Le michette della Signora Peppina, secondo l’antica ricetta

Ieri, mentre rientravo a casa, ho incontrato la Signora Peppina per le scale.
Mi ha bloccato sul pianerottolo e, con fare minaccioso, ha voluto sapere dove mi trovavo la notte di venerdì 16 marzo.
Mi trovavo al paesello, in Abruzzo, per fare gli auguri di compleanno a Svevo.
Ci sono molti modi per rispondere a una domanda simile posta da una vicina di casa incontrata mentre sali faticosamente le scale con le buste della spesa e il sudore che ti cola giù lungo la schiena, e la più semplice è: “Signò, ma mo ‘sti cazzi?”.
Ci sono altre possibilità, similmente informali, tipo: “Stavo facendo a fette con una sega elettrica quello stronzo sanguisuga di tuo figlio, proprietario del mio appartamento al quale pago mensilmente un affitto assai superiore al valore di questo tugurio con la serratura di merda e la porta che si apre da sola se ho le finestre aperte”, o anche “Stavo copulando con Le Sanglier, non ci hai sentiti quando abbiamo sfondato la parete del letto e ci siamo ritrovati nel tuo salotto e a quel punto abbiamo comodamente proseguito sul tuo divano, facendo tintinnare il servizio buono di piatti che tieni nella credenza?”.
Ma, poiché la buona educazione, unitamente ai costumi che si acquisiscono spontaneamente con gli anni vissuti in una società gerontocratica, insegna che a una distinta pensionata ultrasettantenne si deve rispondere con sincerità e gentilezza, ho pressappoco risposto: “Mi trovavo in Abruzzo, Signora, dove mi ero devotamente recata a rendere omaggio all’anziano padre che compiva gli anni. Ma, di grazia, perché mai me lo chiede?”.

La sera di venerdì 16 marzo, intorno alle undici, la Signora Peppina si è alzata dal letto per andare a liberarsi le viscere e, in seguito a un malore dovuto forse a un calo improvviso di pressione, è rimasta seduta sulla tazza fino alle quattro del mattino, temporaneamente incapace di fare forza sulle gambe per alzarsi. Afferrato lo scopettone a lei vicino, ha preso a mazzate il soffitto, il pavimento e la parete, nella speranza che suo figlio e sua nuora, che vivono al piano di sopra, o la Signora Mela, che vive al piano di sotto, o io, che vivo accanto, la sentissimo. Suo figlio e sua nuora, però, non hanno sentito nulla, o meglio: sua nuora, l’Architetta, il mattino dopo ha riferito di aver sì sentito dei colpi, ma di non averci badato, crededondoli provenire dalla casa di fronte, dove vive gente notoriamente rumorosa. Se decidiamo di credere alla sua testimonianza, dobbiamo allora credere anche che l’Architetta abbia problemi di udito e non sia in grado di riconoscere la provenienza di un suono che si origina all’interno del proprio edificio invece che all’esterno, dal basso invece che da sinistra, fatto assai più singolare se si considera che, per come il nostro palazzo è stato costruito, è possibile riconoscere facilmente ogni stato e azione dei propri vicini, se sono in ciabatte, in scarpe da ginnastica, coi tacchi, o scalzi, se hanno il singhiozzo o un rigurgito, se fanno una scoreggia o si scaccolano il naso, e anche localizzare nello spazio ciascuna di queste attività. La Signora Mela, a questo punto diremo per sua fortuna, è sorda, perlomeno secondo l’opinione della Signora Peppina. Io ero in Abruzzo, alle prese con le febbri e il compleanno di Svevo. Perciò la povera Signora Peppina si è riaddormentata seduta sulla tazza e infine, alle quattro del mattino, si è svegliata. Il malore era passato ed è tornata a letto tranquilla, con le viscere ormai indubbiamente libere.
Poiché l’imbarazzante episodio si è risolto nel migliore dei modi, la Signora Peppina, saputo che non ero corsa in suo aiuto perché assente, ha presto dimenticato la sua notte difficile e si è mostrata invece più interessata a discutere con me di altri fatti, desiderosa di motivare la sua presenza in bagno a un orario serale così improbabile per lei, donna dallo stile di vita sano e regolare che va sempre a letto presto.

“Allora, io di solito faccio un goccetto prima di andare a dormire…“.
Non sono sicura di aver capito bene, potrebbe aver detto “mi faccio”, e il pronome verrebbe in soccorso allo sforzo esegetico, se non fosse che la Signora Peppina non beve alcolici, quindi forse ho capito bene: mi ha informato sulle abitudini della sua vescica.
” … però sapesse quanta fatica faccio a andare di corpo, uh, Signoriddio! Allora, ogni tanto ci provo alla sera, se sento che mi viene, sto lì e mi sforzo e spingo. Non faccio tanto, però, ‘na miichetta…“.
Chiude il pollice e l’indice a formare un piccolo ovale: ‘na michetta, infatti, ha le dimensioni di una michetta Barilla. La parola, di origine milanese, indica normalmente una forma di pane che da noi si chiama “rosetta”, e non so spiegare come sia arrivata all’uso quotidiano della provincia romana. In Abruzzo, ‘na miica significa “un po’”.
” … e quindi, quando sento lo stimolo, pure se è tardi io vado subito. Insomma ecco, vede che succede a una povera vecchia che si vuole fare ‘na cacatella…”.

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5 pensieri su “Le michette della Signora Peppina, secondo l’antica ricetta

  1. Wonder, non so come, il tuo commento era finito automaticamente nella cartella Spam di WordPress, me ne sono accorta solo ora per puro caso e l’ho quindi prontamente sdoganato. Se dovesse ricapitare di non vederti visualizzata tra i commenti, sappi che io non c’entro niente, anzi, se sai spiegarmi la vicenda…

  2. Ma va’ sto firewall che gli starò antipatica.
    In effetti mi ero accorta che non c’era, ma pensavo di averlo scritto e non averlo pubblicato.
    Siccome sono sempre molto tranquilla quando scrivo, tipo che mi devo alzare venti volte per far girare una trottola o per il bibe o per un disegno o per pulire qualche culetto, talvolta il collegamento vpn salta, e perdo tutto.
    Comunque, la prossima volta te lo dico!

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