Por baixo o imenso mar que nos naufrague o amor

A due passi da casa c’è una gelateria dove vado spesso ad annegare i dispiaceri.
Qualche volta ci vado con Le Sanglier, quando vuole annegare i suoi anche lui che, finché non si deciderà a cambiare compagna, ne avrà sempre uno più di me. Allora ci facciamo un giro per il quartiere, verso le sei del pomeriggio, quando la luce del sole di maggio è più bella. Prendiamo il gelato e poi, il cono in una mano e la mano dell’altro nell’altra, passeggiamo in salvifico silenzio, ognundo badando ai fatti suoi.

La gelateria è un’ottima alternativa alla birreria per annegare i dispiaceri, perché offre soluzioni di naufragio a basso costo. Per esempio, in questa vicino casa, con tre euro hai un cono maxi, che in certe gelaterie si chiama anche “cartoccio”, dove puoi mettere quattro gusti, più, ovviamente, la panna montata. Del cartoccio la cialda ha tutto l’aspetto, perché si presenta come una carta arrotolata a cono, simile a quella che usano i venditori ambulanti per venderti le castagne in autunno. La cialda, però, è molto più spessa e più buona di quella dei coni semplici, ha la consistenza e il sapore di un biscotto di pastafrolla. In una gelateria nel centro di Roma una cosa così la puoi pagare anche sei euro. Ma noi siamo fortunati, perché il centro di Roma non ce lo possiamo permettere e abitiamo in periferia. Per annegare nel tuo cartoccio, però, devi essere disposto a rinunciare alla mano dell’amato o dell’amata, perché ti servono tutte e due le tue, una per reggere il cono e l’altra per prendere decisioni con il cucchiaino di plastica, col quale t’aiuti ad andare a fondo, fino in fondo.

Ci sono molti modi di lasciarsi andare alla deriva dentro un gelato. Puoi partire da sopra, affrontando solo con due rapidi baci la panna montata e poi, col cucchiaino, passare subito ai fatti più complessi, che stanno sempre al di sotto. Puoi partire da sotto, penetrando con il cucchiaino lo strato soffice di panna in superficie e mandandolo in spedizione nella cavità profonda del cartoccio, scavare nel gelato e tornare a galla, liberando l’essenza del gusto, noncurante delle onde di panna che la forza centrifuga scaraventa sui bordi della cialda, ai quali ti dedicherai dopo. Puoi decidere di non prendere nessuna delle due decisioni e raccogliere piccole cucchiaiate di panna e gelato insieme, con cura e senza foga, facendo in modo che l’una accompagni l’altro il più a lungo possibile. Puoi sentirti rabbioso e aggredire la cialda del cono, accerchiandola a morsi studiati e facendo crollare la muraglia di biscotto intorno al castello. Puoi, infine, sbarazzarti subito del cucchiaino e affondare la faccia dentro il cartoccio in un parapiglia di panna e gelato, recuperando in questo modo la mano dell’amato o dell’amata, che non si ritrarrà quando ti vedrà in uno stato deplorevole, perché è così quando ci si vuole bene.

Che gusto ha, poi, il gelato della deriva? Dipende. Il mio è una tetrade di cioccolato fondente, kinder, panna cotta e fiordilatte. L’altro giorno di cioccolato fondente, kinder, crema e nutella. Domani chissà. Il fondente è senza dubbio il miglior modo di annegare. Sospende ogni giudizio, ogni dolore, ogni pungolo lancinante del pensiero. È un abbandono profondo, un bagno amniotico, un naufragio senza pena. Il kinder di questa gelateria, invece, è decisamente migliorabile, ma solo perché ci mettono dentro una granella di riso soffiato che col kinder non ha nulla a che fare, a meno che non me lo chiami “kinder cereali”, che è buonissimo, ma che non è il kinder. Se me lo chiami “kinder” e basta, allora per me è “kinder cioccolato” e mi ci devi mettere dentro i pezzetti della barretta, che da piccola mi piaceva più per gli occhioni azzurri del bambino sulla confezione che per il cioccolato, e adesso che dovrei essere grande mi piace per tutte e due le cose. Quello della nutella, invece, è un tripudio. In questa gelateria il gusto nutella è il miglior gusto nutella in cui io sia mai annegata finora. Spesso, altrove, lo preparano in un modo tale che la crema assume un color marroncino poco invitante, così pallido che della nutella ricorda più il coperchio bianco del barattolo. Poi, quando lo assaggi, anche il sapore evoca il coperchio. In questa gelateria no. Qui prendono un barattolo di nutella da un chilo e lo svuotano dentro la vasca, aggiungono un goccio di tutto il resto, mescolano con cura ed è fatta.

Le Sanglier è uomo da gelato alla frutta. Per necessità. Se non soffrisse di certe temibili intolleranze al latte che gli procurano lunghe e strazianti sedute nell’angolo più intimo della casa, sarebbe infatti un uomo da cioccolato fondente, e ciò sarebbe una delle poche cose che ci accomunano. Dunque, costretto da forze maggiori a scegliere come annegare nel suo gelato, non ci prova gusto e mi accompagna con un conetto striminzito, fragola, banana e frutti di bosco. Poi, quando rientramo a casa, apre il frigo e si stappa un paio di birre, quelle del supermercato.

Il tempo che mi serve per annegare nel mio cartoccio è più o meno quello che si impiega a passeggiare senza fretta intorno al nostro quartiere. In quei quindici minuti o poco più, non ci sono pene nel mio mondo. Non ci sono affitti e bollette da pagare, non ci sono CUD da raccattare qui e là in ogni posto dove hai avuto un co.co.pro. nell’anno precedente, non ci sono redditi da dichiarare per tempo, non ci sono scadenze né altre date da tenere a mente. Non c’è tribolazione. Non c’è nemmeno il precariato. Cioè sì, quello c’è sempre, ma che me ne fotte a me? Ci sono anche il gelato al cioccolato fondente e il libero arbitrio. Ma, poiché il secondo è una faccenda complessa, al primo potrà accompagnarsi la mano dell’amato o dell’amata.
Quei quindici minuti o poco più passano, sì. Il gelato finisce, la cialda del cartoccio pure (la mano dell’amato o dell’amata, se hai avuto fortuna, è ancora lì, un po’ appiccicosa di gelato). Ma l’atto è compiuto, la purificazione è avvenuta, lo stato di grazia è riguadagnato. Il saldo tra benefici e costi marginali dell’esistenza è positivo.

Non accade sempre. Alle volte, avresti voluto ancora due cucchiaiate di fondente, per ritardare il ritorno a galla, e alla ragione che ti ricondurrà alle penose minuzie di ogni giorno. Ma resti sempre un privilegiato o una privilegiata se, rientrando a casa, hai due birre da spartire.

 

[* Il titolo del post è preso da due versi di una canzone di Dulce Pontes, “Os amantes”, versione portoghese, e inevitabilmente fado, di “Les amants de Teruel”, che cantava Edith Piaf]

4 pensieri su “Por baixo o imenso mar que nos naufrague o amor

  1. Cinas, no, quando mangi il gelato al cioccolato dev’essere gelato, non sorbetto.
    Il sorbetto va bene alla pesca, o ai frutti rossi, in agosto, dopo una cena in terrazza.
    Ma non si può dimenticare la bolletta del gas con un sorbetto.

I commenti sono chiusi.