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“Tu i bbone sole pe li libbr’!”.
È lessico famigliare, ci sono affezionata. Sono cresciuta sentendomelo ripetere ad ogni buona occasione.
Le buone occasioni in famiglia erano molte, perché Svevo, in quanto a lessico famigliare, è un uomo sincero e abruzzese. La frase veniva pronunciata, ora con ironia, ora con sarcasmo, ora con stizza, ora con affetto, ora con un po’ di tutto, quando dimostravo certe mie incapacità pratiche. Collegare i cavi del videoregistratore quando volevo registrare un programma alla televisione, per esempio. Rientrare nel vialetto di casa a diciotto anni freschi di patente, lasciando intatta la fiancata della macchina.
Però che significherà mai, mi chiedevo allora, essere buoni solo per i libri? Doveva essere certamente una brutta cosa, come quando comunemente si dice “Tu sei buono solo a criticare”, o “Tu sei buono solo a…” fare questo o quell’altro. Quell’avverbio, poi, incastonato in mezzo alla frase, quasi al centro, a suturare predicato e limitazione, significa che tu eccelli senz’altro in qualche cosa, che però non è una cosa importante, o apprezzabile, o utile, o la cosa di cui ci stiamo occupando ora mentre parlo con te, che purtroppo sei buono a qualcosa che non è la cosa di cui ci stiamo occupando ora mentre parlo con te.
Al contempo doveva essere pure un bell’affare, perché Svevo pagava volentieri tutti i miei libri. A undici, dodici anni c’era un rito al quale mi ero legata. Mi facevo accompagnare in una piccola libreria nel paesello vicino, e stavo lì a scegliere il libro che mi avrebbe comprato. Nel frattempo lui parlava con la libraia, una signora sulla cinquantina che insieme ai libri vendeva anche palette, secchielli e formine per la sabbia – la spiaggia stava lì di fronte. Oggi mi chiedo, se allora avessi desiderato solo palette, secchielli e formine, cosa sarei stata buona a fare? Secondo me a collegare i cavi del videoregistratore e a rientrare in macchina nel vialetto di casa prendendo bene le misure.

Questa storia dell’essere buona solo per i libri è andata avanti negli anni.
Svevo, a un certo punto, deve aver accettato il mio limite, come si fa coi figli scemi, perché ha cominciato a dire la stessa frase con un tono più serenamente rassegnato.
“Va bene… Parliamo un attimo di cose pratiche”, mi dice oggi al telefono, nel bel mezzo di una conversazione in cui gli sto raccontando qualche cosa che ha a che fare con il mio lavoro, che non ha a che fare direttamente con i libri, ma certo è passato a lungo, e passa ancora, in mezzo a libri, carte da spaginare, saperi in cellulosa – mio padre, probabilmente, come del resto anche qualche mio amico della mia stessa generazione, mi immagina intenta a correggere compiti con quella matita per metà blu e per metà rossa con cui si segnavano errori gravi ed errori meno gravi a scuola (si usa ancora? Nelle versioni di greco e di latino al liceo, tre segni rossi equivalevano a un segno blu, quindi a un voto in meno. Io non l’ho mai capita, la distinzione cromatica della gravità).
“Va bene… Parliamo un attimo di cose pratiche”, mi dice, e mi ricorda che devo pagare la revisione della macchina, che lui la sua l’ha già pagata. Io rischio di scordarmene. È vero, due anni fa ho dimenticato di esporre il tagliando dell’assicurazione e ho pagato una multa, al prezzo di due edizioni tascabili Einaudi, o tre Feltrinelli. Sarà stato sicuramente perché mi sono istupidita sui libri.
A furia di leggere, poi, può succedere che ti viene voglia anche di scrivere ogni tanto, (ma di scrivere viene voglia comunque a tutti, e) questo dev’essere assai più molesto, perché diventa potenzialmente dannoso anche per gli altri, un po’ come le sigarette, quando scrivono sul pacchetto che fumare nuoce a te e a chi ti sta intorno; mi pare che ci sia scritto anche “gravemente”, non me lo ricordo malgrado ne compri uno al giorno, però mi ricordo che la scritta non è né rossa né blu. Dovrebbero scriverci “Sei buono solo a fumare!”, secondo me ha il pregio di creare più dubbio sulla reazione che uno dovrebbe avere.

L’anno scorso, mentre tentavo senza risultato di montare da sola un divano-letto appena comprato, un’amica ha commentato alla maniera sveviana. Non mi ricordo cosa ho risposto, ma sono sicura di aver detto una frase diversa da quella che avrei voluto. Perché essere buoni solo per i libri significa pure educarsi a dire verità alternative (non falsità: verità alternative). Anche questo, però, non lo so se sia buono. Ero un po’ arrabbiata con lei, ma non per la frase. Per il plagio. Quella era una frase di mio padre, solamente da lui la potevo sentire.

Comunque hanno ragione loro. Essere buoni solo per i libri è una grande, grandissima fregatura. Anche se non ho capito bene che significa. Infatti non mi viene nemmeno il titolo giusto per questo post. Magari c’è qualcuno che è buono solo a mettere titoli.

6 pensieri su “[senza titolo]

  1. Bene, allora, considerando l’intensità interattiva di questo blog, sarà opportuno specificare il seguente articolo (generalmente il numero 8 o il numero 9 nei bandi di concorso per il conferimento di incarichi glottopipponici): “Tornasole si riserva di procedere all’affidamento dell’incarico anche nel caso in cui pervenga o sia ritenuta valida una sola domanda”😀
    La domanda va presentata entro (e non oltre, dovesse essere poco chiaro “entro”) le ore 12 del 5 luglio 2012. Dunque dobbiamo aspettare prima di assegnare a te il titolo.

    (Pronta/e per la partenza?)

  2. ecco io neanche a mettere i titoli sono buona! mi sa che vince la Uonder, anche lei è di quelle che poi scrivono! arghhh che invidia (quella buona, ovviamente)!
    baci

  3. ecco volevo solo aggiungere che io, adesso dopo aver spento il pc, alla temperatura di ca. 34 °C, mi recherò giù al parcheggio, dove trovasi posteggiata la mia auto, per riempire il serbatoio dell’acqua per il parabrezza … questo per dire che magari non so mettere il titolo ad un post, in quanto stravotata alla praticità, e che forse dovrei leggere di più, così magari eviterei di stuccare, martellare, dipingere e aggiustare tutto ciò che mi capita a tiro… e il coniuge non avrebbe più scuse!
    l’ales

  4. no, è giusto come lhai detto tu! quindi non si può nemmeno smussare… così si è e così si rimane, ma non ne sono proprio convinta.
    LAleS

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