Considerazioni sul pane tostato

Da qualche giorno passo diverse ore a leggere articoli nel web sul tema del precariato. Non è difficile trovarli, di questi tempi.
Io però leggo quelli scritti dal basso, cioè da chi è precario e sta a casa, e questi sono meno visibili nelle ricerche. È gente che spesso scrive bene, e con bene intendo con una pulizia artigiana di mezzi linguistici che richiede pazienza, forse anche perché c’è tutto il tempo di ragionarci sopra con calma, di limare, alleggerire, levigare, in modo da far apparire semplice e brioso un fatto complesso e penoso come la scrittura (ma, volendo, anche come il precariato e altre storie).

Per esempio stamattina ho letto questo su Doppiozero, scritto da Stefano Amato, un’indubbia autorità in materia di precariato, e di pane tostato. Dopo averlo letto ho pensato prima una cosa che ultimamente penso spesso quando leggo scritti che circolano nel web, e cioè che mi piacerebbe saper dire le cose come le dice certa gente. Poi ho pensato un’altra cosa, che non avevo ancora mai pensato, e cioè che io credevo di averle provate tutte, col pane tostato. Invece Amato mi ha aperto una strada: per ottenere fette di pane croccanti fuori e morbide dentro, bisogna settare il timer sul 3, accidenti a me! Come ho potuto non arrivarci? Possibile che, tra il 2 e il 4, non mi sia mai venuto in mente che forse il 3 era la soluzione?
Però l’Amato, quando parla di tutto quello che puoi mettere sul pane tostato, non mi cita la crema di marroni, e qui mi incazzo. Non che ne vada matta, ma ne va matto Le Sanglier, e tra precari si è solidali (in realtà no, non tra i precari del mestiere mio per esempio, ma la devo dire così perché viene meglio), figuriamoci tra precari che condividono letto e frigorifero. La crema di marroni deve stare nel frigorifero di un precario che si intenda di pane tostato.

Detto questo, però, con la lettura dell’articolo ho preso atto, ancora una volta, di non sapere chi sono e da che parte sto. Tra quelli che la mattina hanno quattro ore per fare colazione o tra quelli che hanno quattro minuti?
Il fatto è che la condizione del precario che conosco io agisce pesantemente sulla possibilità di divenire o meno un’autorità in materia di pane tostato, e me ne rammarico perché il pane tostato mi piace un sacco.
Amato dice che quelli che hanno un lavoro fisso riescono a malapena a bere un caffè la mattina perché altrimenti rischiano di beccare il traffico delle otto e mezza. Vero, verissimo. Io lo so perché capita anche a me, nei periodi in cui lavoro per tre persone. Perché il precariato mio funziona così: tu una mattina stai tostando le tue fette di pane e cercando di uscire dall’impasse “burro, marmellata, burro di arachidi, miele, nutella, ‘Elwood Blues’ (cioè pane tostato in bianco, come giustamente Amato ricorda), o crema di marroni?”. E mentre sei lì in pigiama davanti al frigorifero aperto, ricevi la chiamata. La mattina dopo, o il pomeriggio dopo (tanto tu sei sempre lì sul pane tostato), ne ricevi un’altra. Eventualmente, qualche giorno dopo, un’altra ancora. Questo succede perché, con una fetta di pane tostato sempre in bocca, avevi fatto in passato una nuova serie di domande di partecipazione alle nuove selezioni per l’affidamento di nuovi corsi di italiano nelle varie università e accademie di Roma (si rinnovano in tutto perché le graduatorie scadono, e scadono più velocemente del Pan Bauletto Mulino Bianco, e tu devi ripetere lo stesso concorso, con la stessa commissione, e rispondere alle stesse domande). Però non te ne ricordavi più. Lì per lì, siccome il pane non te lo regalano e tu vuoi continuare a poterlo comprare e tostare, accetti tutti gli incarichi che ti piombano addosso e quando ti chiedono di scrivere l’e-mail di formale accettazione o rinuncia, tu scrivi: “Accetto di tenere questo, quello e quell’altro corso, perché devo poter comprare il pane da tostare e lo voglio buono”.
A questo punto, per un certo periodo che può andare da pochi mesi a un anno, passi alla condizione di quelli che al mattino hanno quattro minuti per fare colazione e trenta secondi per andare al cesso. E sei fottuta. Sei fottuta perché smetti di tostare il pane ogni mattina e si sa che un’abilità va esercitata costantemente per ottenere il massimo risultato.
Perciò, quando gli incarichi finiscono, le graduatorie scadono e si torna ad un periodo di stallo, tu riapri la tua dispensa in cucina e trovi il tuo pane ammuffito. Tenti di rianimarlo, ma ormai non c’è più niente da fare. Allora vai al supermercato e ricompri le tue due, tre, quattro confezioni. E ricominci da capo con il tirocinio della perfetta tostatura e le sperimentazioni della farcitura. Sei di nuovo a un passo dal diventare un’autorità in materia, quand’ecco che la storia ricomincia.

Insomma non ho pace. Non ho pace perché almeno col pane tostato un po’ di sicurezza vorrei averla.

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3 pensieri su “Considerazioni sul pane tostato

  1. E pensa a me che prima non avevo tempo di tostare il pane perché dovevo essere in ufficio alle otto e mezza, e adesso non ho tempo perché, anche se mi trovo nella condizione, forse precaria ma più probabilmente stabile, di non lavorare, e quindi plausibilmente in grado di acquisire una certa abilità in materia di tostatura (non certo diventare un’autorità), mi tocca invece accompagnare la BB al Bus alle sette e venticinque, e lì son già vestita, uscita, giornata cominciata, che così si perde gusto a fare la colazione per bene, col pane tostato e il libro in mano, e allora mi accontento del caffè e delle fette biscottate carrefour prima di uscire. Con la nutella, a volte.

  2. Mi hai fatto venire in mente una scena frequente di quando ero più giovane (!): sei alla fermata dell’autobus e aspetti, aspetti e allora per ammazzare il tempo e far qualcosa, ti accendi una sigaretta, così tanto per… e naturalmente ecco che all’orizzonte sbuca il tuo numero…. Magari, dico per dire, tu persevera con il pane tostato, chè così ti chiamano sempre e il precariato diventa un po’ meno precario…
    l’AleS

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