Momenti di trascurabile infelicità #1

[Avrei voluto annotare anch’io, come ha fatto Francesco Piccolo, certi momenti di trascurabile felicità, ma io non sono Francesco Piccolo e questo non è un buon momento per elaborare in materia. Peraltro, mi viene meglio ridacchiare dell’infelicità. Per cui non ho resistito al naturale impulso di aggiungere un prefisso che ribaltasse la situazione. Non ha resistito un sacco di gente che abbia letto quelle goduriose centotrentatré paginette, o si sia solo imbattuta nel titolo, piegandolo ai propri scopi e producendosi in esperimenti di vario genere nel web. E quindi io perché no? Anzi, chi non l’abbia ancora fatto, lo faccia, decidendo se adottare l’infelice prefisso o conservare inviolata la gaiezza. Piccolo ci perdonerà tutti, me lo sento]

Quando sbuccio un’arancia, e il succo mi schizza dritto in un occhio con la precisione di un cecchino. Quando piango di cipolle affettate mentre so che avrei altro di che piangere, e me la prendo con le cipolle che si godono tutto il merito apparente.

Quando mia madre mi telefona per dirmi che tempo fa da lei e chiedermi che tempo fa da me; per dirmi cosa ha cucinato per cena, chiedermi cosa ho cucinato per cena e sghignazzare se per cena ho infilato nel forno un surgelato; per chiedermi quante sigarette ho fumato oggi, trasalire in abruzzese se glielo dico e mentire infine sul numero delle sigarette che ha fumato lei.
Quando mio padre mi telefona mentre sta cenando e, al mio “Pronto”, biascica: “Pronto, aspetta un momento, sto finendo di masticare”, e io gli dico: “Ma mi hai chiamato tu…”, e lui ribiascica: “E tu non puoi aspettare un momento?”.

Roma Tiburtina, binario 2 Est, sul treno delle 17.58 affollato di pendolari che tornano a casa dal lavoro. Un ragazzo sui sedici anni mi vede in piedi, con una pesante borsa a tracolla e dei libri sotto un braccio. Mi osserva per un momento, poi si alza e, con tono più compassionevole che gentile, mi dice: “Signora, vuole sedersi?”. Io oppongo educatamente un po’ di resistenza e con la coda dell’occhio sbircio l’immagine di quasi trentunenne che rifletto sul vetro del finestrino di fronte a me. Poi ringrazio il giovine, e mi siedo.

Gli anni passati a condividere case con innumerevoli coinquilini e coinquiline che non mi sarei mai scelta.

Quando la sera del 15 aprile 2011 io e il mio amico Nosferatu siamo arrivati al botteghino del Nuovo Cinema Sacher per comprare i biglietti della prima di Habemus Papam e, arrivato il nostro turno dopo una lunga coda, ci hanno detto che era rimasto solo un posto libero.
Quella sera Nosferatu, malgrado non nutra per i film di Nanni Moretti la mia stessa irragionevole ammirazione, ha attraversato un quarto di Roma in macchina per correre a un altro cinema dove il film sarebbe cominciato ventidue minuti più tardi; una volta arrivati, si è fermato in doppia fila ad aspettare che si liberasse un parcheggio, poi ne ha visto uno che si stava liberando proprio davanti all’ingresso del cinema e mi ha detto: “Io faccio manovra, tu mettiti lì a tenermi il posto, bloccalo, sdraiatici sopra! Se me lo fai scappare ti prendo a calci”. Io gli ho custodito il parcheggio libero, poi gli ho comprato un kebab imbottito di carne e gratitudine, sono andata a comprare i biglietti, lui ha ingoiato il kebab nei tre minuti netti che restavano per l’inizio del film e, infine, siamo entrati a vedere Habemus Papam. E questo, nella sua sequenza di eventi dall’eroica e imprudente corsa in macchina fino alla fine del film, è stato un momento di felicità da non trascurare.
Ma, il giorno dopo, sono venuta a sapere che quella sera Nanni Moretti si era presentato a sorpresa nella sala del Nuovo Cinema Sacher pochi minuti prima della proiezione, per salutare gli spettatori e assicurarsi che tutti i cellulari fossero spenti. E io non c’ero.

I dolori mestruali, e la conseguente nausea che mi impedisce di godermi un piatto di bucatini all’amatriciana.

Tutti i traslochi, ma in modo particolare e decisivo quello nell’attuale appartamento, iniziato ai primi di dicembre 2011 e completato ai primi di febbraio 2012. La mia vita ferma negli scatoloni fermi nella casa di campagna di un amico, in attesa di trovare una sistemazione; le giornate di pioggia in cui, mentre facevo lezione, pensavo ai miei libri nel suo capannone. Le due notti di gennaio senza riscaldamento e senza acqua calda, perché quelli dell’Eni erano venuti a chiudere il contatore del gas su richiesta del precedente inquilino.
Il giorno in cui mio padre, con l’intenzione di aiutarmi nei lavori in casa, ha trapanato un muro perforando i tubi dell’acqua in cucina, sfoggiando dunque per tutto il palazzo, e fino in fondo alla via, l’ineguagliabile arte dell’imprecazione abruzzese.

Una certa canzone di cui ignoro il titolo, dopo averla ascoltata al telefono una cinquantina di volte negli ultimi due mesi, ogni volta in attesa di parlare con un operatore della Vodafone per dirgli che la mia connessione internet non funziona come dovrebbe funzionare una connessione internet quando la paghi quarantaquattro euro al mese. In particolare le prime quattro note cristalline. Quando le sento, mi mancano le forze. Pare che si tratti di un jingle originale, scritto appositamente per la Vodafone e non disponibile in commercio, non so, non ho capito bene, non mi interessa.
Ho chiamato il 190 anche pochi minuti fa, per dire all’operatore che vorrei poter pubblicare questo post e che di solito, quando clicco su “Pubblica”, mi sento attraversata da una vertigine mentre la pagina viene caricata, perché ho la brutta abitudine di continuare a editare compulsivamente il testo su WordPress, dopo aver scritto e salvato sul mio pc una bozza, e la versione definitiva spesso si perde, WordPress ne salva automaticamente una che non so più qual è ma non è mai quella definitiva. Però la canzone l’hanno cambiata in questi giorni. Adesso ce n’è una famosa, “Scende la pioggia”, che mi piaceva tanto ma tra un paio di mesi sarà un nuovo momento di infelicità, secondo me nemmeno troppo trascurabile. Per cui chiudo il telefono dopo le prime quattro note, con l’operatore non ci voglio parlare, anche oggi mi affido al Caso, unica divinità che mi sento di venerare.
“Pubblica”.

3 pensieri su “Momenti di trascurabile infelicità #1

  1. c’è di che esser tristi, in effetti. soprattutto per il *signora vuole sedersi* e per la reazione del tutto immotivata delle cipolle.
    però, sarà il momento, ma hai la capacità di rivolgere in tristezza momenti che potrebbero essere piuttosto *ilari*, non credi?
    il risultato, comunque, è che fai ridere lo stesso…

  2. io trovo che ultimamente hai cambiato un po’ il tuo stile, ma non ci ho riflettuto bene, è una sensazione non una riflessione, quindi non so spiegarti esattamente in che termini, mi sembri più tagliente e amara.
    baci

  3. @ Wonder: oh mannaggia, io speravo esattamente il contrario, momenti tristi > post ilari, invece, se ho capito, a te sembra: momenti ilari > post tristi. Ad ogni modo, se il risultato è che suscito lo stesso una bella risata goduriosa, allora è segno di una morellianità ancora intatta, e resto tranquilla🙂

    @ Ale: pure tu… Boh, secondo me sono il precariato e le ferie forzate di questo periodo che mi incarogniscono! Pure gli ultimi post su Le Sanglier sono taglienti e amari? Ma tu guarda ‘sto precariato come agisce in profondità…
    Comunque sì… senza nemmeno starci a ragionare troppo, la sensazione è giusta, i post dell’ultimo mese sono post diversi. ‘Spetta di leggere quelli che scriverò, se avrò il tempo e la testa di scriverli, in estate, quando avrò sette ore di lezione al giorno. Secondo me rimpiangerai questi di adesso!😀
    Baci a te

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