Primo maggio del precario

Il primo maggio dell’anno scorso stavo lavorando. Me lo ricordo.
In quel periodo tenevo un corso per studenti tedeschi in un istituto privato, tanto privato da essere segretissimo. Un posto per sua natura estraneo alle ragioni del mondo laico e di cui mi è capitato di diventare collaboratrice, perché i posti segretissimi come questo sono pieni di stranieri che hanno certe necessità di imparare a comunicare nella nostra lingua.
Mi svegliai un’ora prima del solito, dunque un paio d’ore prima del necessario, preoccupata all’idea di non arrivare in tempo. Roma, il primo maggio, può essere un posto difficile più che negli altri giorni dell’anno. Soprattutto se alle nove in punto devi presentarti a lavoro. A dire il vero, avevo avuto la possibilità di scegliere: se volevo, m’avevano detto il giorno prima in una trattativa telefonica, potevo anche prendermi un giorno di festa e recuperare la lezione alla fine del corso. Festa, io? Figuriamoci! Se c’è da lavorare, mica mi tiro indietro io! Che poi voi tedeschi ci dite che noi italiani siamo scansafatiche, e io scansafatiche non sono, e manco i miei colleghi che domani staranno lavorando da qualche altra parte. Nossignori, io il primo maggio sono lì a fare le mie quattro ore mattutine del corso intensivo A1. Fatemi trovare la mia lavagna e i pennarelli colorati. Abbondate con quelli rossi. “Perché?”, avevano chiesto subito allarmati. Nulla, domani li faccio giocare alla corrida con la coniugazione dei verbi. Il registratore no, non vi preoccupate, me lo porto da casa come sempre. Tanto non mi pesa, lo metto in borsa.

Stavo lavorando anche il giorno di Ferragosto, l’anno scorso. Ma in tutta comodità da casa, perché il Co.co.pro di quel periodo, invece, mi chiedeva di correggere entro una certa data qualche centinaio di esami scritti e l’università, che al benessere dei suoi dipendenti e collaboratori ci tiene, s’era impegnata a digitalizzare tutti i documenti cartacei e metterli online su una piattaforma, segretissima pure questa, in modo che io e i colleghi potessimo goderci il sole dal balcone di casa. L’amica Sam e l’amico Nosferatu mi chiamarono per concordare ora e luogo di un appuntamento festaiolo. Uno dice: “È giusto: chi non si rilassa un po’ a Ferragosto?”. “Il mentecatto che si è impegnato in un Co.co.pro a correggere entro una certa data qualche centinaio di esami scritti”, dico io. Dopo aver spiegato perché non mi sarei unita a loro, con lei litigai e, almeno per quel giorno e fino a qualche giorno dopo, ci mandammo affanculo, mentre lui mi disse che non avrebbe voluto essere nei miei panni e mi augurò buon lavoro, o qualcosa del genere. Io reagii bocciando una trentina di candidati.

Che vuoi farci. Il prezzo da pagare per la libertà del precario è che, in certi giorni dell’anno in cui molti dei tuoi amici festeggiano qualcosa (sì, io ci ho perlopiù amici impiegati a tempo indeterminato, o impiegati a tempo. Quando voglio sentirmi in compagnia di diversamente impiegati, telefono ai colleghi), tu lavori. Però poi, quando loro lavorano, può succedere anche che tu festeggi. Pure per tre o quattro mesi di fila.

Il primo maggio di quest’anno è più facile. Non faccio lezione, sono a casa. Chissà a Ferragosto, me lo diranno al momento giusto.
Però non so cosa dovrei fare, oggi. Che faccio, mi presento alla Festa dei Lavoratori così, senza invito?

“Ma si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”
(Nanni Moretti, Ecce bombo)

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