Il quaderno di scuola

Il giorno in cui persi il quaderno di scuola ero in seconda elementare. Forse in terza, non mi ricordo, certi dettagli stanno fuori fuoco e, se stanno fuori fuoco, decido che è perché non contano.
Alle elementari avevo un maestro molto efficace. Ci educava soprattutto con raffiche di schiaffi, ma qualche volta anche di calci, secondo la necessità. Poi, riservava trattamenti più personalizzati a momenti particolari. Un giorno afferrò la testa di Giada, che non si ricordava quanto fa sei per sette, e la fece rimbalzare quarantadue volte contro il muro mentre lei, nel frattempo, doveva contare. Furono però dei colpetti leggeri, una specie di palleggio di riscaldamento, forse per consentire alla testa di Giada di arrivare cosciente fino a quarantadue, e memorizzare il risultato. Immagino che se Giada non si fosse ricordata quanto fa sei per due, ci sarebbero stati dodici colpi più energici (ma non troppo, perché anche dodici sono tanti da ricordare). Ad ogni modo, non ho mai più visto Giada negli anni successivi e sono rimasta con la curiosità di sapere se, dopo quel giorno, la tabellina del sei le si fosse ben piantata nella testa o l’avesse lasciata sul muro della scuola.
Io venivo punita di rado. Non ero figlia di gente importante del paesello, però lo stesso venivo punita di rado. Suppongo fosse perché le tabelline facevo in modo di ricordarmele, non lo so. Una volta, però, ho ricevuto una sberla in testa, mentre ero in piedi vicino alla cattedra e il maestro, seduto, stava correggendo i miei compiti. Avevo sbagliato qualcosa e lui, per farmelo capire bene, mi colpì sulla nuca. Mi fece un po’ male, ma di più mi confuse sentire il cerchietto che avevo in testa sollevarsi e prendere il volo, vederlo improvvisamente comparire nel mio campo visivo, dall’alto, e atterrare sulla cattedra, sopra il mio quaderno aperto. Questo mi ricordo, tutto il resto è fuori fuoco, pure l’errore che avevo fatto nei compiti, perciò decido che non conta (di sicuro, però, non era una tabellina): il cerchietto davanti a me, cioè in un posto diverso da dove stava di solito; ero abituata a sentirlo più che a vederlo. Era un cerchietto foderato di raso giallo, con stelline blu e rosa. A furia di metterlo, il raso si era un po’ scucito, me ne accorsi solo a guardarlo da quella prospettiva, mentre il cerchietto mi compariva davanti, giallo a stelle blu e rosa sulla cattedra.

Il giorno in cui persi il quaderno, che non so se era lo stesso quaderno del giorno del cerchietto – sta fuori fuoco, e quindi decido che non conta – era un mattino presto, mentre mi preparavo per andare a scuola (grembiule nero pulito e stirato, fiocco rosa). Mia madre si arrabbiò moltissimo. Lo cercammo per tutta la casa, mentre lei mi andava rimproverando. Faceva sempre così, mia madre: quando si arrabbiava, le veniva meglio se nel frattempo ci faceva insieme un’altra cosa, cucinare, lavare i piatti, passare lo straccio sul pavimento e, quel giorno, cercare il mio quaderno per tutta la casa. Perciò lei, quando si arrabbiava, parlava con me, però quasi sempre da un’altra stanza, secondo quello che stava facendo, allora mi sentivo autorizzata pure io a fare un’altra cosa e me ne andavo in camera mia, che stava in fondo, lontano dalle stanze del giorno, e allora no, non andava bene perché così non potevo sentirla, quindi mi raggiungeva con lo straccio in mano, o le dita sporche di macinato.
Il quaderno però, quel mattino presto, non si trovò. Supplicai mia madre di non mandarmi a scuola, almeno per quel giorno. Mi feci venire il mal di pancia, il mal di testa, il mal di denti, il mal di cuore. Lei disse: “Tu oggi a scuola ci vai. Ci vai e dici al maestro che hai perso il quaderno, che per oggi è andata così, che ti scusi e che domani ce l’avrai”. Mentre me lo diceva, era altissima. Dovevo alzare la testa per guardarla.
Io, oggi che per guardare mia madre la testa la devo abbassare e quando l’abbraccio mi devo piegare e se mi piego mi fa male la schiena e quindi abbracciarla è doloroso, penso che dev’essere stato allora, un mattino presto, che ho sentito uno specie di strappo.
A scuola ci andai. Non mi ricordo se avevo il cerchietto in testa ma, se ce l’avevo, è possibile che me lo fossi tolta per istintiva prudenza. Quel giorno il maestro non mi punì. Solo molto tempo dopo ho saputo che mia madre aveva provveduto ad avvisarlo in anticipo di come erano andate le cose, chiedendogli di non prendersela con me, che ero molto preoccupata. L’ho saputo perché, è chiaro, io questa storia a mia madre gliel’ho ricordata per anni, finché un giorno lei s’è stufata e mi ha detto: “Oh senti, mo basta! Guarda che col maestro ci ho parlato prima di mandarti a scuola”. Però non lo so mica se è vero, o se è stato solo un caso.

Comunque io, oggi, quando perdo qualche cosa, non mi agito molto, se non è un quaderno. Ho dimenticato anelli e bracciali sul lavandino di tutti i cessi pubblici di tutte le città d’Italia e d’Europa in cui sono stata (perché, quando mi lavo le mani, me li tolgo e li poso sul lavandino, poi me li scordo lì), ho perso ombrelli, orologi, chiavi, borse, vestiti, un cellulare. Ho perso pure un bellissimo accendino d’argento ricevuto in regalo da una classe di studenti tedeschi alla fine di un corso, e sto ancora a chiedermi se per caso qualcuno di loro l’ha poi ritrovato in aula, dato che stava lì l’ultima volta che l’ho visto – cioè, l’ho perso praticamente subito – ma mi preoccupo più per i miei studenti, per l’idea che pensino che faccio finta che m’importa di loro e che invece non m’importa, piuttosto che per le conseguenze della mia perdita (per me, a dirla tutta, un accendino vale l’altro, mi basta trovarne subito uno in tasca quando mi voglio accendere una sigaretta), e penso a quanto sarebbe complicato stare a spiegare che il loro regalo è stato tanto, tanto gradito, che nessuno di loro è fuori fuoco nei miei ricordi, nomi, pure cognomi (tedeschi, e quindi impronunciabili), facce, voci, sorrisi, gesti, ma che, scusatemi, mi riesce tanto, tanto difficile non perdere oggetti che non siano quaderni, taccuini, libri, foto stampate e qualunque altra cosa che sia fatta di carta.

Mia madre, che è oggi è bassissima e non si sforza più di parlare in italiano con me perché pensa che io l’abbia imparato e che quindi adesso possiamo finalmente parlare nella nostra lingua, mi dice: “Ma ‘ndo la tì la coccia? Ie n’capisce ‘nda fì a perdert’ cirt’ cus’. A tte, se nn’è rrobba d’ scola, ‘n te ne freche nind’!”.

Ora, ci sono due livelli di lettura: il primo è quello vostro, dei lettori, che non conoscono né me né mia madre. È l’unico concreto, vero, l’unico a cui attenersi. Voi leggete un racconto, vi piace o non vi piace, e casomai pensate pure: ma sarà successo proprio così? Racconta i fatti suoi? Inventa? Tutti pensieri legittimi, che però alla fine lasciano il tempo che trovano. Il racconto vi piace, e può bastare. Il racconto non vi piace, e può bastare. […] Se chi scrive non fosse sfacciato, impudico, e in nome di un racconto capace di calpestare un sacco di cose, sarebbe piuttosto castrante. Insomma, quando scrivo e mi avvicino alla mia famiglia, non ci devo pensare che sto mettendo in piedi, forse addirittura sto inventando, la verità storica – un documento”.
(Francesco Piccolo, Postfazione a Storie di primogeniti e figli unici, Einaudi 2012, pp. 127-128)

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