Domani era ieri. Cinque appunti per una storia all’imperfetto, e un finale da scegliere

L’estate del 1990. Il campeggio in Valle d’Aosta.
Mio padre che ferma la macchina sul bordo di una strada a strapiombo su una vallata e ci costringe a scendere tutti per ammirare una cascata. Mia madre paziente, io ammusonita. Il filmino di mezz’ora che lui gira lì, sul bordo della strada a strapiombo sulla vallata. Quindici minuti di inquadrature sul profilo delle montagne. Lui che, telecamera in spalla, ci chiede a bassa voce di fare silenzio. Mio fratello che ha tre anni e i ricci biondi, e gli dice: “Papà, io sono stanco mortino”.
La Base Segreta che avevo stabilito in una radura, insieme a tre fratelli conosciuti al campeggio, di cui non ho saputo più nulla dopo quella vacanza.

Le estati degli anni ’90, tutte. Still got the blues, di Gary Moore. Avere un attacco di panico e dare di stomaco sui cavi degli amplificatori, durante un concerto, dietro il palco, pochi minuti prima di cantarla. Gli anni in tasca.

L’esame di Letteratura latina I, all’università. Lo schema dei metri impiegati nelle Odi di Orazio, attaccato al frigorifero in cucina. Tre mesi di colazioni acide, tra luglio e settembre.

L’estate del 2006. I mondiali di calcio. La piccola mansarda nel centro storico di L’Aquila, in via S. Martino, dove vivevo allora. Leggere in una giornata Chiedi alla polvere, con la febbre a trentotto, e poi tutti gli altri romanzi e i racconti di John Fante, uno dietro l’altro a letto. Non riuscire ad accettare, poi, che fossero finiti, i suoi libri e la mia febbre. Comunque, non rileggerli più, non per intero, non in un giorno.
Alla fine dell’estate, l’Inghilterra. Lasciare la gioventù a Wolverhampton, e non saperlo. Al ritorno, alcuni mesi dopo, intuire che non si è più giovani quando si comincia a ricordare (provare a dirlo meglio). Dover accettarlo.
Il fatto di finire, sempre, col tornare all’estate del 2006 e dire “Ecco, è stato allora. Mi ricordo che”, come fanno i vecchi.
(Mia nonna s’incanutì tutta a trent’anni, perché aveva perso qualcosa per strada e aveva cominciato a ricordare. Dover accettarlo. Eventualmente, approfondire)
Il fatto di non essere mai più tornata a L’Aquila, aver a malapena avuto la voglia (o che altro? Pensarci, ma non troppo) di vederla distrutta nelle foto e in televisione.

L’arrivo a Roma. Il lavoro, le persone. Le estati a Trastevere, di sera.
Cominciare ad avvicinarsi al punto in cui l’imbuto si restringe, e non è cono e non è collo. Accorgersene.

Quest’estate liquefatta, immobile. Pensare che “ha forma smisurata di donna seduta in terra, di volto mezzo tra bello e terribile”. Saperlo. Fare i conti con l’idea di non saperlo dire.

Annunci

4 pensieri su “Domani era ieri. Cinque appunti per una storia all’imperfetto, e un finale da scegliere

  1. Non mi pare proprio che tu non lo sappia dire. Quello che ci sforziamo di dire è una cosa che nella nostra testa necessita di infinite precisazioni e rielaborazioni, un frustrante gioco di approssimazioni successive, per fortuna questo il lettore non lo sa. E poi hai scritto “E non è cono e non è collo”, mi dà tanta, vicaria, soddisfazione e vorrei averlo scritto io.

  2. ah
    la Base Segreta.

    Io ho ne ho una in valdisusa – ma è da quando avevo quattro anni che non ci torno (non vorrei avere la certezza che il cane Briscola sia morto, Per me è ancora vivo e lotta insieme a noi, a 45 anni canini).

  3. Sì, è vero quel che dici sulla necessità, avvertita da chi scrive, di infinite rielaborazioni. Credo, però, che anche il buon lettore le possa percepire.

I commenti sono chiusi.