How often is often?

“E non hai pietà tu di me”
(Nanni Moretti in Bianca,
a uno studente durante una lezione di matematica)

“- È giusto, Professò?
– Giusto un cazzo!”
(Silvio Orlando a uno studente durante una lezione di italiano,
in Riccardo Milani, Auguri Professore)

“Vi amo, voi tutti che siete in quest’aula”
(ancora Nanni Moretti, in La messa è finita,
dove però al posto di “aula” si dice “bar”,
che secondo me fa lo stesso)

Cercando di mettere ordine tra le mie scartoffie di lavoro, ho rinvenuto una serie di appunti e materiali di un vecchio corso che ho tenuto più o meno un anno fa. Era un corso di livello A1, cioè per principianti, o beginners, se preferite la nomenclatura del gergo anglosassone. Gli studenti erano tutti dottorandi di un’università qui a Roma. C’erano in prevalenza cinesi e indiani, poi un pakistano, un russo, una turca, un macedone e una brasiliana – chi non fa questo lavoro non può immaginare le gocce di sudore freddo che t’imperlano la fronte prima di entrare in una classe di livello A1 dove il coordinamento didattico, per la solita mancanza di fondi e risorse, ha riunito una brasiliana, che può grosso modo già orientarsi nella catena di suoni che sente anche se ha appena iniziato a studiare l’italiano, insieme a degli orientali, che faticano solo a capire dove si trovano.
Mi sono imbattuta in un disegno e m’è tornata in mente una lezione sugli avverbi di frequenza.
Tra le molte possibilità, c’è una soluzione che si può adottare quando si vogliono far imparare gli avverbi di frequenza “sempre”, “di solito”, “spesso”, “qualche volta”, “raramente”, “mai”, dopo averli fatti osservare negli usi in contesto durante l’ascolto o la lettura di un brano. Diremo subito, per evitare dubbi eventuali, che l’uso dell’inglese come lingua veicolare in classe, o di qualunque altra lingua che non sia l’obiettivo, in questo caso l’italiano, è assolutamente bandito, salvo i casi in cui certe attività lo prevedano. Per gioco, istituisco sempre la regola della “multa” per tutti coloro che vi ricorrano durante la lezione: cinque euro per ogni parola detta in inglese, tre per ogni parola detta nella propria lingua a un compagno connazionale; è ovvio che si tratta di una multa immaginaria, altrimenti oggi potrei tranquillamente fare a meno di lavorare e vivere di eredità per il resto della vita.
La soluzione, dicevo, consiste in un disegno, semplice e immediato (o almeno io credevo che lo fosse e che lo fosse sempre, per tutti), che rappresenta il tempo su una linea orizzontale. Non è un’idea mia, l’ho presa da un libro che uso molto volentieri, e non è nemmeno ‘sta gran pensata. Subito sopra questa linea si disegna un sottile rettangolo, lungo quanto la linea, e lo si colora tutto se si vuole rappresentare l’idea di “sempre”. Sulla linea stessa, invece, si disegna una serie di puntini, a seconda degli altri avverbi che si vogliono visualizzare: tanti puntini a una distanza regolare l’uno dall’altro se l’avverbio è “di solito”, tanti puntini a una distanza casuale l’uno dall’altro per “spesso”, pochi puntini per “qualche volta”, pochissimi puntini per “raramente” e, infine, una linea senza puntini per “mai”. Non importa ovviamente (ma è davvero così ovvio?) quanti puntini si disegnano, è rilevante solo la relazione tra i puntini rispetto alla linea.
In genere funziona efficacemente, persino con gli americani. Gli americani, soprattutto i giovani universitari, sono infatti il banco di prova della chiarezza di una lezione di italiano: se la capiscono loro, la possono capire tutti. Vogliano perdonarmi tutti gli americani, competenti in italiano e non, e tutti i filoamericani, per quest’ultima affermazione all’apparenza irrispettosa, ma, esclusivamente per quanto riguarda l’apprendimento di una lingua straniera, ciò che affermo non è solo un’opinione: è un fatto provato dall’esperienza, mia e di tanti colleghi più anziani e più esperti di me. Tant’è che, nell’aula docenti dove al mattino ci si incontra e ci si scambiano notizie e idee, si è soliti valutare, ad esempio, la fattibilità di un test in base all’esito che questo ha avuto in precedenza con studenti americani: “Com’è questo test? Dici che lo posso dare ai cinesi dell’A2 o è troppo difficile?”, “No, vai tranquillo, è a prova di americano”, “Ah, perfetto, allora domani faccio fare questo”.
Quel giorno, però, il giochetto non funzionò. Cioè non funzionò con uno studente, il pakistano. Non avevo mai avuto pakistani in classe prima di quel corso.

Si chiamava Sulaiman, aveva ventisei anni e faceva un dottorato in matematica. Era quello che aveva accumulato più multe, si era iscritto al mio corso di italiano perché obbligato dalla sua scuola di dottorato, ma chiaramente non ne vedeva la necessità: comunicava tutto se stesso in pashtu e in un inglese che capivo poco. Sulaiman non aveva bisogno di fronzoli. In 90 ore di lezione avrà fatto non più di due degli esercizi regolarmente assegnati per lo studio individuale. Era un tipo piccoletto e sempre sorridente, mite, con gli occhi buoni e luminosi, particolarmente timido (ma anche la timidezza è una questione culturale, e ciò che ci pare timidezza potrebbe in realtà essere una forma di ossequio che si mostra in circostanze ritenute formali e in rapporti ritenuti gerarchici). Arrivava con uno zainetto sulle spalle e si sedeva sempre il più lontano possibile dalla lavagna. Ci stavamo molto simpatici, ma già dopo i primi giorni di lezione mi fu chiaro che con lui non ce l’avrei fatta, perciò il solo obiettivo che insieme ci si poteva dare era la buona tenuta di un atteggiamento di generale curiosità, essenziale per qualunque operazione.
Quel giorno, mentre ero intenta a disegnare i puntini, a un certo punto mi voltai e intravidi il suo sguardo fattosi vitreo e la sua manina che si sollevava in aria. “Sta per fare una domanda”, pensai – in una classe di lingua non si alza la mano per chiedere il permesso di parlare, si parla e basta, e si è tutti contenti che ciò avvenga, ma spesso gli studenti di tutte le età, soprattutto gli orientali meno occidentalizzati, fanno inizialmente fatica ad abituarsi a questa democrazia comunicativa, giudicandola irriverente nei confronti dell’insegnante, perciò alzano la mano per chiedere il diritto alla parola, come del resto credo si faccia ancora anche tra i banchi delle scuole italiane (prima ancora, tra i banchi delle scuole italiane, non si alzava nemmeno la mano, semplicemente si parlava “solo se interrogato”, ce lo ricorda Domenico Starnone).
Invece vidi il ditino di Sulaiman, l’indice, che tamburellava nell’aria da sinistra a destra, e gli occhi che si socchiudevano per mettere meglio a fuoco il mio disegno. “Forse da laggiù non vede bene”, ripensai. Cancellai e rifeci lo stesso disegno più grande, lussandomi la spalla a sfruttare tutta l’interminabile lavagna che percorreva la parete da un capo all’altro (sì, all’università tagliano tutto, però in alcune non badano a spese per le lavagne, purché il gesso o il pennarello te lo porti da casa).
Ma vidi Sulaiman ripetere il gesto. Capii allora che stava contando i puntini. Sulaiman stava contando i puntini, e li veniva via via trascrivendo sui suoi appunti. Non era da escludere che per lui i sette puntini che casualmente avevo disegnato stessero significando “spesso” e i due puntini “raramente”. Quindi non era da escludere nemmeno che io gli stessi dicendo che se compio un’azione sette volte, e solo sette, allora la faccio “spesso”, e così via. O forse voleva solo copiare fedelmente il mio disegno? Per innata meticolosità o per quell’eccesso di assennatezza tipico di quando, prudentemente, copi qualcosa senza averci capito una mazza, con la speranza di capirci qualcosa dopo?
Mi tenni composta e sorridente. Per uscire dal pasticcio in cui mi ero cacciata feci una serie di esempi ulteriori e, mentre gli altri erano a testa bassa sui loro appunti, rimasi ad aspettare di incrociare lo sguardo di Sulaiman e, quando ciò accadde, gli feci un sorriso più largo. Lui rispose al sorriso e annuì energicamente arrossendo un poco, per quanto sia possibile intravedere il rossore sulla carnagione scura di un pakistano a una distanza di qualche metro. Aveva capito questa volta? A giudicare dalle sue successive produzioni in italiano, mi dissi di sì. Però io, quel giorno, con quel disegno, dove avevo sbagliato? Avevo sbagliato? Se sì, quali informazioni culturali mi mancavano sul modo di rappresentare il tempo in Pakistan? Ho chiesto in giro ai colleghi, ma non ne abbiamo cavato nulla. O forse c’entravano qualcosa gli studi in matematica di Sulaiman? Non l’ho mai capito, e per questo il suo ditino in atto di contare è uno dei ricordi disgraziati più belli che ho.
Ho riproposto il disegno con i puntini altre volte in seguito, in altri corsi e ad altri studenti, e non mi è più capitato di vedere dita sollevate a contare, come non mi era mai capitato prima di Sulaiman, ma adesso, ogni volta che è ora di passare agli avverbi di frequenza, se decido di riutilizzare i puntini, sento una specie di eccitazione mentre sono alla lavagna a disegnare e, quando mi volto, vado alla ricerca di dita alzate, perché io quasi le vorrei vedere, quelle dita che contano. Le vorrei vedere e avrei la tentazione di chiedere: “Ma che minchia hai da contare?”.

Scott Lion DeVall (Facebook)