“Neighbour, neighbour, don’t worry what goes on in my house”

… You’re always looking for something to gossip about
You’re running around from door to door
Shooting your mouth about things you don’t know…

Così dice una bella canzone originariamente scritta da Huey Meaux e poi reinterpretata, fra gli altri, dai Phonus Balonus, una bluesband di Amburgo purtroppo poco conosciuta e che io ho scoperto qualche anno fa grazie a un caro amico.
La canto a squarciagola nel corridoio di casa mia, davanti alla porta d’ingresso, certa che i vicini sentano, non perché capiscono l’inglese, trattandosi di signore d’altri tempi e perlopiù pensionate, ma perché possano aggiornare il registro sul quale quotidianamente prendono nota delle mie attività.
Se da una parte venire a vivere dal centro alla periferia di Roma ha infatti avuto il vantaggio di restituirmi la tranquillità, dall’altra ha avuto l’inevitabile effetto di riprodurre alcune delle dinamiche più tipiche della vita di paese, che conosco bene perché, altrove, ci sono nata, cresciuta e avvilita.

Di fronte al mio appartamento c’è quello della Signora Peppina, anziana madre del mio padrone di casa. Vedova cattolica e devota alla memoria del consorte, mi chiama a volte col mio nome e a volte “Signorina”, si lamenta dei suoi acciacchi, i quali tuttavia non solo non le impediscono di riscuotere il mio affitto con puntualità ma neppure di accertarsi ad ogni buona occasione di quello che faccio, da dove provengo, dove lavoro, quanto lavoro, quanto guadagno, da quanto tempo sto con Le Sanglier, cosa fa Le Sanglier, da dove proviene, dove lavora, quanto lavora, quanto guadagna e da quanto tempo sta con me.

Al pianoterra c’è la Signora Mela. Meriterebbe un capitolo a parte e in effetti penso che se lo guadagnerà in futuro. La Signora Mela sarebbe un’ottima impiegata come custode del palazzo, le cui funzioni di controllo svolge con rara meticolosità. Vive infatti appollaiata alla sua finestra, che dà sul viale d’ingresso dell’edificio e dalla quale tiene d’occhio gli spostamenti di tutti gli inquilini, ma soprattutto i miei perché, essendo io arrivata da poco, devono averle certamente confuso le idee dandole molto lavoro nuovo, povera donna. La vedo scostare furtivamente le sue tendine infiorellate ogni volta che le passo davanti. La mia professione, peraltro, non le facilita il penoso compito di annotare mentalmente gli orari di entrata e di uscita, dal momento che questi cambiano periodicamente a seconda dei corsi che tengo, di quando li tengo e di dove li tengo. Il mio stabile precariato, poi, mi porta anche a non uscire affatto di casa per alcune settimane, in cui ne approfitto per starmene davanti al computer a meditare su nuove supercazzole accademiche da proporre, o a raccontare i fatti miei a voi. In questi casi produco perciò più rumori, in orari la cui regolarità è più difficile da prevedere: docce, sciacquoni, telefonate, visite, aspirapolvere, musica. La Signora Mela, dunque, non sa più a quale santo appellarsi per fare luce sui miei misteri e qualche volta vorrei quasi aiutarla portandola a spasso con me o invitandola a vedere come ho sistemato il salotto. Sarà stato indubbiamente per segreta esasperazione che una volta, incontrandoci (per caso?) in ciabatte davanti alle rispettive cassette della posta, ha esordito tutta sorridente: “Ah, è in casa allora? Pensavo non ci fosse nessuno, ma in effetti avevo sentito scorrere l’acqua di sopra! Eh eh eh, lo vede? Non vi potete nascondere!”. “Dovremmo?”, ho rilanciato. “Eh eh eh, a me non sfugge niente!” ha ribadito.

Al piano di sopra c’è infine la modesta dimora del mio padrone di casa, un medico politicamente attivo che qualche settimana fa non se l’è sentita di privarsi  dei centocinquanta euro chiesti dall’onesto elettricista, nonché zio del Sanglier, che avevo chiamato per alcune importanti riparazioni al mio impianto elettrico, abbastanza vetusto da rischiare di arrostirsi le dita passandole sulle prese di corrente. Ha perciò preferito rivolgersi al suo elettricista di fiducia e risparmiare forse quei cinquanta euro con cui rinnovare il suo abbonamento mensile in palestra.
Sua moglie è l’Architetta. Così ci ha tenuto a presentarsi quando l’ho conosciuta. Poi ho scoperto che è sì laureata in architettura, ma che non ha mai esercitato la professione, alla quale ha preferito un più faticoso impiego come professoressa di storia dell’arte in una piccola scuola media della zona. Saputo che anch’io insegno, sebbene altre cose, a gente un po’ più grande e in altri posti, si è sentita animata da un chiaro sentimento di complicità, intavolando con me la seguente conversazione:

A. – Io ogni anno ai miei nuovi alunni faccio una lezione sul concetto di rispetto e gli chiedo di scrivere un tema. Dovrebbe vedere i temi di quelli stranieri, sono i più bravi oh!
M. – Ah sì? Certo, chi l’avrebbe mai detto, eh? (vorrei pestarti a sangue, ma ovviamente non posso farlo, né ma la sentirei davvero considerando anche che ho appena finito di traslocare in un appartamento che appartiene a tuo marito).
A. – Eh sì, povere stelle, loro lo sanno bene. Lei dirà: ma come? Che c’entra il rispetto con la storia dell’arte? Ma per me il rispetto è fondamentale, una cosa che i ragazzi devono imparare subito! E poi basta con questa storia che è sempre colpa dei genitori! Non si può mica amputare (sic!) tutto ai genitori, non trova?
M. – Eh no, in effetti io amputerei anche ad altri…

* Ascolta “Neighbour, neighbour” su YouTube.

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