I giorni del gabbiano Salvatore

Dal letto numero 22 della Clinica Otorinolaringoiatrica del Policlinico Umberto I di Roma si vede la facciata della Clinica delle Malattie nervose e mentali.
Questo, però, solo se guardo verso la finestra alla mia destra. Se guardo davanti a me vedo il letto numero 21, occupato da una signora con un buco al centro della gola. “Signò, dobbiamo rifare un interventino”, le stava dicendo uno specializzando ieri mattina quando sono arrivata, “Togliamo solo un altro pezzetto. Sarebbe ‘n peccato perde la voce per non toglie n’artro pezzetto, no?”. La signora ha sibilato qualcosa che non s’è capito bene, “… tti mostri”, o “… ‘cci vostri”. Se guardo alla mia sinistra, invece, vedo la signora del letto numero 23. “Sono Gigliola. Nodulo alla parotide. Piacere!”, s’è presentata subito cordiale, stringendomi la mano. “Sono Morelle”, ho risposto, “Deviazione del setto nasale. Ce l’ho da quando sono nata però ci ho fatto caso solo adesso. Piacere mio”. Se guardo di nuovo davanti a me, ma verso l’angolo, vedo il letto numero 20. Quello che ha la signora non lo so perché non può parlare, e stanno in silenzio pure gli infermieri che ogni tanto vengono a darle un’occhiata e a pulirle il catarro che continua a buttare fuori (la mattina dopo scoprirò che la signora si chiama Silvana, ha un tumore alla lingua e si serve di un foglio di carta e di una penna per mandare affanculo tutti i medici. Però, noterò successivamente, a volte usa anche le braccia e le mani a questo scopo, e mi pare molto più efficace).

Io guardo fuori dalla finestra, e mi sento di ottimo umore.
Come io possa, alla fine di questo 2012 che è stato tanto difficile (dicono che potrebbe essere l’ultimo, e negli ultimi mesi mi sono sorpresa a sperare che abbiano ragione), venire a ritrovare il buonumore dentro un ospedale – perdipiù, il Policlinico Umberto I di Roma – non mi è del tutto oscuro: sento chiaramente di confidare nell’anestesia per ottenere qualche ora di annichilimento della ragione, e nelle droghe che mi somministreranno dopo, a scopo analgesico, per avere infine due giorni buoni.
L’università, nella figura della coordinatrice Clotilde, mi scrive raffiche di sms per sapere come va “a livello personale”. Io ho l’impressione che l’interesse sia più quello di sapere se dovranno scomodare altri colleghi per elaborare al mio posto tutte le prove dell’esame finale del corso e, in effetti, le cose potrebbero andare così, quindi glielo scrivo e ottengo finalmente il mio scopo, cioè il suo silenzio.
Quando un problema di salute non è serio come quello della signora Silvana, quando uno deve sottoporsi a “un interventino rapido rapido”, un ricovero in ospedale può, per alcuni, equivalere a un’opportunità. Una vacanza, una pausa da una serie di giornate di cui non si vede la fine, un’esperienza riposante, liberatoria. Incredibilmente, una sospensione dal dolore nel luogo che per eccellenza ne raccoglie e ammassa. Così succede a me, e lascio che la meschinità del sentimento mi riempia a fondo i polmoni.
Scendo al pianoterra e mi compro tre, quattro confezioni di biscotti al cioccolato, torno al letto 22, dispongo sul mio comodino il Diario d’inverno di Paul Auster, il computer, l’ipod, il cellulare silenzioso, mi rimbocco con cura le coperte, mi metto comoda.
Guardo fuori dalla finestra, e mi sento di ottimo umore.

È in questo stato di docile e piena disponibilità alla degenza che ho fatto conoscenza con Salvatore. Viene ad appollaiarsi spesso sul davanzale della finestra, da quando la signora Gigliola ha preso a rimpinzarlo di biscotti. La figlia della signora al 21 gli rifila pure i pranzi scotti dell’ospedale e alla mamma ci dà la cioccolata, dice che la tiene allegra. Perciò Salvatore si presenta alla finestra e batte col becco sul vetro ogni quindici, venti minuti. È un gabbiano, credo, e ha proprio la faccia di un Salvatore. La sua apertura alare è perfetta e, se sto davanti alla finestra, mi viene incontro in picchiata che pare voglia sfondare il vetro, e in effetti io indietreggio di qualche passo mentre lo vedo farsi sempre più grande, perché – dio! –  avanza a una velocità impressionante e sembra che non abbia intenzione o capacità di arrestarsi, si sfracellerà contro la finestra, o sfracellerà la finestra stessa finendomi addosso, vetri e tutto. Invece Salvatore si ferma sul davanzale un secondo prima, col becco a mezzo centimetro dal vetro. Io mi riavvicino, lui rimane dov’è, apre e chiude a ripetizione gli occhi. Restiamo così a lungo. Adesso solo il vetro di una finestra del Policlinico Umberto I ci separa.
Io, che sono nata al mare, non l’avevo mai visto un gabbiano così da vicino. Di trovarmelo davanti in una stanza d’ospedale, alla fine di un anno terribile, non me l’aspettavo.
Gli scatto una serie di foto con il cellulare. Non so bene perché, ma di questo gabbiano, al quale ho dato il nome di Salvatore, mi voglio ricordare. Scrivo pure un Dialogo tra una degente del Policlinico e il gabbiano Salvatore, avventurandomi a elaborare sull’uso della ragione, poi lo rileggo, vedo con chiarezza che lo stile dell’operetta non è roba mia, e lo cancello. Gli appunti sul gabbiano Salvatore, quelli restano.

Passeggio per il corridoio grigio (non è grigio perché è triste, è proprio di colore grigio e basta, e non ci vedo niente di triste, non più triste delle pareti bianche di casa mia). Di fronte a una statua della Madonna attorniata da fiori e vasi di piante c’è una sala d’attesa con un televisore e, su un foglio attaccato alla porta, hanno scritto con un pennarello nero: NON SPEGNERE IL TELEVISORE. Mi pare di percepire, da una cavità dello stomaco, le ragioni profonde di una richiesta così espressa, che sembra un ordine, un comandamento solenne, e invece secondo me è una supplica.
La meta principale delle mie passeggiate è il piccolo balcone che mi sono impegnata a scovare in fondo al corridoio, appena sono arrivata. Ci stanno due bicchieri di plastica colmi di sigarette spente dai medici, dagli infermieri, dai pazienti e dai visitatori. Ci metto pure le mie, già mi sento a mio agio.

Alla sera la signora del 21 vomita l’anima sul suo letto, la signora Silvana si caca addosso, la signora Gigliola mi chiede se voglio un po’ di pizza. Io cortesemente rifiuto, ma solo perché, dopo la cena servita in ospedale, ho appena mangiato mezza confezione di biscotti al cioccolato.
Mi gratto un po’ la testa. Ogni tanto guardo pure la signora Silvana, che non dice più niente. Prima delle dieci cado in un sonno sordo, senza sogni, senza colpe, ottuso, piacevole e profondissimo.

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