No Man’s Land. Post facile su un tema difficile

C’è una terra tutta pianure e campi, colline e vallate, fari e scogliere, montagne e alberi, vento e luce.
Puoi andarci d’inverno, quando la sera scende troppo presto e ti gela la fronte e il coraggio, o puoi andarci d’estate, quando i pensieri più balordi cagliano come un cartone di latte fresco lasciato al sole. Puoi andarci quando la gioia di certi attimi ti colora la faccia e ti spezza la voce, o puoi andarci quando la cupezza di certi giorni ha la vischiosità di una chiara d’uovo che ti rimane incollata addosso mentre vai impastando parole senza lievito e ti riesce poco o nulla.
Puoi andarci quando ti pare e però non puoi andarci quando ti pare. È una questione di esercizio.
Questa terra, infatti, sta in un posto lontanissimo e sta in un posto vicinissimo. Nell’una e nell’altra possibilità, per andarci non servono aerei, né treni, né automobili, né una vespa. Non ci vogliono nemmeno i piedi. Neanche una boccia di vino, neppure mezzo spinello. È molto più semplice, ed è molto più difficile.

Ci vado quando, affacciandomi al mattino presto sul balcone di quest’angolo alla periferia di Roma, mi pare che le strade si siano ristrette durante la notte. Ci vado anche solo per restare in forma. Ci vado spesso; a volte ci sto solo per qualche momento, altre volte, se posso, ci resto per giorni.
In quella terra non ci sono spot pubblicitari ogni dieci minuti di un film alla tv, non ci sono liti né conti da servire o vedersi servire, non ci sono separazioni, oggetti da restituire, non ci sono traslochi né affetti persi per strada, non ci sono mestieri, valigie da fare, facce da indossare, né le altre minuzie avvilenti del quotidiano. Questo, però, non vuol dire che non ci sia pena, o che non occorra quella mezz’ora di pazienza ogni tre quarti d’ora che ci vuole a stare qui, sul balcone di un angolo di periferia, o sul balcone di un centro storico, o in mezzo al traffico, o in un ufficio postale, o in un’aula, o in un corridoio, o chiusi in un ascensore che non ferma mai al piano dove volevi andare. Significa solo che puoi provare liberamente il piacere d’incontrarti o di buttarti via, secondo il gusto o il momento.

È un posto dove bisogna andare almeno una volta nella vita, ma è preferibile andarci un’ora al giorno, tutti i giorni. Va bene anche quando corri al parco, se corri (io non corro, fumo ventitré Lucky Strike Blu al giorno e, fidati come io mi fido di te che corri al parco, ci vuole un allenamento bestiale anche per questo).
È probabile che tu, adesso, ti sia fatto una certa idea di questo posto dove mi piace andare spesso e, immaginando che sia il posto più consigliato di tutti i tempi, voglia mandarmici volentieri. Ma no, non è quello: là, di solito, non ci vai di tua iniziativa.

Comunque, quando vai, devi ricordarti la strada che fai, per riuscire a tornare indietro, poi. Perché, ecco, dimenticavo la cosa più importante: è sempre meglio tornare, dopo un po’.

 

[La prima parte del titolo di questo post viene da una pagina di Nina Berberova]

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2 pensieri su “No Man’s Land. Post facile su un tema difficile

  1. hai ragione, è sempre meglio tornare…
    un bacio e se non commenterò sovente, è perchè là, dove sarò, si è un po’ isolati tecnologicamente… mi collegherò ogni qualvolta sarà possibile, prometto!
    L’ALeS

  2. Ale, l’isolamento – tecnologico, sì, ma non solo, è scritto nel post – può essere salvifico in certi periodi. Andrebbe prescritto nelle cure mediche (forse lo fanno in alcuni casi?). Perciò goditelo tutto, insieme alle tre cozze attaccate al pareo.

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