La meditazione del credente glottopipponico

Lunedì prossimo tornerò in terra senese per la presentazione della mia supercazzola accademica sulla glottopipponica.
La glottopipponica si occupa prevalentemente di trovare nuove teorie dell’apprendimento di una lingua straniera e nuove tecniche per il suo insegnamento, allo scopo di attirare nuovi discepoli disposti a rimanere tutta la vita in mutande in nome di un’idea. L’idea è che per imparare una lingua ci sia bisogno di un insegnante, possibilmente bravo. Se questa idea inizia a vacillare nella coscienza del discepolo, il discepolo avrà una vita faticosa, che del resto ha comunque, essendo rimasto in mutande all’atto di convertirsi alla fede divenendo un glottopipponico.
Non essendo una religione ad ampia diffusione, si potrebbe ipotizzare che non sia interessata da fenomeni di persecuzione dei suoi fedeli: sarebbe un’ipotesi errata, perché i fedeli glottopipponici, una volta divenuti insegnanti di lingue straniere, sono martiri votati alla flagellazione a colpi di Co.co.pro. Abbiamo del resto già trovato analogie tra la lo spirito della glottopipponica e gli orientamenti della fede religiosa, quando abbiamo parlato della Chiamata.
La glottopipponica, dicevamo, ha a che fare con certe teorie. Come tutte le teorie, si serve di una lingua gergale, perlopiù mutuata dalla lingua comune e reimpiegata con significati specifici. Una parola, per esempio, è “motivazione”, che mi dà sempre un sacco da pensare, però orientata all’insegnante, più che allo studente. Se vi è capitato di leggere City di Baricco – scrittore che mi convince raramente, come appunto nel caso isolato di City e pochi altri – vi tornerà forse in mente il Saggio sull’onestà intellettuale del Prof. Mondrian Kilroy riguardo alle teorie che gli uomini si inventano ogni giorno per passare il tempo su questa terra (se non lo avete presente, lo trovate al capitolo 22 di City). La glottopipponica non è che una di queste, e io ne ho abbracciato il credo, perché quando sono uscita dall’università con una laurea in lettere ero ancora entusiasta di dedicarmi all’inutile come il giorno dell’immatricolazione (vedi la “motivazione”, nelle sue manifestazioni più degenerate). Dunque ho perseverato negli anni successivi, attraverso le fasi della formazione post mortem – scusate, volevo dire post lauream – nonché della professione.

Trattandosi in questo caso di una pubblica presentazione, alcuni miei cari hanno prevedibilmente manifestato la loro volontà di essere presenti all’evento: la mia amica Nina, la quale però ha saputo che sarà trattenuta a Roma da altri impegni; Le Sanglier, il quale, per deformazione professionale, vorrebbe venire munito di macchina fotografica, registratore e taccuino, pur avendogli io spiegato che non si tratta di una conferenza stampa; Maria e Svevo: “Nui nce p’tem’ venì?”. Solo il mio amico Nosferatu, saggio ingegnere, si è limitato ad auguri d’incoraggiamento e a richieste di aggiornamento sull’esito.
Ho cercato perciò di informare i tre aspiranti accompagnatori sul fine scarsamente turistico della mia trasferta, ma resta indubbio che Siena sia una bella città. Quindi verranno tutti e tre e ciò, una volta terminata la discussione della supercazzola glottopipponica, mi porrà un problema perché a quel punto, che è un punto in cui si finisce in un’osteria toscana a ritemprarsi e gozzovigliare, non potrò sottrarmi alla gestione dei flussi di comunicazione a quattro, e i quattro in gioco saremo io, Le Sanglier, Svevo e Maria, la più consueta e tradizionale delle scene familiari, la sola che, per una lunga serie di complesse ragioni, può davvero ridurmi a uno straccio, più della glottopipponica, del precariato e di una vita in mutande.
In questi ultimi giorni, dunque, mi preparo e faccio meditazione come un padre gesuita i suoi esercizi spirituali.

Questa mattina ero al telefono con quelli di Siena mentre mi aggiravo per il Policlinico cercando di trovare l’uscita dopo una visita dall’otorino – sono rientrata a Roma ieri sera, le febbri sono state sedate, ma il mio setto nasale resta congenitamente ostruito e l’otorino, forse di origine svedese, ha deciso che è tutto da smontare e rimontare in pochi minuti, entro la fine dell’anno. Da Siena mi hanno fatto sapere che non sarà necessario il Power Point. “Benissimo”, ho risposto mentre sbagliavo l’ennesima uscita, ed era quello che realmente pensavo perché il Power Point mi disturba e andare a braccio, blaterando di una cosa che è chiara solo a me che l’ho scritta (e nemmeno sempre), mi piace un sacco. Soprattutto, mi disturba prepararlo in questi giorni di meditazione, nei quali il mio principale assillo non è la motivazione, non è il caso di studio da presentare, non è la glottopipponica tutta, ma è la cena con Svevo e Maria insieme a Le Sanglier.
Nello specifico, il mio assillo si concentra sulle seguenti domande:
– In quale idioma franco comunicheremo? Verrà in soccorso anche a noi la lingua gestuale degli italiani?
– Lo stomaco abruzzese di Svevo e Maria sopravviverà alla somministrazione dei pici all’aglione e della fiorentina, senza crisi di rigetto?
– Dopo cena, Svevo e Maria prenderanno subito la strada dell’hotel che hanno prenotato per la notte o si tratterranno per un drink con me e Le Sanglier, che abbiamo altri programmi digestivi?

Mi struggo (“… e mi tormento, oh Dio, vorrei morir! Babbo, pietà, pietà!”) e ho voglia di fare il Power Point.

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