“Quanto è tardi?”. Chiedere l’ora a Roma e a Berlino

“A little learning makes the whole world kin”
Proverbs xxxii, 7
in Mark Twain, The Awful German Language

Un anno fa, da gennaio ad aprile, ho frequentato un corso di tedesco al Goethe Institut, qui a Roma. Così, perché mi era venuta voglia. Pochi mesi prima il mio lavoro mi aveva portato a vivere una bella esperienza con un gruppo di studenti tedeschi, di quelle che, per una serie di motivi, sai che ricorderai a lungo, forse per tutta la vita.
All’inizio, cioè quando ho cominciato a fare il lavoro che faccio, avevo paura dei tedeschi. Erano spesso degli spocchiosetti rompiballe, facevano sempre le domande più difficili, si presentavano da me dopo la lezione, o durante la pausa, con la richiesta di  tavole di verbi irregolari da imparare a memoria anche se non avevano capito un accidente su quando usarli; avevano poi quasi tutti l’abitudine di tenere un secondo quadernetto, oltre a quello degli appunti, con le pagine divise in due colonne dove annotavano liste di parole da imparare, con la traduzione tedesca nella colonna accanto. Può esserci un modo più noioso di imparare una lingua?
Quello, però, fu un incontro importante, nuovo. Lo fu malgrado gli immancabili quadernetti lessicali (“Morelle, quante parole devo imparare per arrivare a un livello C1?”. Tante, tante, tante e di più, quindi vai a cominciare), malgrado le tradizionali domande raggelanti (“Morelle, perché si dice ‘andare in montagna’ ma poi si dice ‘andare al mare’? Così è più difficile da imparare!”. Io non lo so e hai ragione tu tesoro, è più difficile ed è anche uno spreco di mezzi; ho studiato un po’ la questione, ma pare che i linguisti ci si stiano ancora accapigliando, quindi lasciamoli lavorare in pace e ve lo dirò al prossimo corso) e malgrado le prevedibili richieste di tavole di verbi irregolari (“Morelle, quanti sono quelli della seconda coniugazione?”. Non li ho mai contati, ma mi pare un sacco. Perché invece non contiamo gli irregolari della prima, che mi sembra siano solo quattro?).
Perciò, quando abbiamo dovuto salutarci come sempre accade alla fine di un corso e di una bella esperienza, ho desiderato avventurarmi fiduciosamente nella loro lingua, come loro si erano avventurati fiduciosamente nella mia. Il tedesco, contro ogni mia aspettativa, era diventato la lingua dell’incontro, dell’amore, dello scambio, di un nuovo patto di allenza, un moderno Giuramento di Strasburgo.
Non avevo mai studiato il tedesco e, inoltre, avevo in mente già da tempo di mettermi a studiare una lingua straniera in cui fossi una principiante assoluta, buttandomi dentro una classe, seduta dietro ai banchi insieme ad altra gente e con la guida di un insegnante, con un quaderno per gli appunti (magari pure uno per le liste lessicali) e lo zainetto con la merenda dentro, perché fa sempre bene cambiare la prospettiva, o tenere memoria delle precedenti.
Mi sono iscritta a un corso estensivo, che si teneva solo il sabato mattina, perché in quel periodo la mia settimana somigliava a un sudoku e, dal lunedì al venerdì, la mia principale attività consisteva nell’incastrare gli orari e le sedi di tre corsi, che tenevo contemporaneamente, nelle caselle giuste della giornata e delle linee di trasporto pubblico di Roma. Vedevo una cinquantina di studenti a settimana e ricordavo a fatica la metà dei loro nomi, fatto che mi angustiava oltremodo perché trovo che non chiamare una persona col suo nome sia il segno di una mancanza di cura e attenzione.
Era indubbiamente faticoso alzarsi presto anche il sabato per andare alla lezione di tedesco ed era stremante fare gli esercizi che l’insegnante ci dava per la settimana successiva mentre preparavo quelli di italiano per i miei studenti, ma mi piaceva più di quanto mi affaticasse. Il mio buon vecchio amico Nosferatu, di cui conosciamo le abitudini del weekend, aveva incoraggiato la mia iniziativa alla sua maniera: “A te ti conosco da vent’anni e che stai fuori di capoccia lo so, siamo amici e mi ci sono abituato. Ma se un giorno io conoscessi una donna che il sabato, dopo una settimana di lavoro al ritmo di sei ore di lezione al giorno, si sveglia alle sette per prendere il tram e arrivare dall’altra parte di Roma per spararsi di primo mattino quattro ore di tedesco ‘perché le va’, guarda, penserei solo una cosa: queeesta è sceeema! Non me ne fregherebbe un cazzo se magari è bbona, se mi piace, se è pure simpatica: è soprattutto matta, quindi non ci uscirei manco morto, manco se stessi senza trombare da un anno”. Sono sempre grata alla sincerità dei miei amici. È chiaro che Le Sanglier la pensa in un altro modo, e ciò è andato a mio vantaggio.

Insomma, mi sono tuffata nel tedesco senza salvagente, secondo le mie intenzioni. Non mi ero data grandi obiettivi da raggiungere, per cominciare mi bastava saper entrare in contatto con un tedesco nella sua lingua (del resto il corso per principianti ha questo obiettivo, altrimenti sarebbe un corso di livello successivo), ma perlopiù volevo divertirmi a sbagliare e fare figuracce. Ne ho fatta una subito, il primo giorno di lezione, quando sono stata invitata a presentarmi col mio nome dopo aver ascoltato la presentazione dell’insegnante Claudia, perché ho prevedibilmente pronunciato “Ich heisse Morelle” in un modo che è suonato “Scheisse”, che significa “merda”. Dopo le prime quaranta ore di lezione, riuscivo a malapena a stare a galla ma provavo un che di euforica libertà. In seguito ho avuto anche un mezzo esaurimento nervoso, però non credo sia stata colpa del corso di tedesco del sabato mattina.
Una delle cose che più mi hanno dato da pensare è come si indica l’ora nell’idioma germanico, tanto che, quando poi sono andata a Colonia a trovare la mia amica Anne (tedesca con cui comunico in italiano), non mi sono mai tolta l’orologio dal polso come invece faccio solitamente per sentirmi leggera, e ciò allo scopo di evitare di dover chiedere ai passanti quando me ne andavo in giro da sola, senza la guida di Anne. Capire la risposta, infatti, sarebbe stato più penoso che formulare la domanda.
Mentre imparavo, affidandomi ai suoni di questa lingua, ho annotato via via le cose che mi venivano in mente. Le ho ripescate oggi nel mio archivietto.
Come al solito mi dilungo oltre l’accettabilità perciò, come ho già fatto un’altra volta, il resto del post, questa volta con le mie pensate sul modo di dire l’ora in tedesco, l’ho messo qui, fra le pagine fisse del menu laterale. La lettura non richiede competenze in tedesco, non le ho nemmeno io che per frequentare quel corso al Goethe ho tirato fuori cinquecento degli euro faticosamente guadagnati.
Sta lì per chi lo vuole, per chi come me è sconsideratamente innamorato della babelica confusione delle lingue, per chi vorrà farmi cambiare idea, per chi vorrà insegnarmi qualcosa sulla percezione del tempo in tedesco, e anche per chi non ha una mazza da fare.

In alternativa, c’è un imperdibile video realizzato da Bruno Bozzetto sugli stereotipi italiani e tedeschi, creato per il bel progetto “Va bene?! La Germania in italiano. Italien auf Deutsch” del Goethe Institut di Roma. Indiscutibilmente meno palloso del mio post.

Annunci

2 pensieri su ““Quanto è tardi?”. Chiedere l’ora a Roma e a Berlino

  1. puoi immaginare cos’è spiegare il tedesco agli studenti italiani ? quelli che frequentano la scuola intendo…. non quelli che frequentano i corsi privati e che hanno una forte spinta motivazionale e fanno i salti mortali (come te) per imparare qualcosa….anche solo per spiegare l’accusativo, hai presente i pesci nell’acquario? ecco, sono più espressivi i pesci! ma forse sono io che pretendo troppo dai miei studenti…. però! proprio sei brava!
    l’AleS

  2. Ciao Alessandra, in realtà no, non posso immaginare come sia insegnare nella scuola, perché non ci ho mai insegnato, per ora i miei canali restano quelli dell’università e del privato. Posso dire però che un’idea me la sono fatta, e per questo finora l’ho accuratamente evitata (se vuoi, interpreta pure “snobbata”… questo non mi fa fare una bella figura, lo so. Semplicemente ho cercato di fare quello che mi piaceva di più. Non escludo di vedermi costretta, in futuro, a bussare alle porte della scuola, e in quel caso dovrò cercare di non essere la cattiva insegnante che sarei, come rischia chiunque adotti soluzioni di ripiego e con poca convinzione).
    Ma lasciamo questi loschi affari fuori dal blog, che forse così ci risparmiamo un paio di sonore imprecazioni! 😀

I commenti sono chiusi.