Il peso netto della grazia, dopo Christian Raimo

Roma, dalle otto del mattino alle sette di sera di una giornata lavorativa, è una città dove io non voglio più stare. Però ci sto da quattro anni. Alle otto del mattino di una giornata lavorativa, in questo periodo, sto al binario 2 est della stazione Tiburtina. Sto ferma, in cima alle scale del corridoio sotterraneo che dal binario 2 est portano ai labirinti che portano all’ingresso della metro. Sto ferma, e aspetto il mio turno insieme ai compagni sconosciuti. Ci si muove a scaglioni, prima il gruppo in fondo alla scala, poi quello a metà, infine quello in cima. A me viene in mente quando all’uscita da scuola ci facevano mettere in fila, a coppie, mano nella mano. Prima uscivano i bambini della prima elementare, poi quelli della seconda, poi quelli della terza, infine quelli della quarta e della quinta.

I colleghi dell’università, quella dove lavoro in questo periodo, si lamentano dei compensi “esigui” e dei pagamenti “tardivi” e della “scarsa trasparenza sulla tassazione applicata”. In questo periodo, che poi è uguale ad altri, stiamo tenendo i corsi di italiano per gli studenti Erasmus senza aver ancora firmato il contratto. Qualcuno lancia l’idea di uno sciopero, qualcun altro di boicottare la riunione della prossima settimana – nelle riunioni dei docenti Erasmus si discute perlopiù dell’importanza di utilizzare in aula un lessico specialistico, per esempio il verbo “dedurre”.
Mentre cammino e mentre aspetto, sto tutto il tempo con la faccia sullo smartphone, che mi segnala venticinque e-mail dei colleghi ricevute in mezza giornata. “Dobbiamo essere uniti”, dicono i colleghi, che poi sono gli stessi di altri posti in cui ho lavorato in altri periodi in cui dovevamo essere uniti. Io penso che mi secca parecchio la posta elettronica, soprattutto quando si forma quella lunga catena di “RE: R: Re: RE: R: RE:: R: riunio…” e non si legge più l’oggetto. Poi, non so perché, mi viene in mente anche un fidanzato che avevo al liceo, che di cognome faceva Re.
A volte mi succede di non avere voglia di essere unita, e mi succede per lunghe settimane.

Mio padre è diventato nonno. Cioè, da quando il suo maltese di sette anni, dopo innumerevoli tentativi, è riuscito – io credo con l’aiuto decisivo del veterinario – a fecondare una cagnetta, mio padre è in preda a un entusiasmo beota simile a quello di chi diventa nonno – padre lo è già da diversi anni. Mi manda un sms alle dieci del mattino, mentre lo presumo a lavoro: “Ti ho messo su dropbox le foto dei figli di Niki”. Non rispondo, allora mi telefona la sera, “Hai visto le foto?”, “No, se non metti la cartella in condivisione con me non le vedrò mai”, “Ah. Quindi non basta che le carico su drobbòcse?”, “No, non basta. Devi fare scèir”, “Ah vabbè. Mo lo faccio. Tu guardale”. Guardo ventitré foto di cuccioli maltesi. In un paio ci sta pure mia madre. Ne tiene uno tra le mani, vicino al petto, e ha la testa girata da un lato, il collo teso e il mento rivolto alla spalla. La sua posa mi ricorda una vecchia foto in cui tiene me allo stesso modo. Allora tracanno un bicchiere di vino e me ne vado a dormire.

In questo periodo sto leggendo Il peso della grazia di Christian Raimo. Me ne accorgo perché durante il giorno, mentre sono ferma sulla banchina di Termini ad aspettare la metro, o mentre sto seduta sul treno Tivoli-Roma Tiburtina o su quello Roma Tiburtina-Tivoli, m’intristisco più del solito. Mi pare un fatto evidente. A pagina centottantasette lui scrive così: “Fuori fa una caldo che scivola sotto la pelle, una cappa piatta e avvolgente come una coperta termica. Che è successo? Mi rifaccio il mio chilometro a piedi. Il calore siringa la testa fino a farmela scoppiare. Moriremo così? Fra qualche anno, la maggior parte della gente accetterà questa come morte: le conseguenze di una temperatura non più adatta agli uomini”. Per il resto racconta, perlopiù come tutti, di una storia d’amore come tante (con una certa Fiora, che, chissa perché, m’immagino con la faccia di quella ragazza coi capelli scuri che, un po’ di tempo fa, stava nella pubblicità del cappuccino Nescafè, come si chiama? E, comunque, il personaggio di Flora mi sfugge). Racconta pure, perlopiù come tutti, di un lavoratore precario come tanti.
Io penso che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire.

Forse, mi dico, è per questo motivo, cioè per il fatto che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire, che un paio di settimane fa ho accettato di fare un gioco insieme a una mia amica, via e-mail. Scriviamo una “Lettera a quattro mani”: una sola parola ciascuno, nessun tema prestabilito, nessun progetto personale, nessuna informazione sulle intenzioni dell’altra. Nessun senso, forse. La parola, mi ha spiegato lei, può essere un nome, un aggettivo, un avverbio, un verbo, un articolo, una preposizione, una parola straniera, tutto, anche una parola che non esiste. L’unica regola del gioco è che la punteggiatura va messa da chi delle due vuole che la propria parola sia seguita da un segno di punteggiatura. Per il resto, dice, completa libertà.
Ha cominciato lei con “Adorata”. Io non avevo ancora iniziato a leggere il libro di Raimo, però ho scritto: “Grazia,”. “la”, ha rilanciato lei. “tua”, ho scritto io. “partenza”, ha continuato lei. “mi”, ho digitato io mentre stavo al Pertini insieme a Le Sanglier, che doveva fare una visita dal dietologo perché, dice, vuole buttare giù la trippa che lo fa intruppare quando andiamo a ballare il tango (ed è vero, intruppa).
Da allora questo gioco s’incastona negli interstizi delle mie giornate, fra un treno Tivoli-Roma Tiburtina e uno Roma Tiburtina-Tivoli, un’e-mail con oggetto “RE: R: Re: RE: R: RE: riunio…” e un’altra “RE: R: Re: RE: R: RE: boicott…”, facce di studenti Erasmus che vanno e vengono, soldi che non ci stanno, bollette da pagare, quattro pagine del Peso di Raimo che mi s’incuneano nello stomaco.
Ogni tanto mi arriva un’e-mail della mia amica (“RE: R: Re: RE: R: R: RE: Letter…”) con la sua nuova parola e allora è il mio turno. Scrivo perlopiù con lo smartphone, dove e quando mi capita. Sul treno al mattino presto, all’università prima di entrare in aula, in bagno quando la stitichezza mi dà tregua, per strada sotto la pioggia delle sei, se ho campo anche in metro, mentre mi tengo in equilibrio schiacciata tra avvocati di Barberini e barboni dell’Esquilino. A volte non ho idee, né sentimenti, nemmeno per una sola parola.

Siamo a:
[RE: R: Re: RE: R: RE: Re: R: Re: RE: R: Re: R: Lett…]
“Adorata Grazia,
la tua partenza mi illumina, confido nella nostra terribile sorte.
Quando il deserto dei rododendri ci trasformerà, saremo finalmente lievi. Benedette le mani di chi prega: “Urielé mio! Mandiscar jo ùpia rododàktulos venèi”, con indomite anime.
Ma non dimenticare l’accento né l’apostrofo.
Dobbiamo avere pronti gli scudi per difenderci dai morenti spiriti.
Il coraggio sarà l’inizio o la fine del dolore, mia”.

Tocca a me, ma non c’è più niente da scrivere, né da dire.
“mia”?

7 pensieri su “Il peso netto della grazia, dopo Christian Raimo

  1. “Qualcuno lancia l’idea di uno sciopero, qualcun’altro di boicottare la riunione della prossima settimana – nelle riunioni dei docenti Erasmus si discute perlopiù dell’importanza di utilizzare in aula un lessico specialistico, per esempio il verbo “dedurre”.” Solidarizzo con gli insegnanti colleghi di L2 che hanno scelto la docenza a contratto all’università immergendosi volontariamente un mondo fatto di sfiga cosmica, ma a parte che ognuno sceglie da sé il proprio destino, se si sceglie di insegnare italiano agli stranieri sostanzialmente votandosi al martirio, sarebbe forse il caso di imparare prima a piazzare gli apostrofi al posto giusto. Va bene non dimenticare l’accento né l’apostrofo, ma neppure esagerare in quantità è consigliato. Lo dico più che altro perché sulla nostra categoria già si spalano abbastanza insulti in questi giorni, insinuando che non lavoriamo abbastanza, ci manca solo che ci diano pure degli ignoranti. Detto ciò, il romanzo di Raimo mi pare vada oltre queste considerazioni personalissime.

  2. quando leggo di questi momenti nella vita soffocata romana penso che siamo in molti a soffrire le stesse cose. Scrivere, quando si “la grazia” di trovare le parole è come respirare un po’. Tuutavia a volte basta allontanarsi anche solo per un po’ da Roma per sentirsi meglio. Il libro di Raimo è bellissimo.Complimenti anche qui.

  3. Ciao claudiab.,
    ti ringrazio per l’accurato lavoro di editing che io non ho, in questo caso e forse anche in qualcun altro passato, avuto il tempo di fare come di solito ci tengo a fare.
    Sono d’accordo con quanto dici sulle nostre penose condizioni lavorative, mentre non posso dire di sentirmi altrettanto solidale con gli insegnanti colleghi, i quali peraltro mostrano spesso di perdere di vista l’insieme nell’osservazione delle cose. Ma capisco bene quanto l’amarezza, alle volte, ci renda incapaci di godere, mentre ci fa stizzire per un apostrofo di troppo
    Detto ciò, mi preme aggiungere, neppure troppo a margine, che questo non è un blog dedicato al mondo dell’insegnamento dell’italiano a stranieri. Per tutte le discussioni relative al nostro lavoro, nonché alla differenza tra apocope ed elisione, possiamo scambiarci le nostre considerazioni sulla pagina dei numerosi gruppi Facebook o LinkedIn, nei quali sono certa che ci ritroveremo facilmente.
    Il romanzo di Raimo a me non piace, o non piace tutto, e l’ho scritto dentro un mio post, che non è una recensione (però, forse, che non è una recensione avrei dovuto dirlo, per una maggiore chiarezza finale), ed è certamente una considerazione personalissima, che anzi ambisco addirittura a chiamare “racconto”, malgrado certe imperdonabili trascuratezze ortografiche.
    Posso invece leggere una tua recensione a Raimo da qualche parte nel web?

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