La furia del cinghiale

Domenica sera, rientrando a casa, io e Le Sanglier abbiamo trovato una nuova colonia di formiche in cucina. Erano attratte soprattutto dal fondo di amaretto di Saronno lasciato in un bicchiere, ma dimostravano di apprezzare anche quello di caffè nelle tazzine che non avevamo lavato prima di uscire.
Le Sanglier è caduto in uno stato di delirante agitazione.
Già da qualche giorno riceviamo la visita di alcuni membri di questa potente organizzazione sociale, che basa notoriamente la sua forza sulla cooperazione e sull’efficienza della comunicazione interna. Mi ha sempre incuriosito, il linguaggio delle formiche.
Quello che invece è ancora poco studiato è forse il comportamento del cinghiale di fronte alla loro presenza. Chi volesse compiere ricerche su questo fenomeno, può venire a casa mia e osservare Le Sanglier. Se si rendesse poi necessario prelevarlo dal suo habitat per sottoporlo a un esame più accurato, lo presterei volentieri alla ricerca scientifica per un paio di settimane.
Come i cinghiali si rotolano nel fango e non temono animali di grossa taglia, così Le Sanglier sguazza a suo agio nel caos e non si allarma davanti alle pantegane di polvere che a volte si annidano nel suo territorio, anzi, se ne incrocia una, lui la sposta delicatamente a bordo del sentiero scavato tra i suoi cespugli di roba, e prosegue imperturbabile il suo cammino. Ma la vista di un esercito di formiche, quand’anche numericamente assai esiguo, può farlo inorridire a tal punto da renderlo preda della disperazione e dello scoraggiamento più rari.

Le Sanglier domenica sera non è riuscito a cenare, sebbene fosse rientrato dichiarandosi affamato (il pranzo pasquale, durato due ore e mezza, era già stato digerito lungo il viaggio di ritorno). Col volto bianco di paura, ha fatto scorrere litri di acqua sul bicchiere di amaretto di Saronno, ha lavato compulsivamente le poche stoviglie sporche rimaste nel lavandino e quelle già pulite, e ha spruzzato mezzo flacone di Amuchina sulle piastrelle della parete. Poi è rimasto a interrogarsi su quale potesse essere stata la via di accesso degli alieni. Individuato in uno spigolo una piastrella scheggiata in profondità, li ha stanati. Li ha inondati con un nuovo violento getto di Amuchina. Mi ha chiesto rinforzi, ma a me è venuto in mente un racconto di Sandro Veronesi che avevo letto qualche giorno prima e che racconta dell’uccisione di una tartaruga per mano di un ragazzino e di una vecchia pazza, perciò non sono riuscita ad aiutarlo. Le formiche opponevano un’ammirabile, diabolica resistenza.
Dopo aver asciugato le piastrelle che grondavano disinfettante, si è armato di un rotolo di scotch e ha coperto i duecentodue centimetri verticali. Si è infine seduto, ansimante, ed è rimasto in attesa, visibilmente turbato. Parete deserta, aria densa di polvere da sparo Amuchina. Poi, all’improvviso, una formica superstite, in avanscoperta. “La mandano a depositare le uova fuori”, ha affermato con sicurezza, lo sguardo sempre più torvo. “Vogliamo passare la notte a fare le sentinelle davanti al muro della cucina?”, ho chiesto. Ma lui era troppo affaticato per rispondere. “Comprendo la situazione – ho continuato – ma dobbiamo prendere atto che l’Amuchina è quasi finita, e anche lo scotch, e che al momento non disponiamo di un’arma più specifica. Sono le undici di sera della domenica di Pasqua e temo che non potremo procurarcela. Io me ne farei una ragione”. “Hanno invaso il territorio!”, è sbottato allora, vittima dell’angoscia più nera. Si muoveva con gesti rapidi e nervosi, se non fosse stata tarda sera si sarebbe potuto facilmente pensare che si fosse iniettato una raffica di caffè per endovena. E infatti, subito dopo, ha affermato: “Mi sento sveglio come se la giornata fosse appena iniziata e avessi mille cose da fare. Non credo che dormirò stanotte”. Approfittando della nostra distrazione, un’altra formica è comparsa sulla parete piastrellata, mai stata tanto lucida e brillante. Questa volta Le Sanglier ha riaperto il fuoco, ormai vittima della follia. A me è venuta in mente l’aria di Lucia di Lammermoor nella scena della pazzia, e me la sono canticchiata in testa, ma non gliel’ho detto. “Cinghiali-formiche, uno a zero”, ha dichiarato infine lui. “Non direi, – ho rincarato io – uno a zero sarebbe se non t’avessero portato via l’appetito, il sonno e la serenità”.
È rimasto in silenzio a fissare il muro, illuminato spettralmente dalla lampada della cucina.
Poi ha tirato un lungo sospiro. Con uno straccio in una mano e il flacone vuoto di Amuchina nell’altra, mi ha guardato e mi ha detto con una voce rassegnata: “Lo so. Questo è tutto materiale per un nuovo post”. Io ho risposto con un sorriso.
La notte non è passata senza pena. Le Sanglier ha dormito sopra la coperta, perché sotto si sentiva invaso da uno strano formicolìo.

Il mattino dopo l’ho visto comparire in cucina con una paletta e un barattolo di stucco. “Le muro vive, perdio”.

5 pensieri su “La furia del cinghiale

  1. Il mio consiglio ecologico è di mettere il borotalco nelle fughe delle mattonelle, le bestioline ci annaspano (per la goduria del tuo Sanglier) e poi periscono. Il loro percorso inoltre non è più percorribile, quindi aus, weg, kaputt, fertig!
    Brava come sempre
    l’AleS

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