Rimeggiando con Annette, dove il cielo è sempre blu (vieni, vieni anche tu)

[Il post più seriamente mentecatto dell’archivio di Tornasole]

Ieri ho passato un’ora abbarbicata alla scrivania ad ascoltare una canzonetta che, chissà perché, m’è tornata in mente.
Mi piace la parola “abbarbicato”. L’ho imparata verso i sei o sette anni con la sigla di Là sui monti con Annette, che cominciava così: “Vive Annette in un villaggio dal bellissimo paesaggio, sulle Alpi è abbarbicato in un posto un po’ isolato”. Da allora non ho più potuto fare a meno di dire “abbarbicato”. Quella di Annette è la canzonetta che ieri, a più di due decenni da allora, mi ha abbarbicato alla scrivania, ipnotizzandomi.
Ma che fraseggio mirabile! “Vive Annette in un villaggio dal bellissimo paesaggio, sulle Alpi è abbarbicato in un posto un po’ isolato”! La Valeri Manera, con i suoi testi, ha educato una generazione di aspiranti rimatori e rimatrici che, al mattino presto, prima di andare a scuola, pasteggiavano con latte e biscotti davanti alla televisione.
Solo oggi, inoltre, mi sorprendo a notare come la melodia del canto della leggendaria Cristina D’Avena tripartisca i nuclei informativi in tutte e due le frasi: “Vive Annette”, pausa, “in un villaggio”, pausa, “dal bellissimo paesaggio”, e da capo “sulle Alpi”, pausa, “è abbarbicato”, pausa, “in un posto un po’ isolato”, con il terzo elemento di entrambe che indugia musicalmente sulle informazioni più rilevanti, cioè che il paesaggio è bellissimo e un po’ isolato. Devo molto ad Annette, e agli altri cartoni animati di quel tempo.

La storia proseguiva e tu, mentre facevi colazione già confezionata dentro il tuo grembiule di scuola (nero con fiocco rosa), imparavi l’arte della rima e l’induttivismo dell’apprendimento linguistico: “ed Annette ha un fratellino…” (ipotesi: “ed è birichino?“), “… si chiama Dany ed è birichino” (conferma dell’ipotesi, generale senso di soddisfazione e benessere), “che però lei vizia un po’…” (momento di incertezza e di timore, information gap, problem solving. Che fa? Che fa? Lo rinchiude nel comò? Gli pulisce il popò? La verità, vi prego, sul vizio!), “… non gli sa mai dir di no” (ah… Ma certo!).
A questo punto il coro (era il Piccolo coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre? Non me lo ricordo) erompeva, su un’inattesa e sconosciuta ritmica un po’ latina, un po’ bossanova (che, sulle Alpi, ci sta come il cacio sulla fonduta di cioccolato), “Là, sui monti con Annette, dove il cielo è sempre blu”. Tu venivi colta di sorpresa, ma solo un po’. Restavi ad aspettare la rima, abbarbicata sulla sedia, col fiato sospeso e il biscotto a mezz’aria che, già inzuppato di latte, si spezzava sul più bello e precipitava nella tazza colma nel momento decisivo che confermava la tua ipotesi sulla rima, “Là, con Dany e con Lucien, vieni vieni anche tu”, e al contempo ti costringeva ad andare a cambiarti di corsa il grembiule nero col fiocco rosa che avevi già addosso dalle sette e mezza del mattino. Impossibile evitare il rimbrotto di tua madre, che il grembiule nero e il fiocco rosa te l’aveva stirato alle sei e mezza.
Questo era il momento in cui il mistero s’infittiva, l’attenzione alla rima sfumava e con essa quella prestata all’intero significante, la situazione diventava più interessante nel suo significato (ed era anche il momento in cui la televisione decideva di far cominciare la puntata tagliando la canzone, che infatti si può ascoltare nella sua versione integrale solo negli album Fivelandia 2, Bim Bum Bam vol. 2, Le più belle canzoni di Cristina D’Avena, e altri): se Dany è il fratellino birichino, chi è Lucien? Prendevi un altro biscotto, perché, da bambini, gli interrogativi lasciati senza risposta non si possono accettare. Attendevi con pazienza gesuitica che il ritornello venisse ripetuto un’altra volta, e ascoltavi fiduciosa il seguito.

Poi Annette ha un buon amico
In Lucien che è un po’ spaurito
Sempre dolce ed affettuoso
Molto in gamba e coraggioso.

Era lui (ma noi, a sei o sette anni, non potevamo ancora saperlo). L’amico delle donne. Il maschio che tutte le femmine, da un certo momento in poi, cercano disperatamente, dolce e affettuoso, molto in gamba e coraggioso, ma necessariamente un po’ spaurito, perché è il suo smarrimento che ce lo rende caro. Caro, non sessualmente desiderabile, perché Lucien lo vogliamo per confidargli i nostri problemi, mica per giocare al dottore. Quest’altro tipo d’uomo, quello con cui giocare al dottore, non può concedersi d’essere spaurito neppure per un momento, deve avere le idee sempre chiare, dev’essere sicuro, saldo, granitico, non troppo dolce e affettuoso, anche un po’ stronzo. La storia dell’amicizia tra Annette e Lucien è la principale responsabile di una serie di discutibili comportamenti femminili, a mio dire assai deplorevoli, che, molti anni dopo e in altri ambiti musicali, Elio e le Storie Tese avrebbero magistralmente interpretato:

Lui: Mi drogo, bestemmio, picchio i bambini e non ti cago.
Lei: Ti amo !
Lui: Mi faccio il culo quattordici ore di seguito per mantenerti e ti cago.
Lei: Ti lascio per un tossicomane che non fa un cazzo tutto il giorno, che bestemmia e picchia i bambini.

Ma torniamo alla beatitudine dell’infanzia, e alla storia di Annette e Lucien:

Ed insieme i due amichetti
Sembran proprio due bei diavoletti
Di continuo bisticciando
Sempre quando stan giocando.

Qui cominciava il dubbio, si affacciava l’idea di non averci capito niente. Assai complesso e lungamente dibattuto, il bisticcio è il principio del pasticcio. Che cosa faranno davvero Annette e Lucien abbarbicati lassù sulle Alpi, quando la puntata finirà? A che gioco giocano? Perché non ce lo dicono? E Giovanni, quello che a scuola mi tira i capelli, lo fa perché vuole essere dolce e affettuoso come Lucien o perché vuole giocare al dottore? Qui s’annidò l’equivoco dell’aut aut, ciò che induce le donne a ritenere inaccettabile l’ipotesi che Lucien possa voler fare coscienziosamente tutte e due le cose, essendo individuo dotato di anima e ramazza (seppur in misura variabile).
Un’irrinunciabile nota linguistica a margine: io, che ero una bambina abruzzese e a casa mia il troncamento sillabico c’era solo per San Gabriele e per il Gran Sasso e quello vocalico solo per il Signor, non riuscivo a capire perché Annette e Lucien non “stanno” giocando, ma “stan” giocando. Tuttavia non potevo fare a meno di ripeterlo a pappagallo in altre occasioni, verificando sul campo lo stadio del mio apprendimento linguistico. Così, quando passeggiando con mia madre dicevo: “Guarda! Quei due bambini stan giocando! Sembran proprio due diavoletti!”, mia madre replicava con tono affettuoso e un po’ canzonatorio: “Uè, e che vieni da su?”. No, io no, mamma, però Annette sì, lo sai? Sta su, sulle Alpi, dove c’è un villaggio abbarbicato in un posto un po’ isolato. Restavo dubbiosa sull’efficacia comunicativa della struttura diligentemente acquisita. Perché mia madre non diceva “stan”, nemmeno quando cantava, e i suoi amici piemontesi che venivano in vacanza al paesello sì? A chi dovevo dare retta?

La chiusa arrivava con due strofe che, a mio modesto avviso, andrebbero studiate dai luminari della sociologia, della psicologia e della storia sociale.

Ed Annette è un po’ aggressiva
Ma sincera e comprensiva
E la senti litigare
Se Lucien la fa arrabbiare.

Ma le torna il buonumore
Come d’incanto scompare il rancore
Or la lite è già scordata
Lascia il posto a una risata.

Si voglia riconoscere (e perdonare) alla Valeri Manera la responsabilità d’aver provveduto a salvaguardare e riconfermare una generazione di femmine che amano troppo e che, come d’incanto, scordano qualunque lite con qualunque Lucien. Questa donna, con due strofette, ci ha tramandato quel lessico della tolleranza che poi Mia Martini, in altre tradizioni musicali, avrebbe di lì a poco chiarito e approfondito: “La pazienza delle donne incomincia a quell’età, quando nascono in famiglia quelle mezze ostilità”.
Ancora una nota linguistica: si riascolti più volte il verso “Come d’incanto scompare il rancore”, al minuto 2.22. La D’Avena non andrebbe forse ammirata già solo per quello sforzo penoso che deve aver fatto a imparare a pronunciare “il rancore”, scandendo con limpida perfezione la sequenza di elle-erre e sfidando così le insidie fonetiche di due suoni dentali consecutivi, uno laterale e uno vibrante, che comunemente produrrebbero “irrancore“? Dirlo non è difficile: “il…”, prendi tempo, la lingua va su, poco al di sopra dei denti, se vuoi puoi fare una pausa di un secondo, “… rancore”, la lingua rimbalza un po’ più su e arrota la lama del rancore. Lo sappiamo fare tutti (tranne Le Sanglier, che ha la erre moscia e gli puoi mettere davanti qualunque altra consonante o vocale d’appoggio cui abbarbicarsi senza successo, però questa è un’altra storia). Ma cantarlo? Cantarlo senza andare fuori tempo, senza impedimenti e senza rancore per la Valeri Manera che ha scritto questo verso? Io ci ho provato, al primo colpo non riesce, in generale ci vogliono almeno cinque tentativi. Tre, se nella vita fate gli insegnanti di italiano per stranieri e siete educati alla dizione, due se fate gli attori di teatro, o i cantanti professionisti. Provate anche voi e fatemi sapere, perché ci tengo moltissimo.

Infine le rime. Oh, le rime. Non posso resistere alla tentazione di fare una rima ogni volta che sento una parola. Le sigle italiane dei cartoni animati giapponesi dei primi anni ’80 sono forse le principali responsabili di questo molesto tic comportamentale.
Le origini dell’infelice nomenclatura attualmente affibbiata alle categorie nelle quali ciascun post di questo blog viene pubblicato e archiviato si devono a un’infanzia insieme ad Annette e altra gente, tra grembiuli e fiocchi inzaccherati di latte e biscotti. “I fidanzati disgraziati”, “Il parentado brado”, “Il mestiere carniere”, “Le transumanze ganze” e via dicendo, sono chiaramente spasmi neurali che mi si vorranno ormai perdonare, insieme a questo gloriosissimo post, di cui non mi pento e non mi dolgo e con il quale, anzi, m’abbarbicherò ostinata e feroce nel vostro incubo più atroce.

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8 pensieri su “Rimeggiando con Annette, dove il cielo è sempre blu (vieni, vieni anche tu)

  1. dimmi o dolce Morelle, di cosa ti sei fatta oggi???? secondo me tu nei temi a scuola eri un drago, sapresti scrivere un trattato sull’ aria fritta. ne sono sicura! mamma che invidia!!!

  2. Di niente, mi viene così (pensa se me la faccio, qualcosetta… solo che in quel caso mi sfuggono maggiormente di mano sintassi e punteggiatura). Che devo farci, m’è sempre piaciuto farneticare, il blog mi serve a questo. Negli ambienti a cui sono più abituata, in realtà, si parla parecchio di aria fritta, lo sai anche tu, però lo si fa in maniera compita e con voce impostata, come se si trattasse del destino dell’umanità, quindi non posso cazzonare come vorrei. Io riconosco che il tema di questo post è scemo assai, però il faceto è un fatto assai serio.E poi, oh, secondo me le sigle italiane dei cartoni animati andrebbero davvero studiate (forse lo sono, non mi sono documentata al riguardo). Più seriamente di quanto abbia fatto io qui, s’intende.

  3. ma sai che avevo notato che le categorie delle tue storie sono in rima (a parte qualcuna, ho controllato adesso, di difficile soluzione), epperò la cosa non mi si era abbarbicata nel cervello.
    Adesso, con questo post di supercazzola letteraria, la cosa è spiegata doviziosamente.
    Certo che potresti anche, in un raptus di arboriana emulazione (hai presente il cacao meravigliao?), mettre in rima i non-rimati (gli amici prodìci, le memorie arbitrorie, le nevrosi spassosi).

  4. Ci avevo pensato, ma non so, non mi garba.
    Vero, le rime di alcune categorie sono di difficile soluzione, infatti le scelte adottate non mi soddisfano proprio e scuoto la testa ogni volta che le vedo.

    [Ho letto il tuo ultimo post sulle taccate, e poi ho appreso del gioco leggendo la Staccata. Non ho commentato perché mi s’imperla sempre la fronte di sudore quando devo aderire a una posizione netta, così, un po’ manichea. Ma non avevo dubbi che tu fossi sostanzialmente taccata! 😉 Io boh, potessi andrei in giro scalza e con una foglia di fico]

  5. taccata dentro, sì, ma fuori scalza, il più del tempo
    poi in verità credo che siamo tutte un po’ taccate e un po’ staccate, a seconda dei periodi, delle occasioni, delle voglie.
    quel verbo lì, che bello, e io non lo uso mai.
    è che non mi viene in mente, non sono abituata a dire *mi garba*, ma è bello, discreto e diretto.

  6. Sì, fa un po’ toscano, ma non è per quello che lo uso, è che mi garba e basta. Un po’ come “abbarbicato” e un sacco di altre parole che un giorno ci faccio su un bel post, ancora più insano di questo.

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