Stanno tutti bene

(Paesello, 22 giugno e vento che viene dal mare)

Siamo riuniti intorno al tavolo del soggiorno, io, Svevo, Maria, il fratello Houston e il cane. Sono tutti contenti del mio inatteso ritorno, addirittura il quarto dall’inizio di quest’anno, e ciascuno me lo dice a modo suo.
Maria e Houston vanno discutendo su non so che cosa, quasi certamente sull’esame di Ricerca operativa che lui avrà il mese prossimo, e per il quale sta studiando meticolosamente un giorno alla settimana (che bel nome, “ricerca operativa”, penso. Chissà di che parla. Lo chiedo a lui ma non me lo sa dire). Il cane boccheggia sul divano. Svevo mangia pomodori e mozzarelle, a Danzica, sguardo torvo rivolto al televisore.
Stanno tutti bene.
“Che la guardi a fare?”, lo tormenta Maria, “Tanto si sa chi vince”. Lui si fa ancora più torvo, rimane in silenzio per qualche istante e poi, continuando a fissare lo schermo, sentenzia con solennità sciamanica: “Lu pallò è rutunn'”. “In che senso?”, intervengo. Lo so in che senso, ma mi piace sentirlo rielaborare in abruzzese e a lui piace che io glielo chieda. “Nel senso che è rutunn'”, mi spiega più chiaramente. “Sì, ma che vuoi dire? È rotondo e quindi?”, insisto, non voglio perdermelo. “È rotondo e quindi ‘npù mai sapè”. Eccolo, il suo gol. Questo volevo sentire, perché se non lo sento almeno una volta nelle quarantotto ore del mio soggiorno, è come se al paesello non ci fossi venuta. Mio padre, a modo suo, è un agnostico e stasera si aggrappa ai suoi principi con particolare ostinazione. Lo stuzzico ancora un po’, “Va bene, ma qua non ci sono dubbi”. “E chi l’à ditt’? Npù mai sapè ‘nda s’ va r’ciummichenn'”, e con le braccia e le mani fa il gesto di rotolarsi.
Stanno tutti bene.
Comunque è un quattro a due. La Germania segna a ripetizione. La Grecia si sgonfia, il pareggio era una bolla speculativa e le tocca fare i conti con la realtà (così, il mattino dopo, ne avrebbe parlato un giornale). Mio padre non dice una parola al riguardo. Ha i gomiti piantati nel tavolo, il mento affondato in tutte e due le mani. Poi rompe il silenzio e dice: “Vuoi vedere le foto di quando eravate piccoli, che le ho passate tutte sul computer?”.

Mia madre sta imparando a usare internet. La sua collega di una vita va in pensione, ci sarà una festa d’addio, lei ha preparato un video per l’occasione. Le canzoni le ha trovate su YouTube. Mi fa vedere come ha imparato a salvare le ricerche fra i segnalibri, “qua dove sta la stelletta”.
“Ti va di imparare anche a salvarti una playlist su YouTube?”, le chiedo. Aspetto la reazione, che arriva quasi immediata, appena il tempo di processare il mio input. “E che è?”, domanda. “È come una cartella, dove ti ci metti tutti i video che ti piacciono e poi li trovi sempre lì”. Gli occhi verdi le si accendono come due abbaglianti nuovi di zecca. Cominciamo a creare un account su Google. Ci vuole un indirizzo e-mail. “È inutile, tanto poi non me lo ricordo, né quello né la password”. “Nemmeno se scegliamo delle parole particolari? Per esempio, adesso hai imparato a usare un po’ internet. Che ne dici di mariatecnologica, ti piace?”. Ride, “Vabbè”. Come password scegliamo il nome del cane e l’anno in cui è nato, una data importante quanto quelle della nascita mia e di mio fratello.
“Ok, fatto. Allora, ricapitoliamo: il tuo indirizzo e-mail è mariatecnologica, chiocciola e poi?”. Silenzio. Mi guarda un po’ intimidita, poi comincia a riciummicarsi tutta di risate. “Ma l’abbiamo visto trenta secondi fa…”, le dico simulando stupore e disappunto. Non provo né l’uno né l’altro, ma così lei si diverte ancora di più e può dirmi, come infatti mi dice, “E n’a m’arcord, k’ vù?”. Lo ripetiamo di nuovo, e infine creiamo il nostro canale su YouTube. Rimane davanti al computer fino a mezzanotte, lei che entro le dieci stramazza, e io penso che in effetti certi palloni sono rotondi.

Quando tutti se ne sono andati a letto, passeggio al buio sul balcone, con un bicchiere di passito per prendere sonno.
Giro intorno alla casa che Svevo e Maria hanno costruito un pezzo alla volta in trent’anni. Un lato dell’edificio si affaccia su un campo incolto. Sta lì da quando sono nata, a nessuno è mai venuta voglia di farne qualcos’altro, un campo coltivato, un campo da calcio, o anche solo un campo. Non vedo niente, non mi va di accendere la luce, mi piace stare al buio su questo balcone nelle notti d’estate. Poi pesto la merda del cane. Non accendo la luce nemmeno allora. La certezza di essere a casa, qualche volta, mi tranquillizza.
Riparto la domenica pomeriggio subito dopo pranzo, col fresco delle due. La sera, prima di Italia-Inghilterra, mio padre mi manda su DropBox duecentocinquanta megabyte di foto, quelle di quando eravamo tutti piccoli. Stavamo tutti bene.

7 pensieri su “Stanno tutti bene

  1. mi sa che cercherò di guardarlo, ma cos’hai tu in comune coi personaggi, a parte la lontananza dal suolo natio?

  2. Mi hai regalato un bellissimo momento!e mi sarebbe piaciuto essere lì a bere passito e schiacciare la merda del cane
    Lucia

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