Non puoi mai sapere [Appunti abruzzesi 1]

Come Maria ci ha tenuto a ricordarmi l’altro giorno, il mio ultimo ritorno al paesello risaliva a un paio di mesi fa ed era l’unico finora registrato nel 2012. Quello di stamattina è il secondo. Una visita di poco più di ventiquattro ore, poco meno di quelle necessarie a un paio di chiacchierate con lei e Svevo a tavola – compreso un briefing sui compaesani candidati al voto (continuo a non sentirmela di dire alcunché in proposito), a un pranzo domenicale a base di gnocchi della nonna Agnese, e a un pernottamento nella mia vecchia camera. Forse a una birra con due amici, forse.

Qui, di mio, è rimasto poco.
Nella vecchia camera c’è ancora una mezza parete di libri che non ho mai trasferito nel mio appartamento a Roma, perché di stare a ragionare sull’acquisto di una terza libreria Ikea, che poi dovrei imballare al successivo trasloco in un altro appartamento a Roma o chissà dove, non ho voglia. Perciò il resto dei libri sta qui, nella mia vecchia camera. Ci stanno anche tutti i diplomi e i diplomini incorniciati, con i quali il fiero Svevo ha tappezzato l’altra mezza parete. Io gliel’ho detto, che potrebbe tenerli da parte per l’inverno, che le pergamene bruciano meglio dei giornali quando deve accendere il fuoco nel camino in soggiorno, che la legna costa, ma lui non ne vuole sapere. In effetti, tutti quei diplomi e diplomini sono costati più di dieci inverni di legna. Poi ci stanno ancora vecchi vestiti nell’armadio: maglioni di lana infeltriti, jeans colpiti dalla furia devastatrice dell’adolescenza, magliette che portavo verso i sedici anni, quando me ne andavo spesso in giro con l’ombelico all’aria, e che a portarle oggi mi tornerebbe la sera stessa una delle mie coliche renali, o una congestione, o il raffreddore, o qualcos’altro. Tutta roba che Maria conserva. Io gliel’ho detto, che potrebbe darla a qualcuno, che potrebbe ricavarne vestiti nuovi o farne comunque quel che vuole. In effetti, lei ne fa quel che vuole e la conserva, perché non puoi mai sapere.

Questa camera è bianca e gialla. Bianchi i mobili, gialli l’intonaco delle pareti e le tende. Li trovo ancora colori molto belli, luminosi, soprattutto nelle giornate di sole. In mezzo a questo candore ci sono stata per i primi vent’anni. Oggi, a volte, ci stanno gli ospiti: la nonna Agnese, la cugina Chicca, chiunque si fermi per una o più notti in casa Bandini. Io gliel’ho detto, a Svevo e a Maria, che potrebbero affittare la stanza, magari solo in estate, a qualche giovane di passaggio. Che so, a uno studente straniero che cerca alloggio a casa di famiglie italiane, per praticare un po’ la lingua durante una vacanza. Magari a uno dei miei ex studenti che vorrebbero tornare volentieri in Italia. Sarei felice di dargli la mia vecchia stanza. Svevo ha detto di no, Maria ci ha pensato un momento, poi ha detto che eventualmente preferirebbe una studentessa, allora Svevo ha detto che sarebbe d’accordo, allora Maria ha detto che no, sarebbe un’assurdità, che stiamo dicendo? In effetti, ho detto io, potrebbe essere un’assurdità, perché forse la studentessa straniera, ma anche lo studente straniero, non passerebbero l’estate al paesello, potendo scegliere fra tutti i posti d’Italia. Ma magari mi sbaglio, perché non puoi mai sapere.

In ogni caso, questa stanza bianca e gialla è un bel posto. È un bel posto anche la cucina, al mattino, quando ti fai il caffè con la macchina dell’espresso, quella con le cialde. È un bel posto anche il frigorifero, che dentro è tutto colorato di pomodori, carote, zucchine, formaggi, olive verdi, salamini, yogurt, di solito quelli in vasi da mezzo chilo, perché Svevo, quando Maria lo manda a fare la spesa, stocca i viveri di scorta, perché non puoi mai sapere quello che succederà domani. In effetti no, non lo possiamo sapere. Possiamo eventualmente solo intuire che, se non finisci lo stoccaggio di yogurt entro una certa data, scade e che, se mangi uno yogurt scaduto, non puoi mai sapere quello che succederà dopo. Ma, in fondo, neanche questo è certo: una volta, nel mio appartamento a Roma, ne ho mangiato uno ai frutti di bosco scaduti – lo yogurt e i frutti – da trentuno giorni e non è successo niente, mi pare.

Comunque sia, questo posto è un bel posto, soprattutto al mattino presto di domenica, quando gli altri in casa dormono ancora e pure il paese, almeno finché non suonano le campane della chiesa. Ho l’impressione di aver messo una distanza di sicurezza, anni fa, tra me e quello che poteva succedere nel resto del giorno, perché in effetti non puoi mai sapere. Negli anni passati a non sapere mai, però, qualcosa è successo: quando torno, mi viene la febbre. Ma non saprei dire perché, è chiaro che non si può sapere. Al massimo puoi fare ipotesi. La mia è che tornare è da recidivi.

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