Lezione di tango numero uno

Non ho mai capito la gente che balla. Intendo, non ho mai capito la gente che balla “per hobby”.
In effetti, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby. Che cos’è un hobby? Un’attività che si svolge nel tempo libero, a un livello presumibilmente amatoriale (se presumo male, allora non è un hobby, ma una professione, o che altro?). Cos’è, poi, il tempo libero? Il precario è perlopiù confuso su questo argomento, tuttavia, vivendo in società, intuisce che viene comunemente definito tempo libero quella porzione della giornata non dedicata ad attività di lavoro, o di studio. Ad ogni modo, la sua piramide dei bisogni resta pericolosamente instabile e sgraziata.
Dicevo, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby, anche nei periodi in cui le attività di studio e di lavoro mi chiarivano il concetto di tempo libero – in periodi simili il tempo libero equivale grosso modo, anche oggi, al tempo dedicato al sonno, all’alimentazione e a necessarie operazioni di espletamento, venendo in tal modo a riconfermare la necessità di rivedere le teorie di Maslow sulla piramide dei bisogni.
C’è chi dichiara la lettura tra i propri hobby, per esempio. Io mi sento tanto perplessa al riguardo, perché faccio fatica a vedere un hobby nella lettura e faccio fatica perché mi pare che, tendenzialmente, si assimili l’hobby allo svago e la lettura non è uno svago [esclamazione espunta, omissis], o non è solo uno svago. Altri, invece, dichiarano la scrittura, e io mi sento perplessa per la stessa ragione. Altri ancora indicano il giardinaggio, il calcio, il tennis, il nuoto, il cucito, gli scacchi, il bridge, il bricolage, il découpage, la nail art. Attività, queste, che si possono svolgere a livello professionale, ma che invece si sceglie di svolgere a livello presumibilmente amatoriale nel tempo libero, divenendo in tal modo un hobby. Io faccio fatica.
Ma ho già detto, mi pare, che faccio fatica ad avere un hobby, per via della mia perplessità riguardo alla sua definizione. Forse ho tanti hobby e non lo so. Confesso di avere le idee poco chiare su questo fatto.

Nel settembre del 2011 Le Sanglier ha proposto di iniziare a ballare insieme il tango. “Così, per hobby”, ha detto col suo candore di sempre. Io, dopo essermi mostrata perplessa, sono entrata in una spirale di angoscia.
Giovedì 27 settembre 2012 alle ore 20 mi trovavo al Teatro di San Pancrazio, sulla Gianicolense, dove i maestri di una delle decine di scuole romane di tango offrivano una lezione di prova gratuita a circa ottanta principianti assoluti di età compresa tra i venticinque e i settant’anni.
Per scegliermi un hobby, ho pensato allora, io ho bisogno dell’impressione di imparare a fare una cosa che non so fare e che, a un primo grossolano esame, non mi serve. Ho bisogno, cioè, di ribaltare la piramide dei bisogni e porre alla base l’apprendimento, anteponendolo ai bisogni primari della sopravvivenza (mangiare, per esempio).
Io non so ballare il tango. Meglio, io non so ballare, né ho mai avuto interesse a imparare, o a provare ad imparare. Il tango, inoltre, non mi serve. Soprattutto, il tango sta nella mia vita come un bidet sta in una sala da pranzo. Il tango è l’intruso individuabile con una certa facilità nel mio insieme di elementi contestualmente e funzionalmente affini. Il tango, con me, non c’entra un cazzo.
Questa deve essere certamente la ragione per la quale, la sera di giovedì 27 settembre 2012, io e il tango ci siamo abbracciati.
Ho pure abbracciato un sacco di uomini, tra cui, incidentalmente, Le Sanglier.

“Il tango – avevano scritto i maestri sui volantini pubblicitari della loro scuola – è molto lontano dai luoghi comuni e dai cliché che nel tempo gli sono stati attribuiti: una danza aggressiva espressione di una sensualità da operetta fatta di calze a rete e rose tra i denti. Fosse davvero questo, il tango Argentino non sarebbe mai uscito dalle ‘milonghe’ di fine ‘800 di Buenos Aires per diventare un fenomeno internazionale, una danza la cui dimensione interiore e intimista è di gran lunga superiore a quella coreografica più conosciuta. Il Tango è un Abbraccio” (sic, compresa l’assenza di altra eventuale punteggiatura, però, scusa, ti pare il momento di notarlo? Siamo qui a ballare il tango argentino, o il tango Argentino, o il Tango, non ho capito bene dove e quando ci va la maiuscola e dove e quando non ci va, forse dipende dall’intensità imprevedibile del sentimiento, perciò d’ora in poi mi riservo di variare anch’io).
Il Tango, prima di tutto, è un’esperienza di apprendimento della relazione sociale. Lo ha capito subito Le Sanglier quando, su richiesta del maestro, si è trovato ad abbracciare con variabile motivazione la sua compagna, giovani donne languide e incipriate signore dall’ampio girovita. L’ho capito io quando, ad occhi chiusi come la maestra suggeriva di fare, mi sono abbandonata con ponderata fiducia all’abbraccio del mio compagno, di giovani avvenenti uomini in assetto da guerra e di signori flatulenti dalle mani sudaticce.
Il tango, poi, è un’esperienza di apprendimento della relazione spaziale tra gli oggetti, animati e inanimati. Lo ha capito prima di me Le Sanglier mentre attraversava la pista col suo passo morbido e aggraziato di cinghiale, contravvenendo a tutte le leggi non scritte (o forse le hanno scritte, ma noi non le abbiamo ancora studiate) delle milonghe.
Le Sanglier non ha ballato il Tango: ha giocato all’autoscontro, quindi si è divertito. Io non ho ballato il Tango: ho trovato un hobby, quindi mi sono tranquillizzata.

C’è stata una lezione numero due, ma devo ancora capire se è stata di Tango.

4 pensieri su “Lezione di tango numero uno

  1. ehilà, bentornata!
    bello il tuo nuovo hobby. sono anni che voglio imparare a ballare il tango (che nella vita serve sempre, cit.), ma l’augusto marito si rifiuta, e rifiuta pure di mandarmici da sola. Ho scoperto che ci sono pure qui le scuole di tango. Però, ecco, se in italia la cosa potrebbe funzionare, qui mi sembra del tutto fuori luogo.
    ma forse invece non c’è un luogo. chissà.
    adesso m’è venuta voglia di nuovo.

  2. Che l’augusto coniuge si rifiuti di ballare il tango, è accettabile. Che si rifiuti di “mandartici” da sola, lo è un po’ meno, ecco. Io andrei, con o senza.

    Bentornata, sì, grazie, ma devo riabituarmi…

  3. Bello il tango. Imparare a lasciarsi guidare, con fiducia.C’è una scena incantevole in un film che porto sempre con me nel cuore. Ma tu la conosci, credo. Un abbraccio e ben tornata.

    “No mistakes in the tango, not like life. It’s simple. That’s what makes the tango so great. If you make a mistake, get all tangled up, just tango on.”
    (Scent of a Woman)

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