Momenti di trascurabile infelicità #2

Roma nei giorni feriali quando c’è lo sciopero dei mezzi pubblici.
L’autobus 492 e l’autobus 64.
Il treno regionale per Tivoli, e quello per Avezzano che ferma a Tivoli.

Un cartellone pubblicitario che sta sul tratto della via Tiburtina fra Setteville e Tivoli Terme, all’ingresso di un autolavaggio. Al centro del cartellone campeggia in primissimo piano la foto di un significativo culo femminile, morbidamente adagiato sul cofano di una macchina che si intravede appena sullo sfondo, e la proprietaria del culo si torce tutta per rivolgere uno sguardo non meno significativo agli automobilisti della Tiburtina. Ogni volta che ci passo davanti, io mi interrogo sulla semiotica della segnaletica e penso che in quell’autolavaggio ci finiscono anche i forestieri in cerca di un sexy shop, ne sono sicura. Che andrebbe benissimo, se il posto fosse un sexy shop e non un autolavaggio.

Quando sento dire o leggo “Un giovane professionista di trentasei anni” e mi viene da pensare che altrove, in Europa e nel mondo, un professionista di trentasei anni è un professionista di trentasei anni e che in Italia, invece, è un giovane professionista di trentasei anni. Cioè è ragionevole e anzi doverosa l’ipotesi che, anche se egli svolge la sua professione da sei, sette, otto, nove, dieci anni, la sua professionalità sia ancora incerta e tutta da dimostrare. Smetterà di essere giovane e diventerà un indiscutibile professionista, infatti, quando avrà cinquant’anni, il mutuo finalmente estinto, l’ulcera e la depressione. Allora si dirà all’unisono “un professionista di cinquant’anni”.

Quando leggo “entro e non oltre…”, per esempio in “La domanda va presentata entro e non oltre le ore 12 del 25 maggio”, e quando leggo che è “severamente vietato” fare qualcosa, e penso che tutto quello che vorrei dire in proposito l’ha già detto Gioele Dix tra il ventisettesimo e il trentesimo minuto della puntata numero 13 di Zelig Arcimboldi 2012, porcaccia la miseria.

Il cinque di ogni mese, perché entro e non oltre quella data devo pagare l’affitto.

Quando sento dire che quel film è un po’ “lento” e con questo si vorrebbe chiaramente intendere che è palloso, ma si dice “lento”.
Quando un o una conoscente si trova per la prima e presumibilmente unica volta in casa mia per qualche faccenda dovuta al caso, getta un’occhiata alla libreria e, a metà tra un sincero sbigottimento e una nota di malcelata compassione o diffidenza, dice: “Oddio, ma li hai letti tutti?”. A me questi tutti sembrano ignominiosamente insufficienti a suscitare una simile reazione, però comunque vorrei rispondere: “No, li tengo lì per lasciarti tranquillo e contento con la tua convinzione, cioè la convinzione che li tengo lì per farti vedere quanto sono acculturata e che ogni tanto ne leggo qualcuno perché non ho cose serie di cui occuparmi, che è quello che di solito si pensa della gente che tiene un po’ di libri in casa, e di solito lo pensano quelli che non leggono un cazzo, che poi sono gli stessi che, quando vanno a casa di qualcuno e vedono una libreria, gli chiedono se li ha letti tutti”. Invece sorrido e rispondo: “No, non tutti”, che è la verità, ma è una verità insincera, e dopo maledico la buona educazione, che ci ha resi garbatamente bugiardi, sui libri e su molto altro.

Non ricevere risposta alle e-mail scritte ai dipartimenti delle università con cui collaboro.
Non ricevere risposta alle e-mail scritte a uffici amministrativi.
Telefonare ai dipartimenti delle università con cui collaboro o a uffici amministrativi dai quali non ho ricevuto risposta via e-mail, e ricevere risposte scocciate da impiegati frustrati.

Quando vedo scritto “qual’è”, “un pò”, “perchè”, e a scriverlo è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali. Quando sento cominciare un periodo ipotetico con “Se sarei…”, e a cominciarlo è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali. Quando sento dire “la possibilità di poter…”, e a dirlo è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali. Quando mi pare di rilevare una debole familiarità con le manovre sintattiche, e a manifestarla è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali.
L’uso dei puntini di sospensione in numero maggiore di tre, e l’impressione che tale sovrabbondanza sia determinata da una scarsa fiducia nell’efficacia dei puntini di sospensione in numero di tre.

Quando entro dal tabaccaio, chiedo le mie solite Lucky Strike Blu Morbide e lui mi dice: “Le ho solo dure”, e io allora le compro dure, che costano trenta centesimi di più e mi piacciono di meno.
Restare senza sigarette al momento sbagliato.

Il 29 gennaio 2007.

L’ultima fetta della confezione di pane in cassetta, che è quella della parte terminale del filone e quindi non ha tutti e due i lati bianchi e non si tosta in modo uniforme. Di solito cerco di rifilarla a Le Sanglier e, se ci riesco, allora diventa un momento di trascurabile felicità perciò non vale più.

6 pensieri su “Momenti di trascurabile infelicità #2

  1. Sappi che l’osservazione sul numero di puntini di sospensione mi ha generato un’ondata di calore dalle parti del cuore, mi si sono inumiditi gli occhi e ho provato un sincero sentimento di amore nei tuoi confronti. Condivido molto di quello che hai scritto, però a me le estremità del pane in cassetta piacciono.

  2. concordo con Ironica, aggiungerei alla lista “se stesso” scritto con l’accento, “assolutamente sì” e “a dire la sincera verità”, non si possono né vedere né sentire!
    L’AleS

  3. @ Ironica: nooo, le estremità del pane in cassetta no! Sono tutte amarognole e bruciacchiate quando escono dal tostapane!

    @ Ale: vero, però il fatto che si dica “sincera verità” autorizza a sospettare l’esistenza di un’altra verità “insincera” (come la mia risposta “No, non tutti” invece della risposta censurata dalla buona educazione).

    @ Margherita: ben arrivata nel blog! No, sono più di quattro su due pareti, però comunque non conta, conta il dolore dell’insincerità nella risposta prescelta.

I commenti sono chiusi.