Come deve andare. Considerazioni a margine di un’emicrania

Roma oggi è un braciere. A Roma l’estate arriva prima e va via più tardi, in entrambi i casi all’improvviso, da un giorno all’altro. A ottobre inoltrato vai ancora in giro a maniche corte, e una mattina ti svegli e ci vuole la giacca.
Boccheggio dalle parti di San Giovanni in Laterano, alle prese con l’emicrania e l’umore pesto. Mentre mi avvio verso la stazione Tiburtina ascolto Battiato, che mi ostino a decifrare quando mi muovo a piedi per la città. Un’abitudine che ho preso nel tempo, per tenere una distanza dalla situazione intorno a me. La selezione è sempre la stessa e sempre nello stesso ordine, in loop: Cuccurucucu nella versione live dall’album Un soffio al cuore di natura elettrica, poi La cura dallo stesso album e subito dopo La cura nella versione originale (in entrambi gli ascolti della stessa canzone vado ragionando su come sfruttare il testo in classe per presentare i verbi al futuro, ma poi non porto mai Battiato in aula perché, tolti tutti quei verbi bellissimi al futuro, il testo mi sembra di una complessità feroce per gli studenti dell’A2. E poi che vorrà mai dire, all’improvviso, “Vagavo per i campi del Tennessee, come vi ero arrivato chissà, non hai fiori bianchi per me?”… Però lo farò, io sì che lo farò). Torno all’album live con Voglio vederti danzare e, quando dice “come i Dervisches Tourners che girano sulle spine dorsali”, mi si aggroviglia la lingua e mi scappa da ridere sull’autobus (ma sugli autobus di Roma non è un problema). Segue Impressioni di settembre, poi cambio di album e si passa a Bandiera bianca, Up patriots to arms, cambio di album, E ti vengo a cercare, poi mi innervosisco per questa mia irragionevole abitudine necessaria, mi sento imbecille e chiudo con Centro di gravità permanente.
Ogni volta così. Ma oggi di più, perché oggi ho l’emicrania e l’umore pesto.
Mi viene in mente quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti prende a pugni il finestrino dell’auto mentre sta guidando e dice “Ho voglia di litigare con qualcuno”. Lui però era motivato da pensieri differenti.
Io penso che ci siamo quasi. Domani è giugno. Presto sarà tempo di campionati. Un corso qui, un corso lì, una collaborazione là.
Ho già ricevuto il previsto invito a passare metà dell’estate correggendo qualche centinaio di prove d’esame, digitalizzate con cura dall’università e comodamente visualizzabili da casa su una piattaforma privata in rete, allo scopo di rendere più facile la vita dei collaboratori sparsi per l’Italia e per il mondo. Mi sento quasi commossa da simili accorgimenti, o forse è soltanto il sole che mi fa lacrimare gli occhi, o l’emicrania, perché quando ho l’emicrania mi lacrimano gli occhi.
Penso che devo ancora rispondere all’e-mail, e penso che non lo so se quest’anno me la sento, di accettare. “Eh, ci credo, con la connessione internet che hai adesso che ti sei trasferita in quel buco di culo alla periferia di Roma, ti voglio vedere a correggere esami in piattaforma…”, mi dice un’amica, ricordandomi che fino a pochi mesi fa ero dentro il perimetro urbano. Be’, sì, la connessione è quello che è, qui, nell’unica area della periferia romana non raggiunta da ADSL, che poi è anche l’unica dove puoi avere un po’ di pace con l’affitto di una casa intera.
Però c’è dell’altro. Ci penso in treno, mentre rincaso nel mio buco di culo alla periferia di Roma, insieme all’emicrania e all’umore pesto.

È che quest’anno, ad agosto, avrò voglia di andarmene al mare, là, al paesello. Ma non nel senso che vado al paesello e poi sto seduta in veranda, a sacramentare al computer e respirare l’aria buona che viene dal mare, la spiaggia alle mie spalle, Svevo e Maria che ogni tanto fanno capolino per dirmi: “Ma vatten’ a lu mar’!”. Quello l’ho fatto l’anno scorso, mentre correggevo duecentoventisei prove e poco prima di rientrare a Roma, dove mi aspettava un corso superintensivo fino alla fine di settembre e poi, due giorni dopo, un intensivo fino alla fine di dicembre.
Quest’anno, ad agosto, voglio proprio andare in mare. Voglio arrivare fino agli scogli, col pedalò. No, anzi, ci voglio andare a nuoto, però con le pinne, perché senza pinne lo sapevo fare una volta, adesso è un’altra volta. Voglio prendere le cozze. Voglio lasciarmi una minuscola cicatrice sulla chiappa sinistra, così, per amor di equilibrio con quell’altra che mi feci a quindici anni scivolando su uno scoglio.
Poi, appena tornata a riva, voglio mangiare un’enorme frittella ancora calda, con le mani salate d’acqua, che è una cosa che facevo a dieci anni, mentre mia madre sotto l’ombrellone sbraitava che non si può mangiare una frittella al mare, perché una frittella alle undici del mattino ti rovina tutto l’appetito per il pranzo, e va bene, se la vuoi mangiare va bene, ma guai a te se dopo entri di nuovo in acqua. Io la mangiavo in piedi e poi rientravo in acqua, mia madre sbiancava. Andavo giù a esplorare il fondo, e quando tornavo in superficie lei aveva raggiunto la riva, stava dritta, con i pugni piantati nei fianchi, gli occhi verdi così inferociti che glieli potevo vedere da lontano, due gemme catarifrangenti.
Quest’anno la frittella vado a comprarmela lì, allo chalet sulla spiaggia, dove le friggono a metà mattinata e puoi entrare sgocciolando in costume, a piedi scalzi e imbrattati di sabbia.
La sera voglio mangiare il pesce in veranda, con mio fratello Houston che mangia prosciutto e mozzarella perché il pesce lo disgusta, e con Svevo e Maria che mi danno il tormento e mi dicono che sono nu scarcator’ d’ port’, perché bevo e fumo troppo come gli uomini che scaricano le casse di pesce là al porto, e io vorrei tanto andare al porto e conoscerne uno astemio e non fumatore, perché sono sicura che c’è, e portarglielo a casa una sera a cena e dire a tutti e due: “Niente vino per Marcellino, è astemio. Ah, e poi, per favore non fumategli vicino che gli dà fastidio”.

Poi voglio rientrare a Roma, tra il 15 e il 18 agosto, né prima né dopo, perché quelli sono i giorni in cui si può vedere Roma come non si può più vederla per il resto dell’anno, cioè deserta, silenziosa e tua, completamente tua.
E poi va bene, allora sì, ricomincio a lavorare.
Ecco come deve andare.

[E per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce]

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9 pensieri su “Come deve andare. Considerazioni a margine di un’emicrania

  1. bello! anch’io sarò al mare del mio paesello, solo che io non andrò a prendere le cozze, le avrò attaccate, in numero di tre, alle mie gonne, anzi al pareo, non potrò mangiarle, né liberarmene, né darle in adozione a qualche cuoco. Dovrò tenermele e rinunciare alla sigaretta in spiaggia, al libro, a Bartezzaghi, al sole sul sedere e sulle cosce dietro, ma almeno potrò godermi il colore, l’odore e il rumore meraviglioso del nostro mare turchino. Qunidi, cara Morelle, nonostante tutto (e nel tutto è compresa anche la convivenza forzata con chi ci ha geberate) siamo fortunate ad avere un posto così dove scappare, o no?

  2. @ Ale: se il paesello tuo sta in Sardegna, allora il mare del mio non può proprio competere col mare del tuo!
    @ Lucia: sei sicura? Cioè vuoi anche ritrovarti in veranda con Svevo e Maria?

  3. io ci starei volentieri con svevo e maria, che dopo mi dicono vatten’a lu mar.
    pure qualche serata con la brezza che viene dal mare a mangiare mozzarelle con tuo fratello houston.
    solo che pure io c’ho le tre cozze attaccate al polpaccio

  4. Wonder, perché ho dovuto approvare il tuo commento come se fosse il primo? Questa è la terza volta che succede, mi pare. Forse hai commentato con un terzo indirizzo e-mail, poi controllo.
    Ad ogni modo: ma tu e Ale vi siete messe d’accordo per farne tre, o è andata così a casaccio? Ne fanno tutte tre, tra le blogger o commentatrici di blogger che mi capita di leggere. Curioso.
    Io non mi ci vedo, con le cozze attaccate al pareo (disse lei nel 2012. Nel 2015 ne aveva fatte quattro e allattava l’ultima. Potrebbe essere un racconto horror. Ci penso).

  5. no, non ci siamo messe d’accordo, anche se lei l’ha fatto prima e poi mi ha turlupinato dicendo che tra due e tre non c’era molta differenza.
    Devi *approvare* i commenti? e io che mi credevo di essere pubblicata così, senza filtri… 😉

    e poi, lo so che non ti ci vedi, con le cozzine. e poi però non ti ci vedi più senza, che ti pare di essere troppo leggera, e il pareo un colpo di vento se lo porta via, senza zavorra

  6. i figli li si fa arrivare quando ancora non si sa bene a cosa si va incontro, credo sia lo spirito di riproduzione più o meno insito nel DNA degli esseri umani, ma come dice Uonder, dopo è difficile immaginarsi senza… anche se, una fuga da loro ogni tanto è terapeutica!
    Oh! la Uonder sempre poetica, eh?!

  7. Non è solo per il mare che si torna al paesello! o no? e poi il tuo mare non è mica l’Adriatico di Rimini o Riccione!…

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