Cinema d’evasione, cinema di detenzione

Una cosa che mi piace fare è andare al cinema da sola.
Non in un multisala affollato, con l’aria densa dell’odore di pop corn. Non ho niente contro i pop corn, mi piacciono un sacco, anche quelli insugnati nel burro fuso, però di solito me li rumino a casa mentre mi scolo una birra e poi mi piace farmeli da sola e sentire quando iniziano a scoppiettare sotto il coperchio. Al massimo ci guardo sopra una puntata di “Dexter”.
Generalmente, poi, in questi posti la proiezione del film è accompagnata per tutta la sua durata da un sottofondo di chiacchiericcio e di cellulari e illuminata dalle acrobazie cromatiche di lucine di smartphone. In quei casi io non me la sento di pagare il biglietto. Se invece in quei casi succede che lo pago, perché magari si è scelto di andare in un cinema in compagnia e la compagnia non sta, come sto io, a spaccare il capello – e non solo quello, è chiaro – su certe inutili questioni, allora entro in sala in uno stato simile all’apprensione.
Mi piacciono i cinema piccoli, di quelli che hanno tre salette al massimo. Il caso vuole che questi cinema propongano anche un programma più compatibile con i film per i quali mi va di pagare un biglietto.
Quello che mi rallegra, poi – e che invece non farà piacere a qualche regista, ad alcun produttore cinematografico e, non in ultimo, al proprietario del cinema stesso, ma d’altra parte, come è chiaro, io sto parlando solo di quel che piace a me – è entrare nella sala e trovarla semivuota. In genere l’età media dei pochi frequentatori si aggira sui cinquant’anni, con alcuni picchi rappresentati da pensionati dall’aria soddisfatta e da curiosi esemplari fra i trenta e i quaranta. Sono individui che si siedono in silenzio accennando un sorriso ai compagni sconosciuti disseminati per la sala, si mettono la giacca sulle gambe anche se le poltrone accanto e davanti sono libere, spengono il cellulare o impostano una vibrazione discreta, non sgranocchiano pop corn (al massimo si cacciano in bocca una caramella, però la scartano prima che il film cominci) e, non appena si fa il buio in sala, ammutoliscono come ad un richiamo. Qualcuno poi, se deve soffiarsi il naso, addirittura non se lo soffia: affonda il naso nel fazzoletto e presumibilmente lo lascia lì a sgocciolare. Li inviterei tutti a cena da me dopo il film, metterei su un sugo e gli farei una pasta all’amatriciana, o una cacio e pepe. A cena, perché un’altra cosa che mi piace è andare al cinema di pomeriggio.
L’attesa dell’inizio del film, quando proiettano la pubblicità, che peraltro in questi cinema spesso non è meno interessante del film, è un momento irrinunciabile, in cui mi sento davvero a mio agio perché, sprofondata al buio nel ventre di una poltrona, perfettamente o quasi al centro della sala, né troppo vicino né troppo lontano rispetto allo schermo, sento che il film sarà rivolto a me, gli attori parleranno proprio a me, il regista sceglierà l’inquadratura giusta per me: io sono il centro del loro operare. Quei minuti di attesa al buio, inoltre, si prestano bene alla meditazione, sono buoni sia per elaborare sull’universo sia per dire tra i denti l’ultima bestemmia pensando alle bollette da pagare, perché dopo il pensiero sarà interamente rivolto al film, che diviene il centro della mia attenzione e per il quale ho pagato il biglietto sottraendo perciò una parte delle mie entrate, destinate anche a pagare le bollette. Una cosa, questa della meditazione, che mi succede da quando ero bambina (non al cinema e non relativamente alle bollette): uno stato di inspiegabile euforia, dovuta all’idea semplice che nessuno può sentire con l’udito il flusso libero dei miei pensieri o dirigere le strade dell’immaginazione. Era una cosa che mi faceva sentire come un personaggio fantastico, dotato di poteri magici.

C’è un cinema qui a Roma, l’Azzurro Scipioni, in cui tutte queste circostanze si verificano con regolarità. Non posso dire che sia un cinema come ne facevano una volta, sia perché io una volta non c’ero sia perché quando penso a quelli di una volta mi figuro immancabilmente il Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, pagina ineliminabile del mio personale romanzo di formazione: una sala imbottita di poveri che si accapigliano, ricchi che sputano sulla testa dei poveri che si accapigliano, donne che allattano, prostitute che ricevono con discrezione professionale i clienti, amori che nascono, ragazzini che si masturbano. A me sarebbe piaciuto esserci, in una sala così, ma come ho detto non c’ero.
L’Azzurro Scipioni rientra, credo, in quel filone che viene identificato col cinema d’essai, etichetta sotto la quale oggi vengono comunemente radunati film incomprensibili, o noiosi, o entrambe le cose. L’utente d’essai, a sua volta, è variamente definito nell’immaginario popolare in base a categorie sociali o a costumi sessuali o anche alle personali abitudini linguistiche degli intervistati sull’argomento: “radical chic”, “fricchettone”, “frocio” se l’utente d’essai è di sesso maschile, “lu filosof’ d’ lu cazz’ ” se a ritrarlo è un parlante dell’idioma abruzzese, mia lingua madre. Il proprietario racconta di aver aperto la sua sala dopo aver fatto un sogno in cui Charlie Chaplin lo sgridava perché il piccolo cinema non lontano da casa sua era stato chiuso. Sta nel quartiere Prati, ma mi sono resa conto che i romani sono soliti chiamare con una decina di nomi diversi lo stesso posto (un buon esempio è la Nemorense, che si trova nel quartiere africano, II Municipio, vicino alla Nomentana e non lontano da Piazza Bologna, a due passi dal parco di Villa Torlonia e a tre passi da quello di Villa Ada, motivo per cui un romano può indicare questa zona con uno di questi sette riferimenti, facendo precipitare te, immigrato – non importa da quanto – da terre italiche con due arterie principali e tre piazze, in uno stato di confusione che si accompagna presto a un senso di frustrante smarrimento). Perciò non lo so se ci sono altre denominazioni del quartiere Prati; fra l’altro, mi pare di aver capito che alcuni prataroli non ammettono che si dica “quartiere” e reclamano la difesa del titolo di “rione”.

Sabato però mi andava di vedere l’ultimo film di Ozpetek, di cui forse dirò un’altra volta se mi va, e sono andata nel primo cinema che mi è capitato, The Space Cinema Moderno, compatibile nei suoi orari con la mia posizione su Roma in quel giorno. Un multisala affollato, con l’aria densa dell’odore di pop corn. Questo qui in particolare soddisfa pienamente il noto “bisogno di evasione” per il quale molti dichiarano ancora di andare al cinema, perché in genere accoglie un vasto pubblico di evasi che annegano nei film i dispiaceri e le preoccupazioni da cui fuggono. Eppure la maggior parte di noi oggi, malgrado i tempi che corrono, non può dirsi soggetta alle tribolazioni dei siciliani degli anni ’40 come quelli del film di Tornatore.
Per contenere dunque il resto dei disagi derivanti dall’assistere all’incontenibile eccitazione degli evasi (chiacchiericcio, cellulari, lucine), mi sono giocata la mia carta del pomeriggio. Intorno alle cinque del sabato quella zona di Roma è tutta un pullulare di gente che va a chiacchierare e trafficare con gli smartphone nei negozi e nei caffè di via Nazionale; chi invece va ad evadere in un cinema da quelle parti non sceglie evidentemente Ozpetek perché lo Space Cinema Moderno odorava sì di popcorn fino alla più piccola fibra dei tessuti delle poltrone, però nella sala dove proiettavano il suo film, la numero 5, c’erano solo otto persone, me compresa (nelle altre qualcuna in più). Queste combinazioni mi hanno rinfrancato, facendomi sentire di cominciare bene col mettere al sicuro il 10% del prezzo del biglietto (costoso, perché sono andata in un multisala in Piazza della Repubblica, di sabato).
Diversamente da quanto mi preparavo ad affrontare in quel cinema, poi, non c’è stato un intervallo (è un’altra cosa che non ho mai capito, l’intervallo: davvero la gente, perlomeno quella non affetta da serie patologie dell’apparato urinario, non può governare la vescica per un’ora e mezza? O l’intervallo serve per correre a ricaricare il bicchierone di pop corn? O nelle nostre moderne sale c’è ancora in realtà l’esigenza tecnica, per l’operatore, di cambiare rulli e proiettori e non ce l’hanno detto? O, se uno va al cinema per evadere, nell’intervallo evade dal bisogno di evasione perché il primo tempo fa in fretta a divenire una prigione dello spirito? O l’intervallo serve a concedere una telefonata importante al condannato? Non lo so, davvero).
Se l’assenza dell’intervallo sia stata una clausola dettata da Ozpetek a tutti i gestori dei cinema o una decisione del proprietario dello Space, non ho idea, ad ogni modo mi è valsa un altro 20% del biglietto. Che con il recupero del resto dell’importo avrei avuto la possibilità decisiva di cavarmela lo supponevo, perché una volta iniziato il film mi sono trovata davanti a Elio Germano.
Una magnifica presenza a campeggiare nel buio della sala, priva di chiacchiericci, cellulari, lucine e pop corn, di fronte a otto latitanti dall’ordine di evasione.

9 pensieri su “Cinema d’evasione, cinema di detenzione

  1. Condivido quanto scrivi. Il motivo per cui vado pochissimo al cinema è proprio per il fatto che non amo l’ambiente che quasi sempre si viene a creare nelle sale: chiacchiericcio continuo, luci intermittenti da tutte le direzioni provenienti dai telefonini, sbacciucchiamenti di adolescenti e non solo (almeno facessero in silenzio!!)… insomma, non è cosa per me! L’ideale sarebbe trovare dei cinema piccoli e poco frequentati, come dici nel tuo articolo, e che trasmettano possibilmente film di un certo livello, cosa che, dove vivo io (un paese del centro-sud Sardegna) non è facile da trovarsi. I cinema da noi si trovano essenzialmente nei centri più importanti e sono quasi tutti multisale con le problematiche di cui si parlava prima. Comunque si rimedia con le visioni domestiche dei dvd, senza scocciature e in gran comodità….

    Un caro saluto,
    Francesco

  2. Ciao Francesco,
    l’assenza della brevità è stata finora una caratteristica evidente dei miei soli post, ma, siccome mi hai dato da pensare, con questa risposta al tuo commento mi candido ufficialmente all’ambìto premio Logorroci della Blogosfera 2012. Invito tutti a sfidarmi. Nel frattempo, ti rispondo. Potrei farlo per via privata, ma perderei punti nella gara di cui sopra, alla quale tengo tanto.

    Anch’io vengo da un paesello, del nord Abruzzo costiero. Non ci vivo più, ma ci sono cresciuta per i primi vent’anni. C’era un cinema, peraltro nemmeno nel mio paese ma in quello vicino, che poi hanno chiuso. Si chiamava Aurora e in estate c’era sempre un camioncino che passava sul lungomare e una voce maschile dall’altoparlante annunciava ai bagnanti: “Oggi, al cinema Aurora di…, recatevi a vedere…”. È una voce che ha accompagnato la mia infanzia e quella dei miei amici cresciuti lì, mi piaceva.
    Anche da me oggi ci sono le multisale nelle località vicine, perlopiù annesse a centri commerciali.
    Io non credo che siano un danno e non vorrei aver dato l’impressione, nel mio post, di crederlo.
    Un cinema in grado di arrivare a tutti, differenziando l’offerta, non può essere un danno.
    Quello che non mi piace è che il multisala, mi pare, differenzia raramente l’offerta. Questo, se vogliamo parlare della programmazione. Se invece vogliamo parlare del pubblico (sul quale, però, la programmazione viene effettivamente modellata), allora dirò, banalmente, che non mi piace fare fatica a distinguere le battute degli attori da quelle dei miei vicini di poltrona o a riconoscere un suono proveniente dal film in mezzo a quelli che produciamo io e gli altri spettatori schiacciando involontariamente col piede il tappeto di pop corn. Di nuovo mi vengono in mente le scene del Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore: quella funzione relazionale e aggregativa, preziosissima, e quella legata allo svago e alla distrazione, non meno preziosa, che allora forse il cinema aveva oltre alle altre, mi pare che oggi si siano dissolte in una vastità di altri contesti possibili.
    Per questo, se mi va di passare un paio d’ore di svago, non vado al cinema, ma vado a farmi una birra con un paio di amici o mi stendo sull’erba di un parco a prendere il sole. Altrimenti ci vado, e ci vado spesso, complice il buon numero di cinema differenti qui a Roma, per cui posso sperare di trovare spettatori che condividano con me queste barbose abitudini. Però, appunto, mi tocca sperare e ritenermi fortunata di essere finita a Roma, altrimenti dovrei dire anch’io “Non è cosa per me”. E perché non è cosa per me, o per te, o per Mario, o per Maria, insomma per noi ‘diversamente fastidiosi’ che vogliamo andare al cinema?

    La pianto. Poche volte riesco a esprimere chiaramente un’idea evitando il rischio di risultare indigesta o quello di sembrare addirittura pedante e snob. Devo ammettere, però, di non provare un forte rammarico di fronte all’una e all’altra possibilità. D’altra parte, considerando l’incessante promozione di una cultura della medietà alla quale mi pare di assistere da ogni lato, è sufficiente dire “film di un certo livello” per correre subito entrambi i rischi (nel post io non l’ho detto, ma mi sa che è passato lo stesso, ve’?). E, se la virtù sta nel mezzo, allora sono irrecuperabilmente lontana da questa virtù, perdendo per sempre l’occasione di difendere anch’io i miei gusti di consumatrice di film, di libri e di bucatini all’amatriciana, del livello che mi pare.

    Un saluto a te, e grazie per aver lasciato la tua idea.

  3. Adoro andare al cinema da sola e soprattutto (è una goduria quando riesco a combinare insieme le due cose) di pomeriggio. Da sola di pomeriggio è come marinare la scuola, e ai film che vedo così gli voglio sempre un po’ più di bene.

  4. Cara Morelle,
    devo dire che non avevo mai letto un commento così lungo e credo tu sia davvero sulla buona strada per vincere il premio Logorroci della Blogosfera 2012… A parte gli scherzi, riguardo il ruolo del cinema oggi la pensiamo sostanzialmente allo stesso modo. In effetti, come dici giustamente l’offerta delle sale cinematografiche è in funzione delle esigenze del pubblico per cui non c’è una grande differenziazione nelle programmazioni. I film di spessore o di livello che già sono una rarità oggi vegono per giunta programmati meno nelle sale (in media) rispetto ad altri generi più leggeri o spettacolari che inesorabilmente attirano di più le masse. Pazienza, le cose van così e non ci si può far niente.

    Cari saluti e alla prossima!
    Francesco

  5. Caro Francesco, lo so, esondo. Tra l’altro mi sono accorta ora che, nell’impeto dell’inondazione verbale, ho pure sbagliato a digitare il nome del premio (“Logorroici”, mi ero mangiata la penultima “i”). E vabbè. Non sono sicura che sia passato quello che avevo in testa, né nella mia risposta al tuo commento né in tutto il post. Succede nelle inondazioni incontrollate, è contro queste che davvero non ci si può far niente. E vabbè.

  6. Ma come son messi sti commenti che mi son persa un pezzo? Ok, come non detto, insultami pure. nella vita normale sei normale, giusto? cioè né logorroica né muta.

  7. Vuoi sapere se parlo come scrivo o quanto scrivo? Comunque la risposta è no in entrambi i casi: parlo meglio e poco. Tranne che con Le Sanglier, con cui emetto suoni gutturali e prolungati😀

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