Dove si muore giovani e dove si muore precari (senza un perché)

Nota: il tema che qui si affronta è un tema realmente serio. Tuttavia questo è pur sempre un post di Morelle Rouge. Chi conosce il suo blog saprà che, anche nei rarissimi casi in cui si trattano temi seri, non lo si fa mai troppo seriamente, perché la risata, l’ironia, la goliardia e una spruzzata di sarcasmo sono, fino a questo momento, l’unica soluzione personale che l’autrice ha saputo trovare alla seria gravità di certi fatti irrimediabili. Si sente dunque la necessità di premettere, a chi capitasse qui per caso, che con il seguente post non si vuole ferire sensibilità alcuna, né offendere il lavoro di chi provvede a informarci su come stanno le cose.

“In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto”
(Proverbio, in: Arto Paasilinna, Piccoli suicidi tra amici)

Il Post di ieri ha pubblicato un articolo dal titolo “Dove si muore giovani, e perché”, riportando un grafico dell’Economist dove vengono messi a confronto i tassi e le cause di mortalità degli individui tra i 10 e i 24 anni in ventotto Paesi industrializzati.
I dati, aggiornati al 2009 (“or latest available”), ci dicono che il Paese con il più alto tasso di mortalità giovane risultano gli Stati Uniti, con 60 decessi ogni 100.000 individui. Una notizia, questa, che certamente ci sorprenderà in molti.
Il grafico, poi, mostra anche la distribuzione geografica di tre cause di morte non naturale: incidenti stradali, suicidi e violenze. Scopriamo dunque che, mentre negli Stati Uniti, in Portogallo e in Grecia si muore soprattutto sulla strada, la morte violenta, cioè per omicidio, è maggiormente frequente nel primo dei tre, il quale viene in tal modo a fornirci un quadro che, da soli, non avremmo mai potuto immaginare.
Il suicidio, invece, è una pratica più frequente per islandesi, finlandesi e giapponesi. Mentre degli islandesi non sapevo ancora nulla, dei giapponesi una mezza idea me l’ero fatta dal Seppuku in poi (pratica rituale meglio nota a noi occidentali come harakiri, credo. Se ne hanno testimonianze antichissime, ma io mi sono limitata a ricordare quella famosa della quindicenne Cio-cio-san quando, alla fine della Madama Butterfly pucciniana, si getta contro la lama dopo aver recitato ad alta voce quanto è inciso sul pugnale: “Con onor muore chi non può serbar vita con onore”. Ma è un esempio operistico, e mi sa che la memoria di chi si annacqua il cervello con la lettura e con certa musica non conta).
Per quanto riguarda i finlandesi, però, sono rimasta ancor meno sorpresa. Mi pare che già l’autoctono Arto Paasilinna, una ventina d’anni fa, ci avesse suggerito qualcosa al riguardo. Il fatto è che la letteratura viene interrogata di rado su certi problemi, che pure sarebbe in grado di indicare, sebbene non di risolvere (a ben vedere, però, è così anche per i dati statistici e per parecchie altre cose). Mi rendo conto, tuttavia, che citare un autore di romanzi in un’indagine statistica potrebbe risultare poco apprezzabile. In un blog tuo, invece, puoi fare un po’ come ti pare, citando ad esempio l’incipit di Piccoli suicidi tra amici di Paasilinna:

“Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia, l’introversione, una sconfinata apatia. Un senso di gravezza aleggia su questo popolo sfortunato, tenendolo da migliaia di anni sotto il suo giogo, tingendone lo spirito di cupa seriosità. Il peso dell’afflizione è tale da indurre parecchi finlandesi a vedere nella morte l’unico sollievo”.

Dunque, con il Censimento Suicidi del 2009, niente di nuovo a Helsinki. Almeno per i finlandesi e per i lettori di Paasilinna.

Noi, con i nostri 31 decessi innaturali ogni 100.000, perlopiù dovuti a incidenti stradali, siamo al ventesimo posto dei ventotto che compaiono nella classifica dell’Economist: pure a cercare di schiattare, insomma, ce la caviamo male. Con i suicidi, però, andiamo anche peggio, perché ne registriamo solo da 1 a 3 ogni 100.000. Di fronte all’evidenza di questo dato, mi è venuto da pensare. Non metto certo in dubbio questi dati, né i numeri in generale (io, poi, che so a malapena fare i conti quando mi danno il resto delle sigarette!).
Mi sono chiesta piuttosto: se la ricerca cambiasse obiettivo, modificando il parametro della fascia d’età, e quindi anche il campione preso in esame, come ci piazzeremmo noi oggi nella classifica dei suicidi in questi ventotto Paesi industrializzati? Ma, soprattutto, con quali proporzioni rispetto alle cause del suicidio, perlomeno quelle dimostrabili o più dibattute?
Prendiamo un esempio a caso: la disperazione dei lavoratori precari. Da un articolo de Il Fatto Quotidiano dello scorso 17 aprile, si apprende che, secondo un rapporto dell’Eures, in Italia oggi si suicida un disoccupato al giorno (dell’argomento si legge, si sente e si parla ovviamente anche altrove, ma limitiamoci al fatto e al Fatto). Se ho capito bene, allora possiamo ipotizzare almeno 365 suicidi all’anno, forse 366 in questo bisesto funesto, oltre agli altri diversamente motivati. Nel 2010 la crescita più consistente rispetto agli anni passati si registrava nel Lazio, con 266 suicidi legati al lavoro (e io, che non mi aggiorno mai abbastanza, un anno prima ero arrivata a Roma, in cerca di fortuna…).
Però anche così forse ci teniamo bassi e non potremo mai competere con le cifre dell’Islanda, del Giappone, nonché della drastica Finlandia.
Ma potrebbe essere questione di tempo. I nostri aspiranti, infatti, quanti sono attualmente? Non lo sappiamo. Aggiungiamo a quelli più convinti anche gli indecisi, per stare tranquilli e recuperare così i numeri che inevitabilmente si perdono con i precari di orientamento cattolico, dei quali supponiamo l’assenza del dubbio rispetto al tema specifico.
Qualcuno potrebbe dire che resta pur sempre la nota fuga di cervelli all’estero: ne perdiamo molti pure con quella (e voglio sperare che tra le mete più ambite non ci siano Islanda, Giappone e Finlandia, perché forse sarebbe un po’ come passare dalla padella alla brace. Con l’aria che tira da loro, dev’essere spiacevole, per esempio, riuscire a mettere fine al tuo precariato arrivando fino a Oulu e poi, senza volerlo, mettere fine alla vita di un finlandese che sceglie di suicidarsi buttandosi sotto la macchina che proprio quel giorno eri riuscito a comprarti. O anche essere tramortito sulla strada, all’apice del tuo successo professionale mai sperato in Italia, da un islandese di Reykjavík che si getta da un palazzo).

Torniamo per un momento alla storia che racconta Paasilinna: per una fatalità del caso, due disperati si conoscono nel fienile che avevano entrambi prescelto per porre fine al loro “vivacchiare privo di senso”. Lì per lì, una volta l’uno di fronte all’altro, ci ripensano e considerano che forse ci sono molti altri individui animati dallo stesso proposito, con i quali si potrebbe spartire la pena compiendo un dignitoso suicidio di gruppo. Così decidono di partire insieme, alla ricerca di altri aspiranti e del luogo ideale in cui realizzare il progetto.
Il resto della storia non lo dico, sia perché io devo ancora finire di leggerla sia perché pare che a raccontare come finisce la storia di un libro si rovini la sorpresa (come se un libro, o un film, si esaurisse in una sequenza di avvenimenti. Ma, va bene, quello è un altro discorso e questo è un blog in cui spesso ci si perde dietro alla minuzia).
Insomma ho risolto che anche noi si potrebbe pensare di consorziarci. Una social catena di precari italiani, ancora vivi e diversamente viventi, che potrebbero scrivere insieme un romanzo collettivo, facendolo circolare a mo’ di bookcrossing, per poi proporlo all’attenzione di nuove indagini sulla mortalità alternativa.
Potrebbe essere la modesta versione nostrana di un grande tema finlandese, con il titolo di “Piccoli suicidi tra precari”. A meno che qualcuno non ci abbia già pensato.
Ma adesso vado a finire di leggere la proposta di Paasilinna.

[* Tutte le citazioni da Piccoli suicidi tra amici di Arto Paasilinna sono nella traduzione italiana di Maria Antonietta Iannella e Nicola Rainò, edizioni Iperborea]

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