In difesa del rutto e di altri processi digestivi. Perché scrivo post lunghi

Scrivo generalmente post molto lunghi, mi pare abbastanza evidente. Non escludo di poterli comprimere in futuro, secondo le inclinazioni che vorrò concedermi, ma in effetti finora mi è capitato raramente, in questo blog come in altre circostanze che richiedevano l’uso della lingua scritta.
Non che non mi sia mai proposta di essere breve. Ci ho provato, ma scrivere un testo breve, entro uno spazio limitato a priori, con obiettivi di limpidezza, mi risulta dannatamente più complesso che scrivere un testo lungo, ragione per cui ho normalmente poco successo con Twitter e tutta l’ampia offerta di messaggistica breve dei mezzi di comunicazione, sms compresi, a meno che io non mi serva di questi per dare input del seguente tipo: “La prendi tu la carta igienica? L’abbiamo finita”. Invidio chi sa fare un uso intelligente della brevità, non meno di quanto invidio chi sa fare un uso intelligente della lunghezza (perché anche questa non è mica un affare semplice, come si dirà molto, molto più avanti).
Della reale difficoltà nell’essere brevi sa qualcosa Le Sanglier, che per lavoro si trova quasi quotidianamente a incanutirsi i capelli su 2.000-2.500 battute che gli ansimano sul collo come un conto alla rovescia prima di un’esplosione. Ma io, che questo blog non l’ho aperto per ragioni legate strettamente al mio lavoro (largamente sì, in quanto il precariato dà spesso del tempo libero extra), perché dovrei darmi compiti complessi anche in questo caso? Perciò, siccome quando non ho niente da fare mi diverto a pigiare sulla tastiera del computer, succede che rigurgito, trabocco ed esondo. Quando non ho nemmeno niente da dire, rimaneggio vecchi appunti che vado a ripescare nella mia cartella di bozze, producendomi copiosamente. Ciò, è chiaro, avviene senza che nessuno me l’abbia commissionato e senza una scadenza incombente; spesso avviene perché mi diverto a far illividire Le Sanglier, che invece quando scrive è solitamente vincolato all’uno e all’altra.

Tuttavia, a voler considerare meglio la questione, anche l’eruttazione verbale incontrollata costa uno sforzo. Costa uno sforzo perché, se è vero che essa si verifica con la medesima naturalezza e lo stesso indiscutibile piacere liberatorio di un rutto sonoro, è anche vero che il rutto è il risultato di una digestione, compiuta o prossima a compiersi. E la digestione, si sa, è un processo delicato e non immediato, che riduce in forme semplici sostanze assunte in forma complessa (lo dice anche Wikipedia, miniera di spunti di riflessione). Non mi tratterrò a questo punto dal ruttare il pensiero conseguente a questo spunto wikipediano, il quale ha prevedibilmente a che fare con certe inevitabili pratiche della fase finale, e miseramente più tangibile, della digestione. Da cui questo blog, rimedio ultimo alla mia tendenziale stitichezza.
Tornando all’idea del rutto, forse meno intollerabile, non è inutile rilevare a margine che il suo grado di sanzione sociale è soggetto a variabilità, perché il rutto è un fatto culturalmente percepito. È noto che esso risulta oltremodo spiacevole, ad esempio, nelle culture occidentali. Non fa piacere, ed è anzi inaccettabile, che un nostro commensale liberi i gorgheggi del suo esofago mentre stiamo attorcigliando l’ultima forchettata di bucatini all’amatriciana. Non è tollerato nemmeno se lo fa lontano dai pasti, ad eccezione delle celeberrime gare, perlopiù in voga tra i giovani, le quali però basano il loro successo esattamente sul grado di intollerabilità del rutto: i campioni, infatti, lo riproducono in forme accentuate, aiutandosi eventualmente con opportune sorsate di birra, a scopo provocatorio; e la provocazione, perché riesca, necessita di trovare una pratica che sia oggetto di sanzione sociale (se così non fosse, allora ci sarebbero anche gare di soffiate di naso, ma non mi risulta che ci siano, proprio perché troviamo decoroso nascondere il naso in un fazzoletto e soffiarci dentro invece di scaccolarlo silenziosamente con le dita o tirarlo su vigorosamente ogni due minuti, ma se fossimo in altri Paesi, per esempio in Giappone, potremmo forse trovare una gara di soffiate di naso).
Noi stessi, forse non tutti, non ci sogneremmo mai di liberare satolli i nostri rutti nelle medesime circostanze conviviali a base di bucatini di cui sopra, a meno che non siamo in compagnia di pochissimi intimi, con i quali, per l’appunto, sentiamo di potercelo eventualmente permettere in virtù di una familiarità alla quale affidiamo la segreta speranza di essere compresi e perdonati. Ma perdonati per cosa? Per il buon funzionamento del nostro apparato digerente? In alcuni paesi del Sud-est asiatico, e forse anche in altri di cui ora mi sfugge, è ammesso l’atto del ruttare dopo un pasto, quando addirittura non richiesto come dimostrazione di sazietà e gradimento. Per non parlare di sputazzi e scatarramenti pubblicamente condivisi, comunissimi tra gli orientali.

Ma torniamo a ciò che origina simili discutibili manifestazioni del nostro organismo, la digestione. Un processo chiaramente vitale. Vitale e, spesso, faticoso, perché mira all’assorbimento e all’assimilazione di sostanze nutritive che, dicevamo, si presentano perlopiù in forma complessa. In poche parole (dopo queste prime novecento), la digestione si fa carico di garantire la sopravvivenza. E l’acquisizione degli strumenti per la sopravvivenza è un processo lungo, molto più lungo di una cacata, suo prodotto finale e tangibile. Più lungo anche di una lunga cacata in un momento di pace, quello che abbiamo quando con sollievo e senza i vincoli della velocità frenetica imposta dalla quotidianità, ci chiudiamo nella sede notoriamente più favorevole alle migliori delibere e alle più sagge pensate. Ho il presentimento, fra l’altro, che molti utenti di Twitter e di altra simile messaggistica affidino a questo momento e a questa sede una buona parte delle loro prove di competenza in materia di brevità, forse allo scopo di aiutarsi a sostenere lo sforzo (lo sforzo di cui parlavamo in principio, naturalmente, quello di condensare il pensiero).
In genere ci si affretta poi a sbarazzarsi delle prove schiaccianti dell’avvenuta digestione, e per fare ciò ci viene incontro lo sciacquone, oppure ci si impegna a liberarsi con opportuna discrezione dei rumori prodotti dal corpo, quali appunto il rutto.
Con la scrittura, quella frutto di un’eruttazione incontrollata, la questione è diversa. Somiglia per certi versi alla serie di colpetti che si danno sulla schiena dei bambini per ottenere il noto ruttino, fondamentale perché il bambino non soffochi o non si trovi in una condizione di disagio, finché non avrà imparato a sorvegliare autonomamente l’ingestione di quantitativi provenienti dalla realtà esterna. E la realtà esterna richiede un’osservazione attenta, minuziosa, coscienziosamente selettiva. Ché non sai mai quello che ti finisce nello stomaco mentre, digitando centoquaranta caratteri in dieci momenti dello stesso giorno, produci millequattrocento rutti non meno molesti di quelli, più numerosi, prodotti da coloro che scrivono un post lungo su un blog.

Con ciò, non ho tuttavia chiarito perché uno che incappi in questo blog dovrebbe prestarsi a essere testimone involontario (o volontario, se coraggiosamente sarà arrivato alla fase finale) del buono o cattivo funzionamento del mio apparato. In effetti, però, non avevo detto che lo avrei chiarito ma che avrei spiegato perché generalmente scrivo post lunghi. Sono convinta, infatti, che ognuno troverà una convincente risposta sulla base delle proprie personali abitudini di eruttazione.

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