Tutta colpa di Ingeborg Bachmann

Sì, è così.
Come si fa a godersi i trent’anni, quando si abbiano le sue parole in testa?

“Di uno che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di dire che è giovane. Ma lui, benché non riesca a scoprire in se stesso alcun mutamento, non ne è più così sicuro: gli sembra di non avere più diritto di farsi passare per giovane”
(Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno)

Ci ho pensato a lungo. Non troppo, a dire il vero, perché nell’ultimo paio d’anni sono stata molto presa da tutta una serie di affari, spesso impegnativi. Errore. Avrei dovuto invece prendermi il tempo di pensarci più a lungo, allo scopo di non farmi trovare impreparata a reagire con estro vigoroso a questa sentenza, di fronte alla quale oggi ho da dire solo: “Quant’è vero”.
L’estate scorsa, poco prima di entrare nel trentesimo anno, avevo messo la mia copia del suo libro sul comodino, con il proposito di rileggermi quella pagina nel giorno esatto, e sollevare obiezioni. Una specie di rito di purificazione, che però non è andato a buon fine. Uno dice: “Ma perché invece non vai a sturarti una cassa di birre?”. Ho fatto anche quello, ma il trentesimo anno mi capitava di venerdì e avevo lavorato tutto il giorno, una mattina di lezioni e un pomeriggio di test. Quindi la sera, dopo la prima birra, forse la seconda, certamente non la terza, mi è successo quello che mi succede sempre più spesso, da un paio d’anni a questa parte: un sonno comatoso che arriva all’improvviso, inatteso, come una randellata dritta in mezzo agli occhi.
Poi ci sarebbe la questione di dolori tutti nuovi, sconosciuti. Ieri un muscolo, l’altro ieri la schiena, quell’altro ieri le caviglie, oggi la spalla destra, domani il mignolo del piede sinistro. E uno dice: “Vai in palestra, vai in piscina, vai ad arrampicarti in montagna”. Non essendo un tipo sportivo, sostituisco queste attività di movimento con altre non meno acrobatiche che fanno altrettanto bene alla salute. Poterle ancora fare è già un vantaggio.
Un raffreddore che a vent’anni ci uscivi in maglietta a dicembre. A trenta, nel mese di marzo e con un paio di chili di lana addosso, ti viene la febbre a trentanove e due per tre giorni. E uno dice: “Vai dal medico, prendi un’aspirina”. Il medico mi dice che ho il raffreddore e che devo prendere l’aspirina. L’aspirina è una caramella alternativa.
Ma perché non si vuole capire che gli albori del cedimento sono strutturali?

Però c’è dell’altro, e questo altro è forse la causa, non l’effetto, di tutto il resto.
Siccome stamattina mi sono svegliata sprovvista di armi morelliane (non è un dramma, è solo un calo di zuccheri), lo lascerò dire ancora alla Bachmann:

“E la mattina di un giorno che poi scorderà si sveglia e, tutt’a un tratto, rimane lì steso senza riuscire ad alzarsi, colpito dai raggi di una luce crudele e sprovvisto di ogni arma e di ogni coraggio per affrontare il nuovo giorno”.

Un post con questo titolo poteva forse aspirare ad essere un post strepitoso, o almeno un post coerentemente morelliano, cioè pari o superiore a 1.000 parole. Invece è un post insensato e ha circa 600 parole, comprese quelle di Ingeborg. Ma brevemente insensato, giusto perché dopo i trent’anni si è più disposti alla mediazione (e no, non è perché si è un po’ più astuti, si è solo più sfatti). In definitiva anche l’insensatezza – di un post, di tenere il libro della Bachmann sul comodino il giorno del trentesimo anno, di sollevare obiezioni allo scorrere dei giorni, ai raffreddori e ai dolori articolari, e l’insensatezza di molte altre cose – è un fatto strutturale. Pure questo fatto qui si può eventualmente intuire svegliandosi la mattina di un giorno che poi però, stando alla Bachmann, si scorderà.
Perciò va tutto bene. Quasi forse.

Annunci

6 pensieri su “Tutta colpa di Ingeborg Bachmann

  1. Ma pensa che c’è un medico estetico ammericano che sostiene che le donne cominciano l’inevitabile declino fisico a diciotto anni, e le prime a rendersene conto sono le tette, che cedono sotto i colpi crudeli non degli anni, sibbene dei giorni.
    Però l’importante è che in quel giorno là, in cui uno si ritrova disteso senza la forza di alzarsi colpito dai raggi del sole crudele, si svegli.
    L’importante è sempre addormentarsi e svegliarsi lo stesso numero di volte, disse qualcuno.

  2. Wonder, tu hai inteso quel che hai letto e io ho inteso quel che hai scritto, ma, dovessero mai capitare da queste parti nuove commentatrici che non conoscono Morelle Rouge e che scambino il blog per un forum tutto al femminile sull’annosa questione delle mammelle a pera, diciamo subito che non sono loro il problema del post. Non lo sono nel senso che, nel mio caso, prenderanno sì e no un 2% dei 50 chili che porto in giro, quindi forse non c’è rischio che cedano sotto il peso dei giorni. Ma quel che voglio dire è che, se anche cedessero, non sarebbe questo il punto. Il punto è quello che dici tu alla fine.
    Addormentarsi e svegliarsi lo stesso numero di volte, alle volte, è un lavoraccio porco.

    (Signora Bighi, come procedono i lavori per il penoso incarico che le è stato affidato?)

  3. Hai ragione, le nuove leve non ci conoscono abbastanza.
    Però ovviamente siccome sono piuttosto egocentrata, pensavo alle mie, non alle tue, che non mi permetterei mai, vero…
    Allora ribadisco a beneficio delle nuove entrate: era per dire che gli acciacchi, quelli per cui ti stupisci improvvisamente di non poter fare alcune cose che da gggiòvane erano facili, cominciano presto, che uno manco se ne accorge, perché son cose piccole piccole e poi non ci fai caso, e credi che non avranno alcuna conseguenza.
    Tipo che uno cade dal seggiolone, da piccolo, e la mamma non ci fa caso perché quello piange un po’ e poi ride, ma da grandi si riconoscono, poi, quelli che son caduti tante volte.
    Ma vabbè, ci siamo capite.

  4. io dopo “Malina” (che ho letto a 20 anni), con la Ingeborg ho dei seri problemi. Donna mutevole e affascinante ma irresistibilmente troppo densa per me, a volte. E’ una densità con rari raggi di sole.
    E concordo con il fatto che l’importante è svegliarsi e che svegliarsi è un porco lavoraccio a volte quando gli dei sono caduti e al loro posto ci sono piccole convinzioni, resssurrezioni o semplici mutevoli desideri.

    (Poi io amo le rughe, le cicatrici e i nei: sono il racconto di una vita e sono sexy. =il mio alter ego ha 73 anni, i miei anni sono un pò più di 30 ovviamente ma meno di 50)

  5. Ben arrivata in questo postaccio (mi piacciono tutti i peggiorativi), Mademoiselle Porcupine (o mademoiselleporcupine?), immagino tu mi abbia trovato tra i lettori del superbo Aciribiceci.
    Non ho ancora letto “Malina”, per ora mi prendo una pausa dalla Bachmann.
    I nostri alter ego sono grosso modo coetanei.
    A rileggersi presto.

  6. Mia cara, esatto ti ho trovata leggendo Aciribiceci che mi ha fatto ridere di cuore e anche pensare. Eccelso.
    Inoltre tra anziane signore ci si attrae sempre, sarà il sostrato culturale no?
    Malina lo lessi molti anni or sono e per me fu troppo. Ci vuole tempo per la densità, ormai l’età mi ha permesso di capirlo, una specie di vischiosità che ti si attaca con gli anni per cui poi la leggerezza diventa altro. Meglio Kafka amio avviso.
    E’ un piacere visitare il tuo blog.
    Ti auguro una felice giornata: io devo andare ho le abluzioni di metà mattina..e la gotta non mi permette di sedermi per troppo tempo.

I commenti sono chiusi.