La chiamata

Il mio è un lavoro essenzialmente stagionale, come quelli legati al turismo. Così sembrerebbe.
In effetti, secondo quanto alcuni miei cari sostengono, io sottovaluto con la miopia tipica di chi opera in ambiente accademico le evidenti relazioni tra il settore turistico e il settore formativo.
A partire dal mese di maggio fino a settembre inoltrato, infatti, orde di stranieri si riversano sotto il sole romano e desiderano andare in una trattoria per ordinare in italiano un piatto di tonnarelli cacio e pepe. Per questo si rivolgono spesso a scuole private di lingua dove insegnanti esperti in materia li rendano abili nel padroneggiare il nostro antico idioma. Già Dante, del resto, parlava di vivande conviviali.
Più ristretto, invece, risulta essere il pubblico di studenti universitari che vengono nel nostro bel Paese a studiarne la lingua. E dunque io sbaglio target, o sbaglio nel non estenderlo al profilo del turista in infradito e visiera.
Una mia collega un giorno mi disse: “Si sa, quando gli studenti non ci sono, stiamo a a casa a fare torte, no?”. No. Non si sa. E poi torte no, raramente mi vengono bene. Vado forte con i primi e i secondi, e anche con gli antipasti non me la cavo male.

Sono giorni, questi, di ricettari spaginati e dispense stipate di ingredienti.
Solo nell’ultima settimana ho impiattato etti di rigatoni alla carbonara, riso alla cantonese, spaetzle di spinaci, pollo alle mandorle, sfoglie ripiene, cous cous alle verdure, insalate di radicchio grana e noci in cestini di cavolo verza, per la gioia del Sanglier e degli amici che vengono a cena.
Sono giorni di uova sbattute e burro fuso, di peperoni affettati e carote sbucciate, di cipolle tritate e zenzero soffritto.
Nel tempo libero ripasso mentalmente la discussione della mia ultima supercazzola accademica sulla glottodidattica, o “glottopipponica” come preferisce chiamarla la collega che fa torte, che dovrò presentare prossimamente in terra senese. Rimando la preparazione del Power Point, che mi tedia, penso piuttosto a come fanno buoni a Siena i pici all’aglione e, nel frattempo, aspetto la chiamata.

La chiamata è un termine gergale variamente impiegato. Applicato alla glottopipponica, assume significati ancora poco noti.
Perché noi esperti glottopipponici abbiamo le nostre forme di devozione.
Digitando su Google “la chiamata” sono finita sul sito delle Adoratrici del Sangue di Cristo. Cliccando nel menu la voce “Vocazione” compare la “Chiamata”. In questa pagina si può leggere: “Essere Adoratrice del Sangue di Cristo non è un mestiere da imparare come fare l’insegnante, l’infermiera, l’operatrice sociale, ecc., ma significa rispondere a una chiamata divina che raggiunge in modi e tempi inaspettati”.
Oltre a rilevare la comune valenza assistenziale che gli autori del sito mostrano di assegnare alla terna dei mestieri menzionati, mi rendo conto di una parziale simmetria vocazionale tra Adoratrici e Glottopipponici, pur volendo accuratamente evitare la blasfemia. Come le prime, infatti, i secondi sono fedeli servitori, sebbene di organizzazioni meno influenti, e rispondono a una chiamata dall’alto che in effetti giunge in modi e in tempi inaspettati: può essere per telefono o per e-mail e in qualsiasi ora del dì feriale o nel week-end (non sono ancora note eventuali chiamate notturne, ma non me la sentirei di escluderle).
Quando arriva, il nunzio recita così:

“Ave idiota, pieno di disgrazia, il Precariato è con te.
Tu sarai miserrimo titolare del prossimo corso di lingua italiana per gli studenti del Programma X, che si svolgerà da x (data) a x (data), per un totale di n. ore x, presso la Facoltà X dell’Università X.
Adorerai il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue, il Nostro Sillabo, nonché il Manuale che ti sarà dato. Potrai usarne altri, tutti quelli che vuoi, ma per le fotocopie ti arrangi perché qui ci hanno tolto anche i soldi per la carta.
Lavorerai molto anche a casa per inventarti lezioni entusiasmanti e starai sveglio la notte per correggere i test, perché tu sei fedele servitore della Glottopipponica e i servitori fedeli della Glottopipponica cercano di tirare fuori una buona lezione anche quando dormono o fanno sesso.
Verrai retribuito bene, ma alla rapida scadenza del co.co.pro. ti toglierai di mezzo e attenderai pazientemente nuove chiamate, perché tu sei fedele servitore e i fedeli servitori non sono degni di partecipare alla Nostra Mensa, ma di’ soltanto “Accetto” e sarai richiamato.
Nel frattempo, prega. Ora et labora. E tieniti sempre in forma con le sfoglie ripiene che, se ti va male, te le puoi sempre rivendere.”

[Un altro punto di vista sui servitori della Glottopipponica, detti anche “lavoratori della mestizia”, in “Even teachers get the blues”, postato da O’ Reilly nel suo vituperato blog “Aciribiceci”]

3 pensieri su “La chiamata

  1. Pingback: Siccità | Tornasole ~

I commenti sono chiusi.