Yo soy la milonga brava

Una milonga è un posto dove si balla tango argentino, una discoteca del tango (ma è anche un tipo di ballo, diciamo un tango più veloce).
Un principiante assoluto, al quarto mese di lezione come siamo ormai io e Le Sanglier, non dovrebbe andare in una milonga. Non un principiante assoluto dotato di prudenza, serietà e buonsenso. A Buenos Aires, ci ripete la nostra insegnante ogni mercoledì sera dalle otto alle nove e mezza, si sconsiglia ai principianti, quando addirittura non si faccia divieto, di andare in milonga per tutto il primo anno di studi. Se proprio non può fare a meno di andare a disturbare, cioè se non è dotato di prudenza, serietà e buonsenso, deve attenersi strettamente a un rigido codice comportamentale (talvolta stampato e affisso all’ingresso della sala), il quale prevede, tra le altre cose, che il principiante si tenga al centro della pista, lasciando il bordo esterno ai ballerini più esperti, che sanno governare il proprio passo all’interno del flusso umano in movimento, un movimento sapiente e, non lo si dimentichi mai, antiorario.

Entrando in una milonga, anche un osservatore poco attento e completamente estraneo al mondo del tango argentino può riconoscere i principianti assoluti, e distinguerli facilmente dai ballerini di livello intermedio e avanzato. Questi ultimi, infatti, si muovono con variabile ma pur sempre percettibile grado di eleganza e grazia, mostrando, nei casi migliori, di non limitarsi a incedere, ma di saper creare figure mirabili nei momenti di crisi, risolvendo la pista quando questa risulti congestionata. Ne consegue un notevole risultato visivo, che è quello di uno sciabordìo di piedi e gonne e svolazzi in movimento perenne, inarrestabile.
I primi, al contrario, sono quelli che, nei momenti di crisi, inchiodano bruscamente e restano fermi, ad aspettare ansiosi di poter ripartire. Si riconoscono perché sono quelli che, non fosse per i colori che portano addosso, si confonderebbero con le colonne e gli altri eventuali ostacoli immobili della sala. Se però l’osservatore si avvicinasse di più a costoro (ma non può, perché non è permesso attraversare il diametro della sala, né è consentito accedere alla pista se non si ha intenzione di ballare seriamente), potrebbe sorprendersi nel notarne anche lo sguardo, che ulteriormente lo distingue dai colleghi con maggiore esperienza. Quello di questi ultimi, infatti, esprime in maniera inequivocabile il godimento: si stanno divertendo, si stanno divertendo come bambini, e soprattutto si divertono all’unisono, lui che deve guidare il passo e lei che lo deve sentire (così si dice, nel gergo del tango: l’uomo guida, la donna sente. Ne deriva che la buona riuscita di un tango si deve, soprattutto, al ballerino. Ma per capire cosa significhi realmente, bisogna cominciare a ballare il tango, cioè pestare e farsi pestare i piedi un buon numero di volte). Lo sguardo dei principianti, invece, è una maschera di sofferenza: in lui, che deve guidare il passo, dominano frustrazione e senso di smarrimento; in lei, che deve sentire il passo, irritazione e profondissimo tedio (la prima quando lui la pesta, il secondo quando lui rimane fermo fino alla fine della musica).
Uno, anche uno estraneo al mondo del tango argentino, potrebbe andare in una milonga, sedersi a un tavolo con un bicchiere di vino e passare una piacevolissima serata solo osservando la scena che si svolge in pista.

Ieri sera io e Le Sanglier eravamo in una milonga. Fermi, al centro della pista.
Le Sanglier sta prendendo molto seriamente questa storia del tango. Non accetta l’idea di essere un principiante assoluto al quarto mese di studio. Credo sia per questa ragione che, alla fine di ogni ballo, ha bisogno di una tempestiva seduta di fisioterapia a bordo pista, necessaria a riabilitare il collo e i muscoli della spalla, che durante il ballo sono tesi per l’agitazione e il terrore di lanciarmi contro le altre coppie. Chi fosse completamente digiuno delle leggi del tango argentino dovrebbe sapere che, se la donna commette errore o si fa male, o peggio ancora ferisce qualcun altro con il proprio pericolosissimo tacco durante una sequenza, la responsabilità è interamente del suo compagno che ne ha guidato il passo (dovrà infatti essere lui a scusarsi con la coppia coinvolta). Se ciò consente alla donna di godere di uno stato di beatitudine e riposo mentale altrimenti rari fuori dalla pista, allo stesso tempo rende l’uomo principiante, di qualunque età e profilo, preda di inesprimibile angoscia.
Ad ogni modo, io e il mio prode compagno abbiamo fatto il nostro debutto in milonga. Siamo andati diverse volte contromano, ma lui non mi ha fatto dare calci a nessuno, né mi sono ritrovata a pendere all’improvviso su uno dei lampadari della sala, e questo è un grande risultato.

Tuttavia, verso la fine della serata, e dopo che ero stata invitata a ballare da esperti e aggraziati ballerini di livello avanzato, Le Sanglier giaceva accasciato su una sedia, la camicia sbottonata sul petto, i capelli arruffati, e la frustrazione, dolorosissima per me a vedersi, dipinta su almeno metà della faccia (quella inferiore, poiché quella superiore era imperlata di fatica sudata).
“Non sono portato per il tango”, ha borbottato infine, prima di abbassare la testa, verso le scarpe consumate. Ho l’impressione che gli sia pure venuta la tentazione di fare uno sgambetto al tizio che gli stava passando davanti in quel momento, così, per dispetto.
Poi ha alzato lo sguardo verso di me, e mi ha trovato in piedi accanto a lui, con le mani sui fianchi come un’anziana femmina abruzzese che stia per richiamare all’ordine i membri della famiglia.
Il mio sguardo gli ha risposto ed era uno sguardo che voleva ricordare i fatti, e i fatti sono che io questo hobby del tango non ce lo volevo avere (non mi piacciono, gli hobby), e che ci sono voluti dodici mesi prima che lui, il mio compagno, riuscisse a convincermi, e che devo premurarmi di controllare lo stadio di crescita del piumaggio sulle mie gambe ogni cazzo di mercoledì sera prima di andare a lezione e ogni cazzo di domenica sera prima di andare alla pratica, che ho speso novanta dei miei euro per un paio di scarpe da tango che non pensavo avrei mai potuto comprare, che io novanta dei miei euro non li spendo nemmeno in libri in un mese. Con la coda dell’occhio credo di aver comunicato anche le solite cose che si dicono, tipo “Ci vuole tempo”, o “Ci vuole pazienza”, o “Coraggio”.
Lui ha annuito e poi ha detto: “Ma forse sono solo stanco. Ci dormo su stanotte e domani sera andiamo alla pratica. Oh, senti che bella questa Milonga brava!”.

 

Altri post di omaggio al tango argentino:
Lezione di tango numero uno
Lezione di tango numero due
La “principianza”

3 pensieri su “Yo soy la milonga brava

  1. Non sai da quanti tempo sogno il Tango. Ma iimmagino giá il mio compagno fi bsllo, marito nella vita, accasciato, grondante, depresso. E io furiosa. Mi sa che non sia un ballo per tutti.

  2. Lo credo anch’io, non è un ballo per tutti. Ma tutti possono provare.
    Dopo il primo anno di studio, forse, si capisce se è il caso di continuare.

    Comunque, per ballare il tango non è strettamente necessario munirsi di marito né di fidanzato, si può andare anche spaiate. Scarpe consone, quelle sì, ci vogliono.😀

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