Perché Tornasole?

Ho un file odt sul desktop del mio netbook che si chiama “Rimanere sani”.
Ho iniziato a scriverlo qualche mese fa e contiene un meticoloso rapporto sui miei 3 anni a Roma: case in cui ho abitato, corsi che ho tenuto, studenti che ho avuto, nuove supercazzole accademiche che ho aggiunto alla mia formazione – ché l’idea del Lifelong Learning m’è sempre piaciuta assai, buona per chi non vuole cadere nella monotonia del posto fisso, ma addirittura ottima per chi si occupa di erogare queste taniche di offerte formative.
Lo rileggo di tanto in tanto e lo aggiorno pure con cura. Dovesse mai sgattaiolare via dalla memoria qualche dettaglio sulle mie capacità di scegliere le vie più impervie.
Lo scopo di un simile asettico diario di bordo non mi è del tutto chiaro, ma del resto poche cose lo sono. Potrebbe comunque tornarmi utile, come le buste di plastica che conservo sotto il lavello in cucina e nel mobile all’ingresso, anche quelle ordinate con scrupolo secondo dimensioni e possibili utilizzi (non è per via di Dexter, che pure confesso di amare, ma per via di una discreta esperienza in fatto di traslochi).
Scrivere, sempre, aiuta a pensare, e spesso a pensare bene.

In questi giorni faccio poco. Siccome ho grosso modo un’idea della vita che ho scelto, so che nel giro di poche settimane, o qualche mese al massimo, starò di nuovo annaspando in un nubifragio di impegni da incastrare nel sudoku della settimana e che mi lamenterò di non avere abbastanza tempo libero, perché la vita del precario è fatta, come si sa, di una copiosa serie di “co.co.co”, “co.co.pro.” e “co.cco.dè!“, con addensamenti perlopiù imprevedibili soprattutto se, come si sa meno, il precario lavora in ambito formativo e collabora molto con le università in qualità di “esperto”, se vive in Italia e se ha reali competenze specifiche.
Dunque, non essendo abituata a disporre di grandi quantità di tempo libero nei periodi di lavoro intenso, non sono nemmeno abituata a sapere esattamente cosa farne quando ce n’è a sufficienza.

Infatti, come si può vedere, ho riaperto un blog. L’altro, lasciato scorrere via con un’apprezzabile indifferenza fra i detriti di una piattaforma recentemente crollata, l’avevo iniziato nel 2007 in preda a certi tumulti del cuore, che non ho dimenticato. In effetti anche in quel periodo facevo poco, sebbene per ragioni diverse.
Un blog semplice, chiaro, pulito, possibilmente luminoso e divertente (questo non posso assicurarlo: struggermi e lamentarmi mi piace tanto), tendenzialmente autoreferenziale (questo posso assicurarlo: i blog personali si aprono per questo, suvvia, lo sapete anche voi). Inutile quanto basta per stare bene.
Non sono una scrittrice né un’aspirante. Non sono una giornalista, non sono una copywriter, una correttrice di bozze, e nemmeno una creativa. Tuttavia, nella vita fuori dal web lavoro con le parole, scritte e parlate, e mi occupo di lingue. Qualche volta, di linguaggi. Potrei dire insomma che mi occupo di comunicazione, ma siccome se ne occupano tutti, questa non è un’informazione rilevante.

A me piace raccontare, per capire come va.
Se sapessi dipingere o fossi interessata a impararlo, dipingerei quadri. Uso le parole come coloranti.

Un pensiero su “Perché Tornasole?

  1. quindi non è un varo, questo.
    non è un inizio.
    è solo bisogno di una tela bianca e disponibilità di tempo e colori.
    la mia percezione di tornasole mi racconta di misura dell’acidità. ma qui non trovo acidità, trovo anzi la rilassatezza di chi ha confidenza con le parole.
    tanto che in quasi un anno sono passate da qui parole e parole.
    un bottino importante nel quale viaggiare, avendone il tempo.
    un viaggio da fare a testa in giù, se non altro per cogliere i piccoli distacchi del pensiero dalle parole. le piccole distanze che donano la dimensione della profondità al pensiero scritto.

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