Il dio di mio padre

Stamattina presto, sotto un impulso inatteso, ho ripreso in mano un libro di John Fante.
Non uno a caso, cercavo un passo in particolare di un preciso romanzo.
L’ho già detto da qualche altra parte, in un’altra occasione: non rileggo più i suoi libri dal 2006, nel discutibile tentativo di non danneggiarne il ricordo fermo ad allora, che, per una serie di accadimenti, fu un allora importante. Non so perché e forse l’immagine non è azzeccata (anzi, sicuramente non lo è, però così mi si è formata in testa), ma questo discutibile tentativo mi fa pensare a una soffitta che non si vuole sgomberare: lì, fra le altre cose, ci tieni anche un sacco di roba che per qualche ragione non vuoi o non puoi tenere in casa, però non la butti o non la sposti perché se la butti o la sposti stai male. Tu in effetti lo sai che conservare i quaderni della scuola elementare di tuo fratello minore (o quelli di tuo figlio, o i tuoi stessi, secondo i disturbi emotivi di ciascuno di noi), o custodire una sopresa che hai trovato nell’ovetto Kinder un certo giorno, o una tazza rotta e mai aggiustata, non ha senso. Perlomeno non ha senso pratico. Forse nemmeno li prendi più in mano né li guardi, ma l’idea di liberartene o anche solo di toccarli per cambiargli di posto, mettendo quindi in discussione il posto che occupano nei tuoi ricordi, toglie senso. A cosa o a chi, anche questo dipende. Per me, son fatti miei.

Però stamattina ho dovuto rileggere due o tre pagine del capitolo 3 di The Brotherhood of the Grape, titolo che in Italia ha avuto due sorti di traduzione, La confraternita del Chianti e La confraternita dell’uva. Le motivazioni alla base della prima scelta non le ho mai capite, mi piacerebbe incontrare un traduttore paziente che mi desse il suo punto di vista. Fra l’altro, ho notato per la prima volta che l’edizione tascabile Canongate in lingua originale, acquistata in una libreria di Leeds in quel 2006 passato per metà in terra britannica (volevo andare in California o in Colorado, ma non fu possibile), ha una copertina secondo me assai più bella di quella Einaudi, che avevo comprato e letto in Italia prima di partire e prima di vedere quelle della Marcos y Marcos.

Insomma, queste due o tre pagine del capitolo 3.
Henry Molise (alias Arturo Bandini, alias John Fante) ricorda come certe sere, dopo cena, suo padre Nick (alias Svevo Bandini, alias Nicola Fante) avesse l’abitudine di accendersi un toscanello nero, schioccare le dita e annunciare al figlio: “Bene, ragazzo, muoviti. Si va”.
Andavano al Grand Tour, il giro dell’opera completa di Nick Molise. Trattasi di un itinerario volto all’ammirazione rituale degli edifici costruiti dalle mani del muratore Nick nella cittadina di San Elmo: la biblioteca pubblica, la chiesa metodista, il municipio, la Banca della California, la sede dell’azienda dell’acqua e dell’energia, le pompe funebri Haley, il Criterion Theatre, la caserma dei vigili del fuoco, la San Elmo High School, nonché passaggi pedonali in cemento, fontanelle e marciapiedi.
Ad ogni stazione di questa che per il giovane Henry pare essere fin dal principio una via crucis, il padre si ferma e invita il figliolo a riconoscere la sapiente fattura dei suoi lavori. Davanti alla biblioteca: “Eccola là, ragazzo. Non è carina? Sai chi l’ha costruita?”, “Sei stato tu, papà”. Davanti alla chiesa: “L’ho fatta io, Sissignore: l’ho fatta io”. Sopra un marciapiede: “Stop, ragazzo. Sotto i tuoi piedi. Che cosa ti sembra quello?”, “Un marciapiede”, “Il marciapiede di chi?”, “Il tuo”, “Errore. È di tutti. Tuo padre l’ha costruito per tutti quanti, perché non si bagnassero i piedi”. Infine, davanti alla San Elmo High School, dopo diversi tentativi del ragazzo di individuare il dettaglio che il padre vuole fargli notare: “Quello che vedi è un edificio che è passato indenne attraverso quattro terremoti. Ora, guarda da vicino e dimmi ciò che non riesci a vedere”, “I morti”, “Razza d’asino! Io dico le crepe! Le crepe del terremoto. Trovami una sola crepa in quel muro. Avanti”, ma il povero ragazzo di crepe non ne trova. “E perché?”, chiede il padre. “Perché l’hai costruito tu”, nota finalmente l’asino. Allora Nick si fruga in tasca, ne tira fuori una moneta da un quartino e raccomanda al figlio di non spenderla tutta in una volta. Henry se la piglia e scappa via.

Nella mia edizione italiana ho segnato questo passo con un tratto verticale di matita a margine del testo (il tratto l’ho fatto indubbiamente con l’aiuto di un righello, dovevo essere già malata) e ho aggiunto pure un asterisco (mi piacciono un sacco gli asterischi). Non mi ricordo bene perché l’ho segnato, ma lo intuisco. Quando poi ho comprato l’edizione in lingua originale in quel 2006 in cui girovagavo tra Yorkshire e West Midlands, ho cercato subito quelle pagine.
In parte, mi rammarico di aver incontrato Fante prima nella mia lingua e solo dopo nella sua. Me ne rammarico perché l’impressione, alla seconda lettura, fu quella di leggere un altro romanzo, che poi è quello che forse (o effettivamente?) succede quando si legge una traduzione. È una vecchia questione, che lascio ai teorici della traduzione e che a me in questo momento interessa meno.
Poiché l’ “effetto soffitta” si era ormai già verificato con la lettura dell’edizione italiana qualche mese prima, non sono riuscita ad addentrarmi veramente nella lettura del testo originale. L’ho sfogliato, piluccando qui e là, non senza una certa riluttanza mista ad una inspiegabile diffidenza.
Perciò io di Fante, o meglio dei suoi romanzi, ho una percezione indiretta, parziale, un’immagine che visualizzo di profilo o in una posa a tre quarti. E me la tengo così.
Me la tengo così perché quelle due o tre pagine tradotte mi servono quanto mi serve uno scatolone in soffitta con dentro vecchi quaderni, la sorpresa dell’ovetto Kinder e la tazza rotta. Mi fanno venire in mente non tanto mio padre Svevo, che non è un muratore e non ha costruito il nostro paesello abruzzese, quanto suo padre, mio nonno, che chiamerò col suo vero nome. Sante. Per la famiglia e per gli amici, Santuccio. Nato al mio paesello abruzzese nel 1920 e qui morto nel 2003. Nemmeno Santuccio era un muratore, faceva l’impiegato alle poste e, come lui stesso annotò sul retro di una foto, fu “collocato a riposo” nel 1963. Ma ora non ho sotto mano la foto, perciò non ricordo se fosse effettivamente il 1963.
Se mi va di ficcare le mani nello scatolone in soffitta, ne racconto un’altra volta.

(*) Le battute del dialogo tra Nick e Henry sono quelle della traduzione di Francesco Durante nell’edizione Einaudi de “La confraternita dell’uva”. Il titolo del post l’ho preso da quello di un famoso racconto di John Fante, “My Father’s God”.
John, suo padre e dio, dall’alto dei cieli, non me ne vogliano.

Un pensiero su “Il dio di mio padre

  1. La posa di tre quarti solitamente è quella che riesce meglio, nei ritratti.
    Vabbè, te lo dico, io di Fante ho letto solo Chiedi alla polvere (ok, alza pure gli occhi al cielo). il punto è che non me lo ricordo neanche tanto.

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