non é mai venuto ai colloqui a scuola. “occuparsi di” era cosa da mamme, quella che ha il terrore di perdere la memoria e che non mi dice “hai ragione” (figurati poi se lo fa il capo branco) ma legge e commenta i miei post lasciandomi ogni volta a bocca aperta.

  2. O’ Reilly, tu sei per me l’Altissimo, e potresti anche lasciare un commento scrivendo, che so, “la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapìa tapiòco” e io sarei felice.
    Ma leggere questo, mi carica di una responsabilità gravissima.
    Oppure volevi solo intendere che questo blog è una rimasticatura, e allora mi sento più sollevata.

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