Santuccio. Quattro diapositive

[Andavo rimasticando questo post da un paio di mesi, senza decidermi a lasciarlo andare. M’importa poco se non piacerà agli affezionati che leggono questo blog e a chi capitasse qui per caso, ma mi si voglia perdonare l’indugio su una memoria privata, e l’insensatezza di condividerla]

Prologo: Il dio di mio padre

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Santuccio in bicicletta
Se ne andava a spasso per il paese su una vecchia bicicletta riverniciata di grigio metallizzato. Modello Graziella, serie classica, ruota 16′, con cestino. La sua struttura tipica, priva di canna orizzontale, gli permetteva di montare facilmente sulla sella con la gamba buona. L’altra stava distesa per conto suo, rigida e ingombrante da molti anni.
Era successo sul binario della stazione nei primi anni ’60, mentre saliva sul treno per andare in pellegrinaggio a Padova. Scivolò. “N’è nnind'”, aveva detto, e s’era fatto il viaggio col menisco rotto. La frattura, curata male e in ritardo tra Padova e Senigallia, gli aveva fruttato una serie di interventi, di cui l’ultimo lo aveva finalmente liberato dai dolori al prezzo di una gamba inutile.
Con gli anni di immobilità, poi, erano arrivati i problemi di circolazione e la gamba inutile era diventata un sanguinaccio. Così andò. Tornato intero e dritto al suo paesello abruzzese dalla prigionia a Tobruch, vent’anni dopo tornava intero e sbilenco da un pellegrinaggio a Padova, dov’era andato per pregare Sant’Antonio.
Se ne andò a zonzo sulla gamba buona per quarant’anni. Quell’altra, quando camminava, la poggiava a terra quel tanto per darsi la spinta, a mo’ di stampella. Zoppicava con rara eleganza.
Sulla Graziella, invece, pedalava con ingegno. La gamba buona faceva il lavoro di due schiacciando ripetutamente il pedale come su una moto, senza fare il giro completo. L’altra stava ben allungata in avanti, a una distanza di sicurezza dal pedale che invece girava incontrollato. Così lui e la gamba cattiva si godevano il viaggio.
Mi portava spesso sulla Graziella. Avrebbe potuto portarci altre due persone senza sforzo, se i figli glielo avessero lasciato fare. Con una bimba di otto o nove anni, però, gli veniva meno facile. Mi stancavo a tenere su le gambe, le avevo già lunghe, rimbalzavano a terra facendo perdere a tutti e due l’equilibrio. I colpi dati a ripetizione dalla sua gamba buona al pedale, poi, ci davano un’andatura già precaria, poco fluida, in un corso di accelerazione e decelerazione continua. Piagnucolavo. “Nonn’, tir’ su ssi gamme!”, gridava lui preoccupato, continuando a guardare davanti. Mi lagnavo che mi facevano male a tenerle sollevate. Lui allora si girava un po’ e diceva “Fa’ ‘nda mme”.

Santuccio d’estate
Pativa il caldo come una povera bestia. Era tutto un andare e venire tra la sala e il balcone, sostenuto da bicchieri di acqua fresca, zucchero e limone, in cucina. Per andare in balcone tirava su la persiana, calata per riparare la casa dal calore di agosto. Però forse si stancava a sollevarla oltre la sua statura di un metro e ottanta, quindi la lasciava a metà, si accucciava un po’ sfiorandola appena con la testa pelata e usciva. Rientrando, aveva dimenticato le manovre precedenti e, accucciandosi di nuovo, non calcolava bene la misure per evitarla. Il colpo arrivava di taglio, preciso sulla pelata, ed era accompagnato subito da uno scroscio di bestemmie disperate. Erano in una lingua antica, vigorosa, sincera. Il dialetto era buono per piangere e prendersela finalmente con Sant’Antonio e con tutti i suoi compari.
La scena si ripeteva qualche momento più tardi, nei giorni e nelle settimane successive. Alla fine dell’estate la testa era tumefatta e coperta di croste, i colori in tinta con quelli della gamba.
Nel primo pomeriggio, invece, quando faceva più caldo, si trascinava giù per le scale fino allo scantinato dove la nuora Maria lavava i panni, si accampava e dormiva lì un paio d’ore. Diceva che ci stava più fresco.
Ci andava pure dopo un litigio con il figlio Svevo. In quel caso ci si portava una sedia e rimaneva seduto al buio finché non gli erano passate le madonne, nessuno doveva disturbarlo.
Il malumore gli passava presto, tornava. Usciva di nuovo in balcone, quell’altro che dava sulla via principale del paese, e quando si affacciava tutta la gente lo salutava dalla strada, “Santuccio! Che fai lassù? Scendi!”. Lui rideva con tutta la dentiera. Diceva “So’ lu pap'”, e faceva il segno di dare la benedizione.

Santuccio e le patate di Tobruch
Giocava a carte con me sul divano in fondo al corridoio. Un divano di velluto olivastro che alle mie narici bambine puzzava di ragù rancido. L’altro divano, nel salotto buono, era più basso e lui non riusciva a sedercisi. A me dispiaceva un po’ perché quello invece odorava di spaghetti al ragù fresco e lo preferivo, però accettavo di giocare a carte in fondo al corridoio perché vincevo spesso, perciò mi era convinta che il divano puzzolente mi portasse fortuna.
Qualche volta, tra una partita e l’altra, mi raccontava di come fossero buone a Tobruch le bucce di patate. Però, quando lo diceva, gli si inumidivano gli occhi e io non ci credevo che quelle bucce gli mancassero tanto, visto che a casa non le mangiava mai e le patate che mia madre sbucciava e cuoceva nel forno con il rosmarino sembravano piacergli molto di più. Diceva “Oh, dis is veri gudde!”.
Diceva anche “Uozziorneim?”, “Aiem italiano”, “Gudmorni”, “Gudbai” e “Tenchiu veri macce”.

Santuccio e i tempi moderni
Fece in tempo a salutare l’era digitale.
Svevo gli parlò dell’e-mail e lui si mostrò incredulo. Stringeva le labbra, allungava il mento e sgranava gli occhi, come fanno gli increduli. Chiedeva “Cioè quindi se io la mando adesso, quello la riceve adesso?”. “Sì, adesso”, rispondeva Svevo. “Ma adesso mò?”, chiedeva di nuovo, per assicurarsi di aver capito. “Mò mò!” – gli garantiva Svevo – “… vu pruvà?”. Lui si stringeva nelle spalle e diceva sconsolato “E a chi scriv’?”. “A Bill, scriv’ a Bill”, gli suggeriva il figlio. Bill era un americano di Langhorne, Pennsylvania, che aveva sposato una sua nipote, figlia di suo cugino. Lui no, in America non c’era andato. Però guardava le foto che i parenti gli mandavano. “Mia familia italiana”, gli scriveva Bill, il parente acquisito. Lui l’e-mail non gliela scrisse. Continuava a preferire le cartoline, e le lettere chiuse in una busta bianca con i bordi a strisce blu e rosse. Ne aveva centinaia, di quelle buste. Quando la lettera era pronta, la dava a Svevo e gli diceva: “Tò, vamm’ a spedì ‘ sta lettr’. Scrivici bai eir, c’arriv’ prim'”.
Poi partecipò alla sua prima videochiamata. Allora pianse un po’ in silenzio dietro le lenti spesse degli occhiali, e infine disse: “Ma tu guard’ k’ robb’!”. Non disse altro, fissò lo schermo a lungo, ma guardava più lontano e non si capiva se fosse triste o felice.

Santuccio, 1920-2003

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7 pensieri su “Santuccio. Quattro diapositive

  1. Buonasera..
    ho letto un tuo commento sul blog di Margherita e sono venuta a curiosare…. ho letto solo questo pezzo per ora e non potevo non lasciarti un commento… lo adoro… E’ cosi intimo,colorato,delicato…non sono abile a esprimermi ma sappi che mi hai ricordato Verga

  2. @ Wonder, Lucia, Ale, Flavia: grazie a tutte (@Ale: perché non apri un blog anche tu? Secondo dovresti provare).
    @ Lucia: ben arrivata nel blog!… Verga? Oh madonna!

  3. Grazie del benvenuto!
    sei sulla buona strada per diventare una dei miei scrittori preferiti, davvero se pubblchi un libro dimmelo e sarò la prima a comprarlo.
    P.s Le Sanglier è un mito e mi scompiscio dalle risate a leggere le sue gesta

    Lucia

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