L’era del cinghiale bianco. Parte II

Ho conosciuto Le Sanglier in un locale di Roma, dove una mia amica mi aveva imposto di raggiungerla alla fine di una devastante giornata di lavoro, “almeno conosci un po’ di gente nuova, eccheccazzo!”. Lui e lei erano allora colleghi di master e quella sera tutto il gruppo masterino beveva un aperitivo a San Lorenzo. Immaginai, come in seguito è stato confermato, che la mia amica volesse “piazzarmi”. All’epoca, infatti, ero particolarmente gelida e schiva e con fierezza potevo addirittura formulare enunciati di questa fattura: “Se anche avessi una relazione, non potrebbe che essere di natura extra-coniugale”.
L’amato consorte nel quale riponevo tutta la mia devozione, ma non evidentemente la mia completa fedeltà, era la collezione di contratti di collaborazione che mi facevano correre a tenere corsi da una parte all’altra di Roma. Da circa un anno, a dirla tutta, i miei unici veri contatti con individui dell’altro sesso si limitavano alle cene e alle bevute con gli amici che mi portavo dietro dagli anni ’80 e ’90, tanto da dormire placidamente per tre notti nello stesso letto con un compagno d’infanzia durante un viaggio a Londra. Evitavo programmaticamente anche le relazioni meno serie, perché quel genere mi era venuto a noia, soprattutto dopo aver compreso che per me non esistono relazioni che non vadano prese sul serio, neanche quelle di 24 ore. Ma di questo si dirà eventualmente in altre future storie.

Quella sera io e Le Sanglier non familiarizzammo subito. Andrebbe aggiunto a tal proposito, per meglio caratterizzare Morelle, che familiarizzare non è un’attività che incoraggio la gente a fare con me. Successivamente ci siamo confessati con candore che anzi lì per lì non ci eravamo piaciuti. Tuttavia Le Sanglier, buon mammifero da combattimento, da quella sera mi tenne d’occhio nei mesi successivi, studiandomi da lontano. Finché un giorno non mi invitò a bere un bicchiere di vino, questa volta senza i suoi colleghi masterini, ma sempre a San Lorenzo, quartiere dove le relazioni sociali paiono trovare terra fertile. Troppo attenta alla salute della felice unione col mio coniuge ufficiale, nonché gelosa della mia intima strutturale solitudine, mi era in effetti sfuggito che il mammifero aveva già tentato un attacco in quei mesi, come poi avrei dovuto ammettere rileggendo vecchie conversazioni su Skype. Per mia fortuna, il cinghiale è un animale che non molla facilmente la sua preda. Diversamente, e considerando anche le mie frequenti ricadute in una generalizzata misantropia, forse oggi andrei ancora a letto con un paio di libri e due appunti.

Seduti l’uno di fronte all’altra con una carta dei vini in mano, Le Sanglier mi propose di “fare una verticale”. Siccome sono un’impavida, accettai. Per chi non lo sapesse, come non lo sapevo io quando accettai l’improbabile posizione, una degustazione verticale consiste nella comparazione di uno stesso vino, dello stesso produttore ma appartenente ad annate diverse.
Mentre facevamo la verticale comodamenti seduti, insomma, conversammo del più e del meno, come in genere si fa e come a me piace poco.
Pare che io abbia definitivamente conquistato il cinghiale interrompendo in quel momento la sua spumeggiante strategia accalappia-femmina con un: “Quando hai finito di dire cazzate, me lo dici e iniziamo a parlare”.

Il giorno dopo, un sabato, ero al mare con l’amica esperta di PR e lui mi chiamò per propormi di vederci di nuovo. E poi di nuovo. E poi di nuovo.
Era fatta.
Tra una verticale e un’orizzontale, insomma, il resto della storia si può immaginare. Forse.

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2 pensieri su “L’era del cinghiale bianco. Parte II

  1. I lettori più assidui (leggi più dissennati) di questo blog potrebbero risponderti che la lunghezza abituale dei miei post è già di natura enciclopedica, per cui tremeranno a leggere il tuo suggerimento. Però hai ragione: un post te lo meriti, dammi tempo di selezionare le tue perle di saggezza. Alla casa intestata, invece, ci pensa mia madre.

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