Un cappuccino senza cacao per Francesco Piccolo

In questi giorni nutro un solo desiderio. Cioè, oltre al desiderio di una costosa vacanza di due settimane in un posto molto lontano dove non sono mai stata, oltre a quello di una casa mia a Roma invece che di un appartamento in affitto a Tivoli Terme, oltre a quello di lavorare in maniera pressoché continuativa (e non coordinata) in uno o due posti invece che in maniera pressoché coordinata (e non continuativa) in cinque o sei, oltre a quello di eliminare dal mio campo visivo e uditivo un numero considerevole e sempre crescente di persone, oltre a quello di imparare a coltivare la terra e ritirarmi dal consorzio umano e dalle minuzie della quotidianità cittadina, nutro un solo desiderio: essere Francesco Piccolo. Cioè, essere io, ma scrivere come se fossi Francesco Piccolo.
Non essendo ciò possibile, mi aiuto a stare al mondo leggendo quello che scrive. È chiaro che non è la stessa cosa. Può darsi che sia anche meglio, non saprei. Uno di solito, a questo punto della conversazione, cioè il punto in cui il suo condotto uditivo viene stimolato da un inatteso o ingiustificato comparativo, interviene prontamente e dice “Non è meglio o peggio, è diverso”. E io mi incazzo perché, più in generale, con questa storia che una cosa non è migliore o peggiore di un’altra ma è diversa, vogliamo intorpidire il desiderio di quelli che non si accontentano. Chi si accontenta non gode per niente, si accontenta e basta.
Io non mi accontento. Però, nel frattempo, leggo. Leggo soprattutto Francesco Piccolo. Mi piace leggerlo al parco, qualunque parco di Roma, con una panchina per letto, la borsa per cuscino e il fogliame degli alberi per tetto.
Solo che, a un certo punto, un punto che arriva dopo un tempo che, conteggiate le ore di chiusura dei parchi, va da uno a tre giorni, il libro finisce. Allora ne comincio un altro, a metà tra la voracità e l’apprensione, un po’ come quando mangi un piatto che ti piace moltissimo ma che non può mai essere fatto ogni volta allo stesso modo e, perciò, non sai se sarà buono come quello che hai mangiato la prima volta che t’è piaciuto, oppure come quando prendi un’altra porzione di bucatini all’amatriciana e ti chiedi “Mi farà mica male?”. Insomma sai che, a un certo punto, devi smettere. Devi fare altre cose. Per esempio, alzarti dalla panchina e uscire dal parco prima che chiudano. Riprendere la metro A, imbottita di gente come un panino di prosciutto (quello che ti fai a casa da solo, altrimenti è una costosa metro A con una fettina striminzita e ciò, malgrado adesso il biglietto costi un euro e cinquanta e non più un euro, è raro).
Ecco, è questo che non m’è mai piaciuto, oltre ad accontentarmi: smettere di fare una cosa che mi piace. O continuare a farne una che non mi piace. O anche ostinarmi a farne una che non mi riesce, per esempio scrivere un post godibile in questi interminabili giorni di questa ingodibile estate.

Comunque, vorrei dire a Francesco Piccolo che qui vicino a casa mia – che non è casa mia, ma è un appartamento in affitto – c’è un bar dove, quando ordini un cappuccino, ti chiedono ancora se lo vuoi col cacao. Cioè, qui l’evoluzione della polvere di cacao nel cappuccino si trova ancora al suo secondo stadio e, nel caso specifico di questo bar, la barista non impugna nemmeno la saliera obesa di cacao mentre s’informa sulla tua preferenza: te lo chiede mentre è ancora intenta a prepararti il cappuccino e, ciò è senz’altro da rilevare, lo fa voltandosi lentamente verso di te addirittura con una gentilezza mista a un inspiegabile timore (mi domando: che Francesco Piccolo sia passato in questo bar?). Però non dice “cacao”, dice “cioccolato”: “Ci vuole un po’ di cioccolato?”. L’ho sperimentato personalmente questa mattina. Mi pare un dettaglio non di poco conto, per chi è solito fare qualche resistenza. O, perlomeno, per chi non ami il cacao, o il cioccolato, nel cappuccino. Se per caso un sabato, o una domenica mattina, Francesco Piccolo si trovasse a passare sulla via Tiburtina che collega Roma con Tivoli – sebbene, me ne rendo conto, dovrebbero esserci buone e valide ragioni per farlo, e io non saprei suggerirne neppure una, fatta eccezione per certe bellezze archeologiche delle quali, tuttavia, il Comune di Tivoli pare curarsi assai poco, per cui, in definitiva, dovrebbero esserci buone e valide ragioni del tutto personali che, presumibilmente, non si è ben disposti a dichiarare – e avesse voglia di un cappuccino a colazione, ecco, sarei felice di segnalargli un bar dove la sua giornata potrebbe cominciare libera da tensioni muscolari. Almeno da quelle legate all’inammissibile sopruso del cacao non richiesto nel cappuccino.

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4 pensieri su “Un cappuccino senza cacao per Francesco Piccolo

  1. Adoratore e lettore compulsivo di Piccolo pure io. Quello che comincia col cappuccino è la separazione del maschio, il suo capolavoro assoluto.

  2. e siccome non so dove ma non è la prima volta che parli di Piccolo, ieri sono andata in libreria e ho comprato La separazione del maschio.
    Deduco dal commento di o’reilly che ho fatto la scelta giusta.

  3. @ O’ Reilly: poiché prendo in seria considerazione il tuo giudizio, devo dedurne che ho già letto il capolavoro assoluto di Piccolo e che tutte le letture successive saranno come mangiare un piatto di bucatini all’amatriciana di minore qualità. O’ Reilly, perché mi dai questo dolore?

    @ clotilde: l’ho ricevuto in regalo da Le Sanglier proprio ieri. Adesso ho appena finito “Allegro occidentale” (bello, molto bello, ma non quanto “La separazione del maschio”. Insomma aveva ragione O’Reilly?) e sto per cominciare con queste storie di primogeniti.

    @ Wonder: fammi sapere che ne pensi. Io sono in uno stato di ossessione.

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