Yefumi

Nel periodo Edo, a seguito della rivolta di Shimabara terminata con il massacro dei cristiani e la cacciata dei missionari, venne introdotto in Giappone il rituale dello Yefumi per vietare l’accesso agli stranieri. A tale pratica dovevano sottoporsi i coloni europei che si recavano nell’arcipelago per ragioni diplomatiche e commerciali. A costoro veniva chiesto di calpestare il crocifisso, o un’immagine della Vergine. Chi si mostrasse riluttante a compiere il gesto, dichiarava in questo modo la sua cristianità e diveniva nemico.

La sera del 10 giugno dell’Anno Domini 2012, per le strade di un paese alla periferia di Roma noto per le sue acque termali e per l’olezzo sulfureo che stringe in ostinato abbraccio le narici dei suoi abitanti, passava la processione dietro al Corpus. Alle finestre di tutte le case, spalancate come bocche a ricevere l’ostia, stava la lingua giallognola di un lume acceso; dai balconi occhieggiava la porpora dei drappi, bordati di ricami dorati. S’affacciavano pure crocifissi, dipinti, fiori e piante.
Morelle Rouge e Le Sanglier stavano cenando con una frittata di patate e una melanzana arrostita. Le loro finestre erano socchiuse; sul balcone uno stendipanni carico di biancheria stesa ad asciugare.
Rincasando poco prima della cena, Le Sanglier aveva trovato il cancello del loro palazzo scardinato, il viale lastricato di vasi di sempreverdi che prima non c’erano mai stati, i condòmini riuniti sul ciglio della strada attorno a un tavolino coperto da un panno bianco, sul quale, perfettamente al centro, stava l’immagine sacra.
“Buonasera”, aveva detto col tono allegro e cordiale di tutti i giorni. “Buonasera”, avevano risposto i vicini col tono d’accusa di un giorno decisivo. Una di loro lo aveva tirato per una manica e, accennando con la testa al balcone dove stava lo stendipanni, aveva chiesto: “E come? Voi non lo mettete il telo?”. “Che telo?”, aveva chiesto lui, candido e un po’ confuso. “Eh, il telo!”, aveva risposto lei, indicando i panneggi dei drappi che sventolavano dalle ringhiere di tutti i balconi della via, eccetto uno. “Ah, no, noi le pulizie le abbiamo fatte oggi pomeriggio e i tappeti li abbiamo già sbattuti”. La signora si era ritratta in una smorfia di sdegno e incredulità, la stessa che le aveva sfigurato il volto quando, tempo addietro, aveva avuto la premura di citofonare a tutti i condòmini per ricordare, o far sapere a chi non lo sapesse, che quel giorno il prete sarebbe passato a benedire le case, e dai due pagani s’era sentita rispondere che no, grazie, noi siamo a posto così.
Morelle Rouge e Le Sanglier, mentre cenavano nella sera del 10 giugno dell’Anno Domini 2012, hanno abbassato il volume della radio che stavano ascoltando in cucina, per non disturbare le preghiere e i canti dei fedeli in processione. Questo avevano voluto farlo, perché sembrava loro una cosa buona. “Signore, quando non so accettare le pene della vita, aumenta la mia fede”, andavano dicendo in coro lungo la via, passando sotto i balconi drappeggiati e sotto il balcone con lo stendipanni, mentre loro in cucina chiacchieravano a bassa voce e non si davano pena di sapere quale fosse il migliore dei mondi possibili.

Il pomeriggio di quello stesso giorno, dopo aver sbattuto i tappeti e prima della processione, Morelle Rouge si era curiosamente imbattuta nella lettura di una certa pagina di un libro che, dopo la processione e prima di andare a dormire, ha voluto rileggere a modo suo:

Pangloss intanto lo tirava per la manica: “Amico mio,” gli diceva, “ciò che fate non è bene, voi venite meno alla ragione universale e scegliete male il momento.”
“Sangue di Giuda!” rispose l’altro, “io sono marinaio e sono nato a Batavia; ho calpestato quattro volte il crocefisso in quattro viaggi in Giappone; hai proprio trovato l’uomo giusto per la tua ragione universale!”
[Voltaire, Candido o l’ottimismo, traduzione e cura di Stella Gargantini, edizione Feltrinelli 2011, p. 28]

8 pensieri su “Yefumi

  1. sai come la penso in merito. ecco magari non farei Yefumi, perchè la croce non è solo il simbolo della religione per me, ma anche della cultura del mio Paese in qualche modo, però quante beghine ci sono in giro! mi chiedo cosa votino…

  2. Pienamente in accordo con te sulla significanza culturale della croce, e mai farei Yefumi.
    Diciamolo subito, dovesse mai scatenarsi un putiferio con questo post (ma non credo, questo posto non è così frequentato). La processione è antropologicamente interessante, per me. Epperò mi piacerebbe stendere i panni sul balcone senza che mi si chiedesse spiegazione.

  3. ma io, cresciuta in una famiglia cattolica e praticante, che sono andata al catechismo tutti i giovedì che non ne saltavo nemmanco uno al contrario di mia sorella, che mi svegliavano alle otto la domenica perché si doveva andare tutti insieme alla messa delle nove, che quando mi sono sposata mi han regalato l’abbonamento a famiglia cristiana, io questa cosa dei teli sul balcone non so mica cosa vuol dire.
    son riuscita a passare indenne attraverso tutti questi anni di dottrina, ecco.

  4. Non sai cosa vuol dire nel senso che a casa tua non si faceva o nel senso che non l’hai mai vista?
    Anch’io, come te, sono passata attraverso tutta la trafila dell’indottrinamento. Indenne è una parola grossa, però, se considero i sogni e le influenze che agiscono al di sotto della coscienza. E il post.

  5. Mah, io sono atea e non sopporto i preti, per me siete stati fin troppo gentili ad abbassare la radio: loro hanno abbassato i loro canti mentre passavano sotto le vostre finestre? L’educazione dovrebbe essere cosa reciproca. O no?

  6. Benvenuta da queste parti, clotilde!
    Non saprei, l’educazione è una parola a maglie larghe. Loro no, non hanno abbassato il volume dei canti, ma perché avrebbero dovuto? Avevano qualcosa da “festeggiare”. A me sta bene (mentre abbasso la radio, un paio di sbuffi dentro casa mia me li concedo, diciamolo). Quel che mi sta meno bene è che la mia scelta di non partecipare alla festa, espressa in qualche modo nell’assenza del “telo” sul mio balcone, gode di minor consenso presso di loro.

  7. non conosco la pratica, non l’ho mai fatta né vista fare.
    vabbè, ce n’è una montagna di cose, sarà mica questa quella che mi turba.
    hai ragione, proprio indenne no, che è vero che l’amica Cosci c’ha i piedi a mollo, nel catechismo.

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