Di territori, di persone e altri animali

Se vedo una sola cosa fuori posto in casa, mi rabbuio e mi incattivisco.
Mi rendo conto di quanto ciò rischi di destare perplessità circa il mio buono stato di salute o che possa sollevare domande di tono più informale come: “Ma non hai un cazzo da fare nella vita?”.
Potrei certamente rasserenarvi in entrambi i casi.
In verità, questo mio genere di manifestazioni di intolleranza, come una discreta parte dei comportamenti umani nella psicopatologia della vita quotidiana, ha la sua eziologia.

Ho vissuto in molte case, ma solo in questa che ho preso in affitto pochi mesi fa vivo finalmente sola.
Tutte le altre, a partire dai tempi dell’università e andando oltre fino agli anni di lavoro, le ho condivise con estranei. O con un fidanzato. O con qualche fidanzato estraneo.
Se poi vogliamo estendere la cerchia degli estranei, senza nemmeno forzarla troppo, arrivando a includere nella rassegna la cerchia dei consanguinei, allora dovremo più prevedibilmente risalire indietro nel tempo fino al mio primo vagito.
Questa discreta esperienza in materia di condivisione degli spazi mi ha consentito di acquisire una prima fondamentale informazione su di me: patisco la promiscuità.
Ne ho avuto un primo sentore dopo i vent’anni, ma ci sono voluti altri anni ancora, e altre case condivise, perché l’impressione maturasse fino a una limpida rivelazione.
Non sono mai stata una coinquilina fastidiosa e ho vissuto bene con la maggior parte delle innumerevoli persone che ho conosciuto e con cui ho abitato, ma ciò mi ha richiesto una fatica superiore alle risorse che avevo destinato a tale scopo. Ne racconterò un’altra volta.

Il layout complessivo della mia casa, dunque, testimonia oggi la mia congenita insofferenza all’Altro esacerbata da lunga memoria. Non è possibile, per chi non condivida memorie simili o anche semplicemente per chi non ama o non sa stare solo, comprendere il mio attuale stato di beatitudine.
È vero, c’è Le Sanglier che, come già sapete, va e viene quotidianamente tra qui e casa sua, ma per l’appunto ha una casa sua: ciò consente di distinguere con maggiore evidenza due diverse sfere d’azione, di cui la mia casa ricade sotto la mia completa giurisdizione. Così almeno finché non sarò in grado di accettare in pianta stabile i suoi vestiti e altri numerosi oggetti riversati ovunque da forze centrifughe, e il suo tabacco e le sue cartine e i suoi filtri sbriciolati anche tra le lenzuola, come parte integrante del nostro intimo ménage.

Per queste ragioni mi sono chiesta, non senza una dose di meschinità, se sia sensato meditare di accogliere un gatto adesso che ho conquistato il territorio.
Sono convinta che gli animali siano esseri assai meno molesti e più affidabili delle persone e per questo ne apprezzerei la compagnia, ma credo anche che la parte inferiore delle porte del mio appartamento sia stata sgarrupata a sufficienza dal tempo e dai precedenti inquilini e che i peli di un felino possano risultare più fastidiosi di quelli del mio amato Sanglier.
Non saprei. Ieri prendevo un caffè con una collega che mi regalerebbe volentieri un tenero esemplare della cucciolata di cui la sua gatta si sgraverà in primavera. Mi ha fatto vedere la foto: un persiano. Bellissimo, ma inevitabilmente villoso fuori misura.
Di nuovo la scienza eziologica può tornare utile. Quando avevo dodici anni i miei accolsero in casa un gatto persiano. Si chiamava Puffo. Si appostava allo stipite delle porte e attendeva con la pazienza di un cecchino il passaggio di qualunque caviglia umana per farne scempio. Durante i temporali rizzava il suo pelo folto, usciva sul balcone e balzava sui fili metallici degli stendipanni sospesi al di là della ringhiera. I bagliori intermittenti dei lampi lo illuminavano di una luce demoniaca mentre, sotto una pioggia torrenziale, correva artigliando quei fili sottili, in perfetto equilibrio a oltre 8 metri di altezza dall’asfalto. I miei occhi sgranati di dodicenne lo hanno visto esibirsi regolarmente in questi numeri. Un giorno si allontanò dalla casa e nessuno ne seppe più nulla. Lo piangemmo, ma a dire il vero non troppo a lungo.
La mia collega mi ha chiesto di farle sapere, mi darebbe il suo cucciolo più bello.
Le ho risposto: “Ci penso”.

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