La solitudine dei pedoni urbani

“… le panchine sono piene di gente che sta male”
(Franco Battiato, Up patriots to arms)

Sui binari della piccola stazione in cui prendo regolarmente il trenino che mi porta in città, ci sono otto panchine. Ognuna di queste può ospitare comodamente dalle tre alle sei persone, secondo la dimensione della panchina e di chi ci si siede, per un numero complessivo di posti difficile da stabilire con esattezza, ma certamente non inferiore a venti.
Malgrado l’abitudine che tutti noi abbiamo di essere spettatori di dinamiche, all’apparenza poco rilevanti, che si riproducono ogni giorno uguali, vi sono dei fatti che non smettono mai di pungolare la mia attenzione. Uno di questi è l’osservazione del modo che noi singolari individui abbiamo di disporci nello spazio condiviso con estranei.
Relativamente a quanto avviene nelle panchine della stazione, il fenomeno si lascia osservare meglio lontano dalle ore di punta e nel weekend, quando la stazione non è affollata di pendolari che vanno e vengono dalla città per lavoro. Le otto panchine non vengono occupate via via fino al progressivo esaurimento dei posti disponibili in ciascuna, ma colonizzate da singoli individui. Solo quando ogni panchina ospita un’entità, si comincia allora ad assistere ad una colonizzazione condivisa e dunque compaiono le prime panchine con due entità. Il ciclo ricomincia eventualmente fino alla successiva comparsa di una panchina con un gruppo di tre, e così via.
All’inizio di questo processo, quando la stazione è semideserta, si potrà osservare come chi arriva tenda a dirigersi verso una panchina completamente vuota, scartando la generosa serie di posti liberi sulle panchine a lui più prossime, le quali ospitano già un’entità. Il nuovo arrivato gli passa davanti e prosegue, anche se per raggiungere la panchina prescelta deve percorrere ansimando altri venti o trenta metri con un pesante bagaglio a mano, anche se trasporta con evidente fatica i propri centoventi chili di massa corporea e non vede l’ora di sedersi. Solo alcuni anziani, a volte, si fermano al primo posto libero che trovano, si accomodano con gesti lenti e sereni e, in qualche caso, salutano con un sorriso il proprio vicino o addirittura cercano di intavolare una conversazione. Tutti gli altri si affrettano ad accaparrarsi la panchina vuota, prendono posto, posano accanto a loro la borsa e qualunque altro oggetto personale, che parrà loro totalmente ragionevole spostare a terra o sulle gambe solo quando, ultimati tutti gli altri posti a sedere, si avvicinerà un’altra entità in cerca di uno spazio da territorializzare.

© Bruno Bozzetto

Si tratta di fenomeni molto comuni, analoghi a quelli che si verificano negli ascensori, sui treni e sugli autobus, e già largamente studiati dagli esperti. È l’ormai vecchia storia della “bolla”, lo spazio che mettiamo tra noi e gli altri, che è uno spazio anzitutto culturalmente determinato. È risaputo, ad esempio, che quello di un italiano è più ridotto di quello di altri, europei e non, anche per quanto riguarda le relazioni più intime. Bruno Bozzetto ha esemplificato questo stereotipo in un’efficace vignetta.

Insomma, nulla di nuovo. Se qualcosa di nuovo ci fosse ancora da scoprire, lo lasceremmo certamente agli esperti.
Tuttavia, questo fatto così ovvio, così noto da risultare banale, non cessa di stupirmi quando mi trovo ad osservarlo in una stazione della provincia romana, in pieno giorno, perlopiù tra italiani, o tra italiani e immigrati già chiaramente integrati nella nostra stereotipata prossemica.
Io stessa adotto questo comportamento, ma perlopiù accade – ho notato – se ho voglia di accendermi una sigaretta in attesa del treno. Pur essendo all’aperto, infatti, se mi si presenta la possibilità di una panchina vuota non vedo perché dovrei fumare in faccia a uno sconosciuto che non so se sia un fumatore catarroso come me. Diversamente, può capitare spesso che mi sieda su una panchina già occupata da un’altra entità anche se ce ne sono altre vuote e ciò è dovuto a una mia forma di autismo intenzionale con il quale spesso mi aiuto a stare al mondo e che rende assolutamente irrilevante la presenza o l’assenza di altri umani intorno a me: un libro o l’ipod mi sono sufficienti per uno stato di beatitudine difficile da minare in certe circostanze.

Insomma vado ragionando spesso su questioni del genere, sia che non abbia niente da fare, sia che abbia una giornata densa. Nel secondo caso il pensiero è appena più compatto, compresso in uno spostamento da un treno a una metro di Roma.
Più in generale, su questa questione dello spazio, mi chiedo: non è sorprendente quanto siamo congenitamente disposti a dividerlo con estranei qualora non abbiamo altre possibilità – panchine già occupate, mezzi di trasporto, uffici pubblici, strade, marciapiedi – purché ci si ignori adeguatamente? Chi viva in una città come Roma forse ha sviluppato una maggiore sensibilità al tema. Voglio dire: durante il giorno, mentre siamo in movimento per lavoro, per studio o per trastullo, quante persone incrociano i nostri passi? Non saprei nemmeno farne una stima, ma chi viva in una città come Roma sa bene che la sera, quando rientra a casa, si sente frastornato come se tornasse da una rave party, invece ha solo preso una serie di mezzi e camminato un po’ per andare a lavoro. Magari ci portiamo a casa i bacilli di uno sconosciuto che starnutiva e smocciolava a un passo da noi e la sera abbiamo la febbre a quaranta, magari facciamo pipì in un bagno pubblico dove prima di noi ha urinato chissà chi e ci prendiamo la candida (è successo a me), magari sul tram ci sediamo distrattamente dove poco prima un barbone ubriaco si è pisciato addosso lasciando una pozza giallognola sul sedile (è successo a una mia amica): batteri, fibre di ogni genere, fluidi passano da un’entità all’altra, in un quotidiano scambio di intimità che non ci disturba quanto ci può mettere in guardia uno che ci rivolga la parola, eventualmente anche una signora dall’aria distinta.
Siamo entità oltremodo problematiche.