I 401 colpi

Ho un fratello. Si chiama Houston.
Maschio bianco (non tutto, per via di quattro tatuaggi che lo colorano in varie parti del corpo perlopiù visibili in estate), 24 anni, altezza 180 cm, professione dichiarata: batterista in band emergente di genere alternative rock con due dischi all’attivo, professione risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi dei coniugi Bandini, che lo hanno come figlio a carico: studente fuori corso di ingegneria informatica. Residente in terra abruzzese, studente fuori sede in terra marchigiana, musicista fuori di cotenna attivo fra il centro e il nord Italia.
Di lui ho solitamente una percezione visiva parziale, non olistica, al dettaglio: ne vedo soprattutto gli arti superiori, a una distanza di circa venti metri, quando si sollevano platealmente per virare sciabolate verso tamburi, piatti crash, piatti ride e piatti china. In quei momenti, Houston fa roteare in aria la sue bacchette a mo’ di lazo, prima di assestare la ritmica delle sue mazzate. Lo stile musicale di Houston, infatti, è improntato a una fedele lettura del termine “strumento a percussione”: lui percuote effettivamente il suo strumento, con un’inclinazione di polsi e un’intensità di colpi che, nel tempo, hanno sfondato molti dei singoli componenti del suo personale drumset.

Non intravedo gli arti di Houston da un paio di mesi. In quell’occasione stavano roteando sul palco dell’Init Club, un postaccio di Roma dove, al botteghino, ti stampano sul dorso della mano uno di quei timbri che non vanno via nemmeno con ripetuti lavaggi a base di alcool etilico denaturato e che cerchi inutilmente di nascondere quando vai a lavoro (che, nel mio caso, richiede spesso di mostrare il dorso della mano, mentre si sta scrivendo alla lavagna la coniugazione di un verbo).
Gli arti superiori di Houston, quella sera, fracassavano a colpi di bacchette un rullante, mentre al contempo gli arti inferiori prendevano a calci una cassa di marchio Tama. Di questi ultimi si presuppone la presenza in base ai gemiti della cassa martoriata.

Houston e io siamo cresciuti insieme per un po’ di anni. È stato il mio studente archetipico, nell’epoca in cui lui, ancora iscritto all’asilo, si lasciava docilmente guidare alla scoperta dell’alfabeto italiano da una sorella undicenne che veniva precocemente maturando il suo disgraziato amore per l’insegnamento.
Siamo andati avanti così, lui passando attraverso la sua infanzia, io la mia adolescenza.
La responsabilità del disturbo arrecato alla quiete pubblica, nella zona in cui Houston ha attrezzato la sua sala prove per esercitarsi alla batteria, è forse interamente mia.
Nell’epoca remota in cui io danneggiavo la migliore musica rockblues insieme ai miei amici Double e Nosferatu, infatti, Houston era un tenero bambino di circa nove anni, con i riccioli biondi, lo sguardo ingenuo e l’anima immacolata. Mi seguiva ovunque e aspettava con pazienza sbalorditiva che il batterista della nostra band, alla fine della serata, gli lasciasse una sua bacchetta in mano e gli permettesse di dare una randellata ai suoi tamburi mentre noi si smontava il palco.
C’è un vecchio filmino in cui viene inquadrato a sua insaputa mentre siede sulle scalinate laterali di un set all’aperto, durante un soundcheck: con i gomiti sulle ginocchia e il mento sprofondato nei palmi delle mani, guarda con occhi lucidi e trasognati in direzione della batteria. Poi si accorge di essere ripreso, si sente smascherato, arrossisce, apre la bocca in un largo sorriso e fa ciao con la manina. È un fotogramma impresso nella mia memoria, al quale sono intimamente legata. Tuttavia credo sia anche il fotogramma che oggi potrebbe incriminarmi.
Houston ha iniziato a popolare gli incubi notturni e diurni di nostro padre Svevo e di nostra madre Maria verso i tredici anni, quando ha cominciato a chiedere la sua batteria. Ragazzo dotato di indubbie capacità nell’arte dello sfinimento dell’avversario, ha ottenuto quanto chiedeva nel giro di pochi mesi. Da allora, le sue dita tamburellano su ogni superficie, anche nel sonno.
Nei miei anni di università, Houston ha vissuto la sua adolescenza selvaggia mentre Svevo e Maria la loro seconda stagione di genitori vittime del rock. In quegli anni, il tempo passato insieme ha iniziato a diradarsi, perché io ero già fuori casa. Tuttavia, quando facevo ritorno al paesello, andavamo da Nuvola a rinsaldare il nostro vincolo di sangue. Nuvola era il paninaro sulla variante della Statale 16: qui, al chilometro 391, sul confine tra Marche e Abruzzo segnato dal fiume Tronto, io e Houston ci siamo ingozzati di cheeseburger e patatine fritte rigorosamente dopo la mezzanotte, per circa tre o quattro anni.
Poi, in un momento imprecisato della sua prima gioventù e della mia prima età adulta, le nostre strade si sono separate. Non perché abbiamo avuto divergenze o scontri, ma così, senza un preciso evento scatenante, ciò che rende la cosa assai più sensata: insensata, infatti, sarebbe una rottura traumatica tra chi è in stato di fratellanza.

Houston e io, oggi, ci facciamo le feste come i cani fratelli quando si riconoscono con l’olfatto senza aver passato recentemente del tempo insieme.
Questa mattina è avvenuto il seguente contatto radio:

Houston: Qui Houston, mi ricevete? È bello riceverci di nuovo! Chiediamo aggiornamento su posizione, ora locale, velocità del vento e stato mentale… zzz zzz zzz… le trasmissioni subiscono disturbi a causa dell’elevata presenza di spiritualità negative nell’aria… attendiamo risposta… Houst.. zzz zzz zzz… Hous… zzz zzz zzz… mi sent… zzz… iiite?
Morelle: Houston! Qui forti disturbi di trasmissione dovuti a una tempesta di imprecazioni e spiritiche intemperie spirituali. Ricevete il nostro segnale dal Buco del Culo in cui ci siamo trasferiti? Houston, date coordinate spazio-temporali per prossimo avvistamento, zzz… zzz… zzz.
Houston: Ricevuto. Provvederò a comunicare nel più breve tempo possibile i dati per l’aggancio alla vostra posizione. ‘Sto fine settimana suono a Lanciano e il prossimo a Cesenatico, poi cerco di catapultarmi lì… zzz…zzz. Passo e chiudo.

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2 pensieri su “I 401 colpi

  1. ma tu sei un mito! mi piace un sacco come scrivi! ti seguirò!
    anche se non sono una blogger, nel senso che non ho un blog mio, (data la mia manifesta incapacità di articolare così bene i pensieri, dote che invidio altamente a chiunque fra noi persone “normali” ne sia provvisto), ne seguo qualcuno, iniziata dalla mia amica Bighi in Shanghai che mi ha fatto scoprire questo universo parallelo e anche te.
    un caro saluto
    Alessandra
    L’AleS

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