La “principianza”

Da poco più di un mese io e Le Sanglier abbiamo cominciato a ballare il tango.
Frequentiamo assiduamente le lezioni per principianti assoluti del mercoledì sera dalle otto alle nove e mezza, andiamo tutte le domeniche alla pratica serale delle sette e mezza, io vado pure alle lezioni aggiuntive di tecnica femminile del sabato pomeriggio.
Nella borsa che mi porto in giro per Roma il mercoledì, insieme ai libri, alle fotocopie, al registro, all’agenda, alle forbici, alle pedine e ai dadi – tutta roba che mi serve a lavoro durante il giorno – ci stanno pure un paio di scarpe con il tacco simile a un rompighiaccio, una confezione di cerotti trasparenti Amuchina, un cambio di vestiti e un deodorante anti-traspirante. Il mercoledì infatti, dopo il lavoro, prendo la metro A fino a Termini e poi la B fino a Basilica di San Paolo, vado a scuola, mi cambio, m’incerotto i mignoli già coperti di vesciche, salgo sulle scarpe e divento principiante assoluta.
A me piace un sacco, essere principiante assoluta. Mi piaceva un paio di anni fa, quando mi sono iscritta a un corso di tedesco (per principianti assoluti, per l’appunto), e mi piace adesso che mi sono iscritta a una scuola di tango.
Non trovo faticoso essere principianti. È riposante, è liberatorio essere principianti. Lo era meno allora, credo, per la mia insegnante di tedesco e lo è meno adesso, ne sono certa, per la mia insegnante di tango (ma – mi dico con illuminante chiarezza e l’animo satollo di fatica alla fine della giornata, mentre percorro il corridoio dagli spogliatoi alla sala da ballo – questi adesso sono cazzi suoi: io voglio essere una principiante, io devo partire dal principio, io a questo principiamento ho diritto, io questo stato di principianza me lo godo tutto, io sono la principessa delle principianti, io ho bisogno di sprincipiare tutti i passi più semplici per capirli, perché io non ho capito, scusa, non ho capito come devo appoggiare il peso della mia gamba sinistra dopo averla incrociata con la mia gamba destra, me lo puoi ripetere, per favore?).
Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco della mia azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, mi mette addosso un che di irragionevole eccitazione.

La prima cosa che io, principiante assoluta, ho amato subito del tango è il silenzio. E, se uno ama il silenzio ma non ama i monasteri, il tango può essere una valida soluzione. C’è la musica, sì, quindi non c’è completo silenzio, ma c’è un fondamentale, provvidenziale silenzio di voci: non ci si parla nel tango, né mentre si balla, né quando si decide di ballare insieme. Non ci si rivolge la parola, non si sa nulla della persona con cui si sta ballando quasi incollati dal busto in su – chi è, che lavoro fa, che studi ha fatto, dove vive, come vive, in cosa crede, cosa pensa, cosa le piace, cosa non le piace. Si può al massimo intuire che nel tango è un principiante assoluto, o un falso principiante, o un intermedio, o un avanzato, o un nativo, cioè forse argentino. A lato di questa intuizione, che arriva a seguito di uno stimolo totalmente fisico, si può eventualmente fare un’ipotesi anche su come la persona si muove nel mondo, quindi su come comunica. Per esempio, come fa l’amore. Avviene così che, abdicando con ritrovato e insperato sollievo a ogni contraddittorio e inaffidabile accessorio verbale, si sa tutto quello che si deve sapere di una persona. Per questa ragione, sconsiglierei il tango a chi è avvezzo allo sperpero di emissioni di fiato nelle relazioni di ogni sorta, e a chi ritiene indispensabili quei tappeti di chiacchiericcio incessante sui quali, spesso, ci piace camminare per attutire e felpare quello che sarebbe il nostro passo colto in flagranza, rivelato nel suo peso netto, se qualcuno ci sfilasse all’improvviso il tappeto da sotto i piedi, facendoci rovinare per terra e sbattere il muso sulle nostre lordure che avevamo, più o meno maldestramente, buttato alla rinfusa là sotto.

Il cabeceo, ci spiega un giorno l’insegnante, è il cenno con la testa che l’uomo, dopo la mirada della sala, rivolge ritualmente alla donna prescelta per invitarla a ballare (ce lo mostra: un leggero scatto del capo all’indietro che mi fa pensare a un rifiuto siciliano, ma senza schiocco di lingua. Oppure una leggera inclinazione del capo in avanti, che può voler dire tante cose). Nient’altro. Questo però, ci ricorda subito dopo, si fa perlopiù nelle milinghe di Buenos Aires. Qui in Italia, e soprattutto nei momenti di pratica, che sono momenti di studio per tutti i ballerini di ogni livello, l’uomo può rivolgersi alla donna anche verbalmente, consuetudine che sarebbe inammissibile nelle milonghe vere e proprie (io mi scopro a pensare che in effetti certe tradizioni andrebbero conservate ovunque). La donna, dal canto suo, segnala agli uomini la sua disponibilità a ballare, e quindi a essere eventualmente invitata, con il linguaggio del corpo, che dalla sedia è interamente proteso verso la pista, occhi vigili, pronti a cogliere il cenno d’intesa. Qui mi sorge il primo dubbio idiota della principiante assoluta: e se non ci capiamo? Cioè, metti che lui ha un tic, che ogni tanto gli scatta la testa, e io lo prendo per un cabeceo? Oppure: e se mi invita con un’inequivocabile richiesta verbale e però io, seduta con gli occhi casualmente rivolti alla pista, non voglio ballare ma sono solo in un misero stato confusionale? “Generalmente non si rifiuta un tango, almeno non il primo, ma si può farlo in maniera cortese”, dice l’insegnante.

La mia prima domenica di pratica serale non so dove guardare. Qui ci sono tutti i corsisti della scuola: principianti assoluti (pochissimi), falsi principianti (pochi), intermedi (moltissimi), avanzati (molti), nativi, cioè forse argentini (alcuni). Ballo con Le Sanglier, principiante assoluto come me. Mi pesta i piedi un numero di volte che basterebbe a decidere di cambiarci le scarpe e andare via, ma non andiamo via. Io voglio guardare, soprattutto guardare. Lo invito dunque a invitare altre donne e mi faccio da parte per osservare in pace il movimento dei ballerini in pista, ma devo stare attenta a non imbattermi in un cabeceo. Finisce che ricevo, uno dopo l’altro nell’arco della serata, tre cabecei e quattro richieste verbali. Cinque dei sette inviti complessivi provengono da ballerini intermedi, avanzati e nativi, cioè forse argentini – li ho già osservati ballare, allibita. “Sono principiante, principiante assoluta”, dichiaro con un po’ di esitazione e un po’ di fierezza insieme, mentre prendo la prima mano gentile che mi viene incontro. All’altro angolo della pista ormai affollata scorgo Le Sanglier che, visibilmente preoccupato, avanza con una certa titubanza tra coppie che sfoggiano passi precisi ed eleganti: lui va trascinando davanti a sé una donna come un carrello della spesa, mezzo sguardo alla ricerca disperata di una traiettoria libera. I miei occhi incrociano uno dei suoi, a lui viene un po’ da ridere e mi fa un cabeceo, poi riporta l’occhio mobile sulla pista, mentre continua a tenere l’altro fisso sul suo carrello, forse nel timore di lanciarlo contro una vetrata della sala. Lo strabismo che gliene consegue è notevole, io ho un rigurgito di ilarità che finisce sulla spalla del mio ballerino, il quale però non se ne accorge perché è concentrato a guidarmi con salda presa tanguera. Poi, all’improvviso, il mio ballerino mette un piede in mezzo ai miei e io non capisco come dovrei reagire  (dalle mie parti, quando eravamo piccoli, questo gesto si chiamava “cianghètt’” e aveva il mero scopo di far rovinare a terra il malcapitato), dunque infrango tutte le leggi del tango e, con quella che spero sia la più aggraziata delle mie facce da culo, gli rivolgo la parola e glielo chiedo. Lui mi dice a bassa voce: “Scavalcami”. Io ho un mancamento e per un attimo vorrei chiedere: “In che senso?”, ma chiedo: “Eh?”. Lui ripete: “Scavalcami”. A questo punto abbiamo parlato abbastanza e sento che devo letteralmente passargli sopra con la mia gamba. Lo faccio e, mentre lo faccio, acquisisco con il corpo un’informazione nuova che non dovrò più chiedere in seguito, e così facendo mi pare di avvertire una specie di nostalgia preventiva, una rivelazione del momento in cui non sarò più una principiante. Allora ci si aspetterà che io sappia cosa fare. Gli errori dell’inizio, quelli che si fanno nella principianza, saranno meno tollerati. Si dirà: “Questa cosa ormai dovresti saperla”, come quando ci stizziamo davanti agli articoli sbagliati di uno straniero che viva nel nostro Paese da un po’ di tempo, o come quando diciamo ai bambini quella frase tanto penosa: “Ormai sei grande”, cacciandoli per sempre dal paradiso della bambinità e decidendo che sono ormai pronti per la sofferenza. Accadrà, così, che lo spazio libero della mia azione confusa e irresponsabile si assottiglierà ancora.
A quel punto, penso, se mi restano altri soldi da buttare mi iscriverò anche a un corso di arabo, o di cinese. O di parapendio, o che ne so io. Oppure continuerò, come faccio ora di tanto in tanto, a cacciarmi dalla tasca e tenere un po’ in mano il ricordo di un giorno già lontano, quando una persona a cui ho voluto molto bene mi disse: “Io voglio tornà bambino” (gli risposi canticchiando: “Supercalifragilistichespiralidoso, anche se ti sembra che abbia un tono spaventoso, se lo dici forte avrai un successo strepitoso” e non dissi altro, però la verità era che mi trovavo d’accordo con lui).

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5 pensieri su “La “principianza”

  1. A parte che il tango é il mio sogno da sempre, non avevo mai pensati a quanto fosse liberatorio essere principiante. Una rivelazione la tua e in modo assai divertente

  2. “Parada”. Si chiama “parada”. L’ho imparado la settimana scorsa a lezione. Ma, per il momento, l’effetto visivo del mio movimento non è dissimile dalle “cianghett'” dell’infanzia.

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