51 cose da fare prima dei dodici anni, se sei britannico

Su Il Post di ieri si può leggere che il National Trust ha commissionato una ricerca sulle abitudini dei bambini fino ai dodici anni. Da questa ricerca è emerso che

“… gran parte di loro passa quasi tutto il tempo seduto davanti alla tv o a giocare coi videogiochi: meno di un bambino su dieci gioca regolarmente in luoghi aperti – erano uno su due nella generazione precedente – un terzo non si è mai arrampicato su un albero e non sa andare in bici, e i bambini portati in ospedale per essere caduti dal letto sono tre volte di più di quelli caduti da un albero”.

Per questa ragione, il National Trust ha lanciato una campagna, “50 cose da fare prima di avere undici anni e tre quarti”, che suggerisce una lista di esperienze, grosso modo tutte da fare en plein air. La lista si può leggere in inglese qui, o in italiano su Il Post.
È fortemente probabile che ora io, farneticando su questo, me ne uscirò con qualche sciocchezza (sarò inoltre inopportuna dicendo che l’immagine del bambino che finisce in ospedale perché caduto dal letto invece che dall’albero mi fa irragionevolmente sganasciare dalle risate, sono un essere crudele), ma è anche per questo che ho un blog. Perciò, dopo aver letto Il Post, a me viene da scrivere un post.

Non ha torto, il National Trust. Sono cinquanta buone proposte, qualcuna ottima. Credo nella bontà di quasi tutte, pur senza aver fatto parte dell’illuminato gruppo di ricerca che le ha pensate (gruppo costituito, come il National Trust ci informa, da cinque individui tra i 29 e i 49 anni anni, tutti britannici). Mi sono anzi inevitabilmente ritrovata a scorrere la lista e segnare le cose che ho fatto prima dell’improrogabile scadenza al dodicesimo anno, con la stessa curiosità ebete di chi faccia un test per sapere quanto è scemo. Così ho scoperto che, nella mia infanzia, ho fatto una buona metà delle esperienze presenti nella lista. Però, dopo averlo scoperto, non sapevo come dovessi sentirmi al riguardo. Sono cresciuta bene, male o così così? Anche se non lo so – temo, d’altra parte, che non lo saprò mai, sebbene una mezza idea, superati i trent’anni, me la sia fatta – le cinquanta cose da fare prima dei dodici anni restano indubbiamente una buona pensata.
Tuttavia è una pensata che si presta a qualche obiezione o a precisazioni perché, come tutte le pensate, è localizzata, quindi socialmente e culturalmente determinata, quindi disponibile a differenti ricezioni.
Ipotizzo, infatti, che la selezione, la quale predilige le attività negli spazi aperti, abbia qualcosa a che fare con l’origine britannica della ricerca: una buona parte delle esperienze suggerite evoca, a me italiana cresciuta nel centro-sud Italia, immagini di giornate assolate, limpide. È inverosimile, per esempio, che si possa pensare di far volare un aquilone durante un nubifragio. Fa eccezione l’attività numero 6, “correre sotto la pioggia”: per un bambino britannico è sufficiente uscire di casa. Se non lo fa prima dei dodici anni, cosa che non facciamo fatica a ritenere poco credibile (i bambini di oggi stanno a letto, o comunque in casa, davanti alla tv e ai videogiochi, d’accordo, ma a scuola ci vanno o hanno tutti la buona vecchia istitutrice privata, una moderna Jane Eyre?), avrà comunque il poco che resta della sua infanzia per farlo e, come ultima spiaggia, il resto della vita.
Ho vissuto in Inghilterra per qualche mese. Forse ci sono capitata in un’annata poco favorevole, ma ne ho concluso che tra le prime abilità che andrebbero acquisite nell’infanzia britannica c’è quella di camminare reggendo un ombrello ampio e robusto con una mano, e tutto il resto con l’altra (buste della spesa, borsa, libri, magari pure la mano di un’altra persona, e quant’altro vi venga in mente, secondo la giornata di ciascuno), schivando nel contempo pozzanghere e pantani. Non si sottovaluti l’importanza di questa esperienza formativa, offerta dalle risorse del territorio, soprattutto in un Paese che ama dire “It’s raining cats and dogs”.
Il fatto è che più della metà delle attività suggerite dalla lista possono risultare difficili da realizzare per i poveri pallidi cuccioli inglesi. Alle volte sono così sfortunati che due ore di sole, o semplicemente due ore senza pioggia, arrivano inattese, proprio mentre sono inchiodati ai banchi di scuola. E quando ci vanno queste creature, a caccia di insetti? O in uno dei loro bellissimi parchi, ad accamparsi all’aperto?
Ma poi, davvero si può incontrare uno che da bambino abbia fatto rafting o una geocaching, cioè una caccia al tesoro con il GPS? Io sono andata a cercare su Wikipedia cos’è esattamente il rafting e, per quanto riguarda il GPS, è più probabile che un bambino di oggi, magari lo stesso che finisce in ospedale perché è caduto dal letto, sappia cos’è, piuttosto che un bambino di ieri, che finiva in ospedale perché caduto dall’albero del nonno.
Veniamo però all’attività numero 41,“Piantare qualcosa, coltivarla e mangiarla”. Ma esattamente cosa e dove? Un pomodoro nella brughiera? Chi ha mangiato un pomodoro italiano e un pomodoro maturato al sole della Gran Bretagna, venga qui a testimoniare che il secondo era delizioso. Mi si dirà che non importa il prodotto ma il processo. Sarei normalmente d’accordo, ma non vale per i pomodori, no, non funziona così e forse non funziona così nemmeno per i bambini. Di questi ultimi non posso dirmi un’esperta, ma secondo me un bambino vorrebbe pure addentare il pomodoro che ha coltivato e stupirsi del suo sapore.
Si capisce che questa lista possa essere ben accolta da noi italiani: che ci vuole per noi, a stare all’aria aperta o a coltivare pomodori? Forse sarà difficile trascinare il pupo dal letto in montagna, o dalla tv al mare, o dal videogiochi in campagna, questo sì: abbiamo gli stessi guai globalizzati. Abbiamo però un vantaggio nelle strategie risolutive da poter mettere in atto contro la dilagante vacuità esperienziale dei nativi digitali (chi l’avrebbe mai detto?).

Come si comporteranno ora i padri e le madri inglesi?
Io non vedrei altra soluzione che quella di riportare il Grand Tour al suo antico splendore, con obiettivi parzialmente rivisti. Suggerirei perciò di aggiungerlo alla lista della ricerca britannica come proposta supplementare da segnalare agli autoctoni. Non escludo, anzi, che gli enti turistici, compiendo qualche trascurabile forzatura, possano vedere nella trovata del National Trust una campagna di promozione del turismo nelle terre calde e soleggiate del Mediterraneo nostrano. Il che, a parer mio, gioverebbe agli anglosassoni, notoriamente incapsulati nel loro sentimento insulare, invogliandoli ad aprirsi all’Europa unita.
Mandateci dunque i vostri pargoli per l’imminente stagione estiva. Ve li rispediremo sani, ben nutriti e abbronzati, con un pomodoro rosso, succoso e vero in una mano. Se preferite, un limone di Sicilia, che così lo mettete nel tè. Per l’eventuale miglioramento di altre capacità di apprendimento o per l’acquisizione di altre abilità non meno importanti, invece, ci dispiace ma questo non è un Paese per giovani: abbiamo un bel po’ da fare anche noi.

2 pensieri su “51 cose da fare prima dei dodici anni, se sei britannico

  1. ok, allora ve ne mando tre.
    vanno bene i pomodori, che entrambe tre ne vanno ghiotte. gradito anche il limone di sicilia, e guai a metterlo nel tè.
    non sono certa che due settimane siano sufficienti per piantare, far crescere e raccogliere i pomodori. tuttavia sono abbrastanza sicura che siano abbastanza per farglieli mangiare.
    i bighiconiugi ringraziano

  2. bravo bravissimo il national trust.
    adesso l’autore va a fare un figlio, e tra due o tre anni ci posta una errata corrige.
    ah, io te ne mando due, che con quelli di wonder fanno cinque…

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