Poesia dorsale 2.0

A seguito di un rapido esame dei dati statistici relativi ai visitatori di questo blog, mi sono trovata di fronte a scoperte inattese e assai interessanti sui termini maggiormente inseriti nei motori di ricerca che portano l’utente della rete a imbattersi nelle storie di Morelle Rouge.
Tutti quelli che hanno un blog nutrono questa curiosità.
Tutti quelli che hanno un blog e un disturbo mentale, poi, ne restano ispirati e ci scrivono un post.

Dopo il rituale brainstorming sulle possibilità di sfruttamento dei dati acquisiti dal mondo conoscibile, e dopo averne tratto ispirazione profondissima, avevo dapprima considerato l’ipotesi di scrivere un post interamente dedicato a scandagliare la fenomenologia del “pompino”, essendo questo risultato il termine maggiormente ricercato dagli utenti della rete finiti per sbaglio in questo blog. Responsabile di aver attirato l’attenzione dei curiosi e delle curiose del “pompino” dev’essere stato senz’altro un post in cui si accennava alla mirabile interpretazione di Valeria Golino nel film “Controvento”. Così vanno le cose, da noi: uno cerca di scrivere un bel post, gli scappa di chiamare le cose col loro nome (“pompino”) e subito una massa di malintenzionati viene a dare un’occhiatina al suo blog; insomma, con le parole bisogna stare sempre attenti, lo sappiamo tutti, ultimamente pure Battiato.

Titillandomi con l’allettante opportunità di elaborare un’ode al “pompino”, dicevo, avevo pensato di scrivere un post mirato, vorrei anzi dire teso, a soddisfare al massimo gli interessi di un pubblico lussurioso e finora certamente deluso dalla scoperta casuale di Tornasole. Non volevo nemmeno trascurare di provare a rendermi utile alle persone principianti che avevano inserito nei motori di ricerca i propri sensati interrogativi sui rudimenti dell’arte della suzione.
Tuttavia, malgrado il “pompino” si presti, tra le altre cose, ad essere un materiale di scrittura dalle potenzialità inesauribili, ho dovuto pur considerare le evidenze emerse dall’analisi del rischio. Non sono sicura, infatti, di essere in possesso delle competenze necessarie a produrre un testo così ambizioso. Bisogna anche tenere conto, inoltre, dell’eventualità che i nuovi lettori di Tornasole, quelli che hanno da poco scoperto il blog e dimostrato – seppur irragionevolmente – un interesse nei suoi confronti, siano ancora poco avvezzi alle pensate della sua autrice e quindi scarsamente disponibili a tollerarne le erezioni verbali più moleste.
Mi sono sentita costretta, insomma, ad abbandonare un sogno nel cassetto per una sostanziale culpa ingenii.

Rinunciare a un sogno, però, è penoso.
Rinunciare al titillo, poi, era chiaramente intollerabile.
Ne ho dunque concluso di trovare uno stratagemma per rendere ugualmente il mio omaggio alla quintessenza dei piaceri umani e divini.
Ho proceduto allora a selezionare i termini di ricerca più interessanti e a utilizzarli così come comparivano, combinando elementi già dati e lasciandoli inalterati nel loro innegabile vigore espressivo, allo scopo di provare a ricavarne un testo compiuto, allestito con le pensate di altri. Qualcosa di simile viene praticato, nei momenti più illuminati delle menti più deviate, nella poesia dorsale, che consiste nel comporre versi utilizzando i titoli di libri impilati a proprio piacimento l’uno sull’altro.

Io ho impilato a mio piacimento alcuni termini di ricerca di questo blog.
Il merito del risultato spetta indiscutibilmente agli utenti della rete, bacino di finissimi pensatori e poeti insospettabili.

Per tua opportuna conoscenza.
come si fanno i pompini?
con uvetta e pinoli,
biscotti abruzzesi,
bacche rosse velenose,
amuchina per formiche,
cannelloni pronti già farciti,
pane tostato.
perché tostare il pane?
perché è meglio tostare il pane.
le fette biscottate e il pane tostato sono la stessa cosa?
meglio il pane tostato.

dopo quanto in una relazione si può fare un pompino?
un cappuccino, mi pare.

frasi da dire durante un pompino?
fidati di me:
insulti spassosi
di tanto in tanto,
mi hanno trapanato il tubo dell’acqua,
mi piace masturbare nei cinema,
racconti esco senza la mutanda,
teacher fuck,
faccia di minkia da colorare.

cosa devo fare dopo aver fatto un pompino?
rutti e rumori all’esofago,
rumore che si fa masticando la cialda del cono,
satollo rutto,
rutto e digestione,
la prima cena per lui: parmigiana.

cosa non devo fare dopo un pompino?
sberla in testa,
chiedere l’ora,
chiedere l’ora in tedesco,
sognare di cucinare cordon bleu.

un pompino così non s’era mai visto:
epiglottide tumefatta.
confidare sull’aiuto degli sconosciuti,
perché si muore giovani.

Il giorno dei blogger #2. Gente affidabile

“Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”
(in Pedro Almodóvar, Tutto su mia madre)*

Dicevo, già da un po’ di tempo avevo voglia di scrivere a modo mio, dunque in un modo noiosissimo e sincero, un post sul fenomeno dei blog, per nulla superato, solo già largamente discusso, che è diverso.
L’occasione è arrivata in modo inatteso e con un pretesto piuttosto marginale che, in parte, mi mette un po’ a disagio. Mi mette un po’ a disagio perché io sono una che partecipa raramente ai giochi di gruppo e quella che alle feste, quando ci va (perché “se non vieni sei la solita asociale del cazzo” e allora ogni tanto bisogna andarci per disorientare e disorientarsi un po’ su chi si è o non si è), sta vicino al buffet e si riempie la bocca di pizzette per ridurre a livelli sostenibili l’eventualità di interagire, ma anche perché, devo proprio dirlo, finora ho sempre trovato più pizzette gustose che invitati gradevoli. Chi mi conosce lo sa, e chi non mi conosce e legge con regolarità questo blog l’ha intuito. Ciascuno se n’è fatto una ragione e, se non se l’è fatta, non sarà arrivato fino a questo punto della lettura del post, perciò, a questo punto della lettura del post, siamo ormai tra intimi – amici in senso stretto e amici in senso blogger – e nessuno si stupirà se dico che l’idea di ricevere addirittura un premio, di qualunque natura e portata (fatta eccezione per quelli di natura monetaria, ma purtroppo questo non è ancora successo), m’interessa assai poco. Però è successo.

WonderDida, la briosa autrice di Bighi in Shanghai, nonché l’unico individuo della Blogosfera che abbia avuto in passato l’audacia di intervistare via e-mail il mio personaggio Le Sanglier, ritiene che questo sia un blog “affidabile” e ci ha tenuto a dirlo in un suo recente post. Ora, io sull’affidabilità avrei molto da dire, ma me ne terrò alla larga. Per questa volta decido di partecipare al gioco e di mangiare un paio di pizzette in meno, perché l’occasione mi pare buona e perché posso farlo restando a casa in tuta e ciabatte. Perciò ringrazio WonderDida per la sua stima, che, come lei sa già, è una stima reciprocamente alimentata, al di fuori di premi e catene di Sant’Antonio.
Da quanto ho capito, sono invitata a segnalare a mia volta, se mi va, cinque blog che mi piacciono (e pertanto “affidabili”, è chiaro). In realtà, ai blog che mi piacciono particolarmente (e pertanto “affidabilissimi”, è chiaro) ho già dedicato una sezione nel menu laterale di questo blog, Segnalibri web, dove c’è il link ad alcuni di quelli che considero i loro migliori post. Se però il conferimento del premio “Blog affidabile”, riconoscimento istituito da non ho capito bene chi, può servire a dare loro maggiore visibilità – ma si tratta di blog già piuttosto letti, per cui non credo che ne abbiano bisogno – lo faccio con entusiasmo.
Pur essendo blog piuttosto letti, la mia impressione è che non lo siano ancora abbastanza. La Blogosfera nasconde autori e autrici per i quali sarebbe da prendere in considerazione una nuova edizione de La notte dei blogger. Però mi scusi, Lipperini, Il giorno dei blogger sarebbe oggi più verosimile perché, per favore, certi puntigli sono importanti e quindi irrinunciabili: nel 2004 Lei scriveva: “è di notte che molti, moltissimi blog vengono aggiornati” (p. XII), ma nel 2012 molti, moltissimi blogger sono precari o disoccupati (o co.co.pro., cioè a volte sono precari e a volte sono disoccupati) e hanno molto, moltissimo tempo per scrivere di giorno.
La prefazione la scriverei volentieri io, se fosse possibile. M’impegnerei seriamente a cercare di elaborare una stronzata all’altezza della situazione.

Ecco dunque le mie cinque letture affidabili, cioè imprescindibili per chi ami la lettura di stronzate scritte bene, benissimo. In libreria o nel web, stanno tutte là in fondo, in basso a sinistra.

Aciribiceci, di O’ Reilly
Bighi in Shanghai, di WonderDida
Diecimila.me, di AA.VV.
In coma è meglio, di Astutillo Smeriglia e Emanuelesi
The Brain that Drained, di Flavia Gasperetti

Il blog Personalità confusa è stato escluso dalla selezione, per la sola ragione che il suo autore è stato pubblicato nella citata antologia einaudiana del 2004, perciò si è già trovato presumibilmente in un punto ben visibile della libreria, almeno per qualche tempo.

* [Aggiornamento: L'amica e collega, e punto di riferimento in terra britannica, Eleanor Andrews mi fa giustamente notare l'inesattezza della citazione iniziale dal film Tutto su mia madre, precisando che quella originale è da Tennessee Williams, A Streetcar Named Desire. Ho un debole per le precisazioni]

Il giorno dei blogger #1. Là in fondo, in basso a sinistra

Nel 2004 Loredana Lipperini ha scritto una prefazione a La notte dei blogger (Einaudi), un’antologia di racconti firmati da alcuni dei migliori blogger italiani che già da qualche anno popolavano la rete. Si trattava soprattutto di scrittori non (ancora) consacrati da una casa editrice, non battezzati da una pubblicazione cartacea di ampia, o comunque considerevole, diffusione. Perché, sostanzialmente e malgrado i profondi cambiamenti che la rete ha portato nell’editoria e nelle modalità di fruizione di testi, la linea di demarcazione tra uno scrivente e uno scrittore continua, mi pare, a essere il libro, quello di carta che trovi in libreria – in quale punto della libreria, in quali quantità di copie e con quale grado di visibilità per i lettori, dipende da molte cose e da alcune persone. Questo, cioè il fatto che uno scrivente approdi in libreria e finalmente diventa uno scrittore, non lo trovo affatto spiacevole, anzi: la carta ha un odore buonissimo, ogni casa editrice ha il suo, o meglio, i suoi, perché variano anche in base alle collane. Più spiacevole è, semmai, osservare che spesso molti validi blogger scrittori – o scrittori blogger, come si preferisce – restano confinati nei labirinti del web, mentre le librerie tendono ad affollarsi di stronzate scritte male, che sono molto peggio di una stronzata scritta bene, perché una stronzata scritta male ci impoverisce tutti e questo ci dovrebbe intristire (ma evidentemente non lo fa abbastanza), mentre una stronzata scritta bene ha qualche speranza in più di fertilizzare la terra e la Terra. Ma questa qui è una faccenda complessa e a me non piace dilungarmi (questo blog, caratterizzato da post sempre brevissimi e di piacevole lettura, ne è una prova evidente). Però mi sento di suggerire che le stronzate scritte malissimo, di solito, si trovano all’ingresso della libreria, o comunque collocati in punti ben visibili ai clienti.

Nella sua prefazione del 2004, una stronzata scritta benissimo, la Lipperini scriveva:

Poi arrivarono i blog. In quattro anni quelli italiani sono passati da poche centinaia a centinaia di migliaia, mille nuovi ogni mese, milioni di pagine web dove è possibile raccontarsi e leggere i racconti degli altri. […] Internet ha permesso cose importanti, per la letteratura: non soltanto poter leggere libri gratuitamente sulla rete, e non soltanto utilizzare la rete, come fanno molti editori di area anglosassone, per pubblicizzare volumi attraverso microspot pensati per il web. Questo è assolutamente il meno. La parte più interessante di quella che viene chiamata Click Lit è la creazione, e il consolidamento, di una realtà critica indipendente e molto più vasta da quella titolata. Basti pensare, ed era solo l’inizio, alle recensioni dei lettori che appaiono da anni sul sito di Amazon e che hanno reso anonimi navigatori più importanti e vezzeggiati di una penna accademica. I loro nomi non si ricordano. Ma è esattamente questo il punto: quella che si va clamorosamente affermando è una forza collettiva. Una capacità, da alcuni prevista, di condivisione. (pp. X-XII)

Sull’idea di forza collettiva non sono sempletamente d’accordo, perché il narcisismo trasudato da ogni blogger in piena regola – ma, pure la Lipperini lo ricorda altrove nella sua prefazione, il narcisismo è un fatto antico e ne è affetto chiunque (possiamo aggiungere che oggi è rilevabile in forme assai più moleste di quella dei blogger) – non mi pare compatibile con questa idea di collettività. Tuttavia è vera una cosa: i blogger ululano come cani e lupi. Detta così, me ne rendo conto, potrebbe suonare poco lusinghiero nei confronti dei blogger (o dei cani e dei lupi, dipende dai blogger, perché è vero pure che ci sono blogger e blogger). Voglio dire che l’ululato di cani e lupi è una modalità comunicativa condivisa, segnala la propria presenza su un territorio, riunisce, influenza, richiama, ognuno con la propria voce. Perlopiù non ci conosciamo di persona (e, spesso, è meglio così), ma ci leggiamo con un’assiduità che non accorderemmo nemmeno ai compagni di letto.
In questo senso, quella dei blogger è certamente una forza collettiva. Utile a chi e come, non l’ho ancora capito. Dipende, anche questo, dalla propria collocazione nel web. Che so, diciamo là in fondo, in basso a sinistra?

[continua]

Scrittori “talentuosi” e lettori squattrinati

Considerazioni a margine di letture e ascolti casuali, in un sabato mattina di sole

Stamattina tornavo dal bar con due cornetti, le sigarette e il Fatto Quotidiano.
Sebbene la prima pagina di oggi riportasse in apertura notizie che immagino più succulente per molti, come quelle su Alitalia, evasori fiscali e recessione, a me è caduto subito l’occhio sul fondo pagina (o si chiama taglio basso? Non lo so, correggetemi, comunque l’importante è che ci siamo capiti), “Scuole e corsi: il successo di scrivere si paga”. Rimandava a pagina 14.
Così, rientrata a casa e messo sul fuoco il terzo caffè della mattina, sono andata a pagina 14 e mi sono messa a leggere con calma il bell’articolo di Silvia Truzzi, dal titolo “Pago dunque scrivo. Il business della creatività”. Per il momento non trovo ancora l’articolo online sul sito del giornale, ma immagino che sarà presto disponibile o forse non ho cercato bene.
Nell’articolo si parla di scuole di scrittura come la Lanterna Magica, la Omero, la Holden e la Bottega di Narrazione, e non si tralascia di ricordare i corsi in rete.
La Truzzi esordisce in un modo che m’è piaciuto:

“Tutta colpa di Proust. Il quale, a un certo punto nella Albertine scomparsa, butta lì quanto segue: ‘L’entusiasmo che si prova scrivendo è, pur non essendo il solo, un primo segno distintivo del talento’. Eccola, la somma fregatura, autorevole traduzione d’impudica speranza, magari negata per anni: diventare scrittori si può. Ma come? Bisogna essere assolutamente moderni, comanda il poeta, quindi interroghiamo la sibilla contemporanea, Google”.

Poi si insiste particolarmente sull’onere economico che alcune scuole di scrittura richiedono, rilevando, fra le altre, che la Holden costa attualmente 4.700 euro all’anno per gli ammessi con borsa di studio e 7.700 per i non borsisti. Il commento è: “Già Giovenale l’aveva intuito, il sapere è roba da ricchi”. Sono proprio tanti soldi, sì. La mia scuola di specializzazione in glottopipponica all’università, che non offre corsi di scrittura semplicemente perché si occupa d’altro, è costata solo 3.600 euro in tutto, 1.800 per ciascun anno. Non voglio contare, però, anche gli anni di tasse universitarie e i mesi di studio all’estero, prima di quei 3.600 euro, e altri diplomi e diplomini, dopo. Mi fermo qui con le cifre (la Truzzi no, va avanti). Sono semplicemente tantissimi soldi, per me che non sono ricca e che non aspiro nemmeno a diventare scrittrice, ma a continuare a fare il mio lavoro di docente più o meno pratica di glottopipponica, aspirando eventualmente a ridurre i disagi del precariato. Però è indubbio che mi piace anche dissertare d’altro. Diversamente, non avrei questo blog. Per questo il sabato mattina, mangiando uno dei due cornetti comprati al bar (l’altro, di solito, è per il fidanzato) e bevendo il terzo caffè, mi interesso anche a seguire le vicende della comunicazione scritta post Gutenberg.
I corsi di scrittura hanno il pregio di alimentare l’amore per la lettura, prosegue la Truzzi condividendo un’idea di Raoul Montanari, espressa su Repubblica, secondo cui nei club scacchistici di tutto il mondo ci sono milioni di persone che si appassionano al gioco e ne traggono piacere pur sapendo che non diventeranno mai dei campioni.
È vero, dice lei, forse la scrittura si può insegnare tecnicamente (pur ammettendo il fallimento della formazione tradizionale e obbligatoria. Lo ammetto insieme a lei, però mi concedo le parentesi). È vero, dico io, mi posso iscrivere a un club di scacchi, o a un corso di nuoto, o di cucito, o di scrittura, per il puro piacere, sufficiente e necessario a motivare l’iscrizione, di imparare una tecnica e fare una cosa che mi fa stare bene, senza nutrire ulteriori ambizioni. Ma davvero questo vale anche per chi si iscrive a un corso di scrittura? Davvero costui non nutre l’ambizione, nemmeno segreta, di pubblicare qualcosina? Davvero è disposto eventualmente a pagare cifre non irrisorie, solo per tenersi in forma? Questo non mi convince. Provo a crederci, ma faccio fatica. Faccio fatica perché la scrittura può anche essere, come infatti è, un esercizio per tenersi in forma al pari del nuoto, ma non è mai stata un esercizio che la gente fa solo per sé, nemmeno nei diari che tenevamo da piccoli o che teniamo da grandi. E, se fosse così, che ci sarebbe di male? Niente, ma non ci sarebbe niente di male nemmeno ad ammetterlo.

La Truzzi ci lascia con una domanda complicata: “Che vuol dire – oltre il fastidio della pretenziosa espressione – ‘scrittura creativa’? L’immaginazione si può insegnare? E il talento?”.
L’immaginazione, forse, sì. Ma non me la sentirei di condividere la scelta della parola “insegnare”, preferisco “educare a”. Mi posso educare all’ascolto della musica jazz, per esempio, anche senza sognare di diventare un pianista. Mi posso educare al teatro, all’uso di una lingua straniera, a quello che mi pare. Al talento, mi posso educare? E al talento per la scrittura creativa, mi posso educare? Non saprei. Ma che sarà mai, poi, questo talento?
Il talento, come una lunga serie di altri fatti, è una storia antica quanto Giovenale. I romani, uomini pratici e d’azione, si limitavano a usarlo come misura monetaria (ma, stando ai prezzi delle scuole che oggi si impegnano a far emergere un talento narrativo, non è difficile vederci un legame con l’evoluzione che la moneta d’oro ebbe). Prima di loro, la già saccheggiata parabola evangelica – quella di Matteo o quella di Luca, più o meno il senso generale è lo stesso – ci dice che il padrone premia il servo che ha investito il talento affidatogli in custodia guadagnandone altri, mentre punisce quello che invece ha preferito nascondere il suo sotto terra. Si sa come conclude la parabola di Matteo: “Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”.
Che significherà mai, questo, per noi moderni? Chi ha “talento”, lo investa alla Holden, e chi non ce l’ha, si venda la casa, se ne ha una?
Poiché l’excusatio non petita non rende sempre l’accusatio così manifesta, bisognerà a questo punto chiarire tre fatti. Il primo è che non ce l’ho con la Holden né con le altre scuole di scrittura: quando uno sa mettere a frutto il proprio kit di abilità, per esempio fondando una scuola, bisogna solo apprezzarlo. Il secondo è che non sono incattivita dall’eventuale rodimento di chi abbia tentato l’ammissione senza successo perché non ho mai tentato l’ammissione a nessuna di queste scuole: mi sono sempre occupata d’altro, sprecando il resto del tempo a leggere libri. Il terzo è che non la tenterei nemmeno se avessi il denaro, o il talento, fate voi. Perché non la tenterei? Per un fatto semplice: perché a me piace educarmi alla scrittura con la lettura. Questo, peraltro, lo posso fare a basso costo. Infatti, pur spendendo parecchi soldi in libri, non arrivo mai a spendere 7.700 euro all’anno, né 4.700. Se potessi spendere queste cifre, poi, le spenderei continuando a entrare in libreria e facendo man bassa tra urla di gioia selvaggia, mia, dei librai e degli editori. Non è perché respingo l’insegnamento ex cathedra e nemmeno quello indubbiamente più stimolante alla Baricco, il quale è raffigurato nell’articolo della Truzzi mentre passeggia su e giù nella classe di un seminario di lettura giocando con una palla. Dell’insegnamento ho fatto, in qualche modo e in un altro ambito, un’attività della mia vita, da studentessa prima e da insegnante dopo. Se lo respingessi, mi darei la mazza sui piedi da sola e io non voglio darmela, perché a questo ci pensa già il precariato. È per un altro fatto, anche questo di una semplicità perfino banale: a me non piace l’idea che qualcuno mi suggerisca (a pagamento) cosa dovrei leggere o fare per imparare eventualmente a scrivere o a scrivere meglio, nello stesso modo in cui non mi piace che mi si dica cosa dovrei mangiare per avere una vita sana. Una vita sana, per me, è un cornetto e tre caffè il sabato mattina, prima di un paio di sigarette e mentre butto un occhio sul fondo pagina del Fatto. Una vita sana è un piatto di bucatini all’amatriciana alle tre di notte. Una vita felice, per me, è quella che è iniziata intorno ai nove anni, quando ebbi in regalo il primo romanzo. Trattavasi di Piccole donne, perché così era ancora l’infanzia femminile negli anni ’80, oggi non so quale libro si regali a una bambina di nove anni. Sospetto, però, che non sia un libro il regalo più frequente. Una vita piena è quella che è andata avanti così negli anni, scoprendo da sola John Fante verso i venticinque e provando a copiarlo nei primi mesi seguenti.

Copiare? Un po’, sì, di nascosto. Non è plagio, se te lo copi a casa tua su un foglietto, così, per aiutarti a imprimerlo nella memoria.
Sempre stamattina, mentre andavo ancora ragionando sull’articolo della Truzzi appena letto, mi sono ritrovata in mezzo a un altro discorso, che stava iniziando proprio in quel momento su Radio Tre, che di solito, se sono a casa, tengo accesa tutto il giorno. Il programma di Cettina Flaccavento, Passioni, oggi proponeva un ciclo intitolato “Abitare la lingua”, con Elisabetta Rasy, dedicato alla lingua degli scrittori. Per chi fosse interessato, il podcast è già disponibile.
Al programma è intervenuto anche Raffaele La Capria, raccontando di come da giovane copiasse tutte quelle pagine della letteratura su cui gli era caduta una lacrima (sic). Poi, a un certo punto, si è reso conto che la scrittura era il risultato di un contesto, che non bastava un momento per coglierla. Esiste, dice La Capria, un regno delle parole, che abbiamo creato noi, ed esiste un regno della realtà, che non abbiamo creato noi. Il primo apre uno spiraglio sul secondo, che è misterioso. Sono le parole che scegliamo, dunque, a creare le relazioni. Per questo lo scrittore deve aggiungere il suo segno, la sua cifra, creando la sua lingua personale.
È un lungo apprendistato, aggiunge la Rasy.
È un apprendistato permanente, aggiungo io, e senza prezzo.

 

[Aggiornamento del 29 aprile: di questo argomento si parla anche nel blog di Giulio Mozzi, direttore della Bottega di Narrazione. Qui oggi l'autore, intervenendo nella serie di commenti al suo articolo, ha segnalato questo mio post. A quel punto ho avuto voglia di farneticare un altro po' anche lì, ma combinando forse qualche pasticcio comunicativo che non avrei voluto combinare].

Dove si muore giovani e dove si muore precari (senza un perché)

Nota: il tema che qui si affronta è un tema realmente serio. Tuttavia questo è pur sempre un post di Morelle Rouge. Chi conosce il suo blog saprà che, anche nei rarissimi casi in cui si trattano temi seri, non lo si fa mai troppo seriamente, perché la risata, l’ironia, la goliardia e una spruzzata di sarcasmo sono, fino a questo momento, l’unica soluzione personale che l’autrice ha saputo trovare alla seria gravità di certi fatti irrimediabili. Si sente dunque la necessità di premettere, a chi capitasse qui per caso, che con il seguente post non si vuole ferire sensibilità alcuna, né offendere il lavoro di chi provvede a informarci su come stanno le cose.

“In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto”
(Proverbio, in: Arto Paasilinna, Piccoli suicidi tra amici)

Il Post di ieri ha pubblicato un articolo dal titolo “Dove si muore giovani, e perché”, riportando un grafico dell’Economist dove vengono messi a confronto i tassi e le cause di mortalità degli individui tra i 10 e i 24 anni in ventotto Paesi industrializzati.
I dati, aggiornati al 2009 (“or latest available”), ci dicono che il Paese con il più alto tasso di mortalità giovane risultano gli Stati Uniti, con 60 decessi ogni 100.000 individui. Una notizia, questa, che certamente ci sorprenderà in molti.
Il grafico, poi, mostra anche la distribuzione geografica di tre cause di morte non naturale: incidenti stradali, suicidi e violenze. Scopriamo dunque che, mentre negli Stati Uniti, in Portogallo e in Grecia si muore soprattutto sulla strada, la morte violenta, cioè per omicidio, è maggiormente frequente nel primo dei tre, il quale viene in tal modo a fornirci un quadro che, da soli, non avremmo mai potuto immaginare.
Il suicidio, invece, è una pratica più frequente per islandesi, finlandesi e giapponesi. Mentre degli islandesi non sapevo ancora nulla, dei giapponesi una mezza idea me l’ero fatta dal Seppuku in poi (pratica rituale meglio nota a noi occidentali come harakiri, credo. Se ne hanno testimonianze antichissime, ma io mi sono limitata a ricordare quella famosa della quindicenne Cio-cio-san quando, alla fine della Madama Butterfly pucciniana, si getta contro la lama dopo aver recitato ad alta voce quanto è inciso sul pugnale: “Con onor muore chi non può serbar vita con onore”. Ma è un esempio operistico, e mi sa che la memoria di chi si annacqua il cervello con la lettura e con certa musica non conta).
Per quanto riguarda i finlandesi, però, sono rimasta ancor meno sorpresa. Mi pare che già l’autoctono Arto Paasilinna, una ventina d’anni fa, ci avesse suggerito qualcosa al riguardo. Il fatto è che la letteratura viene interrogata di rado su certi problemi, che pure sarebbe in grado di indicare, sebbene non di risolvere (a ben vedere, però, è così anche per i dati statistici e per parecchie altre cose). Mi rendo conto, tuttavia, che citare un autore di romanzi in un’indagine statistica potrebbe risultare poco apprezzabile. In un blog tuo, invece, puoi fare un po’ come ti pare, citando ad esempio l’incipit di Piccoli suicidi tra amici di Paasilinna:

“Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia, l’introversione, una sconfinata apatia. Un senso di gravezza aleggia su questo popolo sfortunato, tenendolo da migliaia di anni sotto il suo giogo, tingendone lo spirito di cupa seriosità. Il peso dell’afflizione è tale da indurre parecchi finlandesi a vedere nella morte l’unico sollievo”.

Dunque, con il Censimento Suicidi del 2009, niente di nuovo a Helsinki. Almeno per i finlandesi e per i lettori di Paasilinna.

Noi, con i nostri 31 decessi innaturali ogni 100.000, perlopiù dovuti a incidenti stradali, siamo al ventesimo posto dei ventotto che compaiono nella classifica dell’Economist: pure a cercare di schiattare, insomma, ce la caviamo male. Con i suicidi, però, andiamo anche peggio, perché ne registriamo solo da 1 a 3 ogni 100.000. Di fronte all’evidenza di questo dato, mi è venuto da pensare. Non metto certo in dubbio questi dati, né i numeri in generale (io, poi, che so a malapena fare i conti quando mi danno il resto delle sigarette!).
Mi sono chiesta piuttosto: se la ricerca cambiasse obiettivo, modificando il parametro della fascia d’età, e quindi anche il campione preso in esame, come ci piazzeremmo noi oggi nella classifica dei suicidi in questi ventotto Paesi industrializzati? Ma, soprattutto, con quali proporzioni rispetto alle cause del suicidio, perlomeno quelle dimostrabili o più dibattute?
Prendiamo un esempio a caso: la disperazione dei lavoratori precari. Da un articolo de Il Fatto Quotidiano dello scorso 17 aprile, si apprende che, secondo un rapporto dell’Eures, in Italia oggi si suicida un disoccupato al giorno (dell’argomento si legge, si sente e si parla ovviamente anche altrove, ma limitiamoci al fatto e al Fatto). Se ho capito bene, allora possiamo ipotizzare almeno 365 suicidi all’anno, forse 366 in questo bisesto funesto, oltre agli altri diversamente motivati. Nel 2010 la crescita più consistente rispetto agli anni passati si registrava nel Lazio, con 266 suicidi legati al lavoro (e io, che non mi aggiorno mai abbastanza, un anno prima ero arrivata a Roma, in cerca di fortuna…).
Però anche così forse ci teniamo bassi e non potremo mai competere con le cifre dell’Islanda, del Giappone, nonché della drastica Finlandia.
Ma potrebbe essere questione di tempo. I nostri aspiranti, infatti, quanti sono attualmente? Non lo sappiamo. Aggiungiamo a quelli più convinti anche gli indecisi, per stare tranquilli e recuperare così i numeri che inevitabilmente si perdono con i precari di orientamento cattolico, dei quali supponiamo l’assenza del dubbio rispetto al tema specifico.
Qualcuno potrebbe dire che resta pur sempre la nota fuga di cervelli all’estero: ne perdiamo molti pure con quella (e voglio sperare che tra le mete più ambite non ci siano Islanda, Giappone e Finlandia, perché forse sarebbe un po’ come passare dalla padella alla brace. Con l’aria che tira da loro, dev’essere spiacevole, per esempio, riuscire a mettere fine al tuo precariato arrivando fino a Oulu e poi, senza volerlo, mettere fine alla vita di un finlandese che sceglie di suicidarsi buttandosi sotto la macchina che proprio quel giorno eri riuscito a comprarti. O anche essere tramortito sulla strada, all’apice del tuo successo professionale mai sperato in Italia, da un islandese di Reykjavík che si getta da un palazzo).

Torniamo per un momento alla storia che racconta Paasilinna: per una fatalità del caso, due disperati si conoscono nel fienile che avevano entrambi prescelto per porre fine al loro “vivacchiare privo di senso”. Lì per lì, una volta l’uno di fronte all’altro, ci ripensano e considerano che forse ci sono molti altri individui animati dallo stesso proposito, con i quali si potrebbe spartire la pena compiendo un dignitoso suicidio di gruppo. Così decidono di partire insieme, alla ricerca di altri aspiranti e del luogo ideale in cui realizzare il progetto.
Il resto della storia non lo dico, sia perché io devo ancora finire di leggerla sia perché pare che a raccontare come finisce la storia di un libro si rovini la sorpresa (come se un libro, o un film, si esaurisse in una sequenza di avvenimenti. Ma, va bene, quello è un altro discorso e questo è un blog in cui spesso ci si perde dietro alla minuzia).
Insomma ho risolto che anche noi si potrebbe pensare di consorziarci. Una social catena di precari italiani, ancora vivi e diversamente viventi, che potrebbero scrivere insieme un romanzo collettivo, facendolo circolare a mo’ di bookcrossing, per poi proporlo all’attenzione di nuove indagini sulla mortalità alternativa.
Potrebbe essere la modesta versione nostrana di un grande tema finlandese, con il titolo di “Piccoli suicidi tra precari”. A meno che qualcuno non ci abbia già pensato.
Ma adesso vado a finire di leggere la proposta di Paasilinna.

[* Tutte le citazioni da Piccoli suicidi tra amici di Arto Paasilinna sono nella traduzione italiana di Maria Antonietta Iannella e Nicola Rainò, edizioni Iperborea]

Sondaggio: quanto ti aggiorni?

Le attività non morelliane sono in ripresa, non senza una certa fatica dovuta all’evidente impegno che un aggiornamento costante richiede, nel mio lavoro come in altri. Nel mio, in particolare, la glottopipponica non dorme mai e in 48 ore può elaborare nuovi dati imprescindibili per le ricerche future.
Tuttavia si sa che, nelle pause caffè, nelle pause sigaretta e nelle pause caffè e sigaretta, un moderato sollazzo è benefico e necessario. Di più: il sollazzo è notoriamente la reale garanzia di un apprendimento duraturo nella formazione, nonché di una prestazione efficiente nel lavoro.
Sollazzandomi stamattina alle 7, prima di affrontare i miei pendings glottopipponici, ho scoperto Polldaddy, che conoscevo ma non avevo ancora capito esattamente cosa fosse (vedi a non essere sempre aggiornati?).
Quando l’ho capito, non ho potuto fare a meno di sperimentarne le funzionalità, così che la mia deformazione professionale e l’innato amore per la ricerca hanno presto avuto la meglio sul proposito iniziale di allentare la tensione per un po’, inducendomi infine a elaborare un serio sondaggio conoscitivo sulle percezioni di un fenomeno ancora tutto da capire.
In attesa delle abituali storie morelliane, lo propongo dunque alla vostra attenzione nel caso teniate anche voi a un aggiornamento puntuale su temi d’interesse.

51 cose da fare prima dei dodici anni, se sei britannico

Su Il Post di ieri si può leggere che il National Trust ha commissionato una ricerca sulle abitudini dei bambini fino ai dodici anni. Da questa ricerca è emerso che

“… gran parte di loro passa quasi tutto il tempo seduto davanti alla tv o a giocare coi videogiochi: meno di un bambino su dieci gioca regolarmente in luoghi aperti – erano uno su due nella generazione precedente – un terzo non si è mai arrampicato su un albero e non sa andare in bici, e i bambini portati in ospedale per essere caduti dal letto sono tre volte di più di quelli caduti da un albero”.

Per questa ragione, il National Trust ha lanciato una campagna, “50 cose da fare prima di avere undici anni e tre quarti”, che suggerisce una lista di esperienze, grosso modo tutte da fare en plein air. La lista si può leggere in inglese qui, o in italiano su Il Post.
È fortemente probabile che ora io, farneticando su questo, me ne uscirò con qualche sciocchezza (sarò inoltre inopportuna dicendo che l’immagine del bambino che finisce in ospedale perché caduto dal letto invece che dall’albero mi fa irragionevolmente sganasciare dalle risate, sono un essere crudele), ma è anche per questo che ho un blog. Perciò, dopo aver letto Il Post, a me viene da scrivere un post.

Non ha torto, il National Trust. Sono cinquanta buone proposte, qualcuna ottima. Credo nella bontà di quasi tutte, pur senza aver fatto parte dell’illuminato gruppo di ricerca che le ha pensate (gruppo costituito, come il National Trust ci informa, da cinque individui tra i 29 e i 49 anni anni, tutti britannici). Mi sono anzi inevitabilmente ritrovata a scorrere la lista e segnare le cose che ho fatto prima dell’improrogabile scadenza al dodicesimo anno, con la stessa curiosità ebete di chi faccia un test per sapere quanto è scemo. Così ho scoperto che, nella mia infanzia, ho fatto una buona metà delle esperienze presenti nella lista. Però, dopo averlo scoperto, non sapevo come dovessi sentirmi al riguardo. Sono cresciuta bene, male o così così? Anche se non lo so – temo, d’altra parte, che non lo saprò mai, sebbene una mezza idea, superati i trent’anni, me la sia fatta – le cinquanta cose da fare prima dei dodici anni restano indubbiamente una buona pensata.
Tuttavia è una pensata che si presta a qualche obiezione o a precisazioni perché, come tutte le pensate, è localizzata, quindi socialmente e culturalmente determinata, quindi disponibile a differenti ricezioni.
Ipotizzo, infatti, che la selezione, la quale predilige le attività negli spazi aperti, abbia qualcosa a che fare con l’origine britannica della ricerca: una buona parte delle esperienze suggerite evoca, a me italiana cresciuta nel centro-sud Italia, immagini di giornate assolate, limpide. È inverosimile, per esempio, che si possa pensare di far volare un aquilone durante un nubifragio. Fa eccezione l’attività numero 6, “correre sotto la pioggia”: per un bambino britannico è sufficiente uscire di casa. Se non lo fa prima dei dodici anni, cosa che non facciamo fatica a ritenere poco credibile (i bambini di oggi stanno a letto, o comunque in casa, davanti alla tv e ai videogiochi, d’accordo, ma a scuola ci vanno o hanno tutti la buona vecchia istitutrice privata, una moderna Jane Eyre?), avrà comunque il poco che resta della sua infanzia per farlo e, come ultima spiaggia, il resto della vita.
Ho vissuto in Inghilterra per qualche mese. Forse ci sono capitata in un’annata poco favorevole, ma ne ho concluso che tra le prime abilità che andrebbero acquisite nell’infanzia britannica c’è quella di camminare reggendo un ombrello ampio e robusto con una mano, e tutto il resto con l’altra (buste della spesa, borsa, libri, magari pure la mano di un’altra persona, e quant’altro vi venga in mente, secondo la giornata di ciascuno), schivando nel contempo pozzanghere e pantani. Non si sottovaluti l’importanza di questa esperienza formativa, offerta dalle risorse del territorio, soprattutto in un Paese che ama dire “It’s raining cats and dogs”.
Il fatto è che più della metà delle attività suggerite dalla lista possono risultare difficili da realizzare per i poveri pallidi cuccioli inglesi. Alle volte sono così sfortunati che due ore di sole, o semplicemente due ore senza pioggia, arrivano inattese, proprio mentre sono inchiodati ai banchi di scuola. E quando ci vanno queste creature, a caccia di insetti? O in uno dei loro bellissimi parchi, ad accamparsi all’aperto?
Ma poi, davvero si può incontrare uno che da bambino abbia fatto rafting o una geocaching, cioè una caccia al tesoro con il GPS? Io sono andata a cercare su Wikipedia cos’è esattamente il rafting e, per quanto riguarda il GPS, è più probabile che un bambino di oggi, magari lo stesso che finisce in ospedale perché è caduto dal letto, sappia cos’è, piuttosto che un bambino di ieri, che finiva in ospedale perché caduto dall’albero del nonno.
Veniamo però all’attività numero 41,“Piantare qualcosa, coltivarla e mangiarla”. Ma esattamente cosa e dove? Un pomodoro nella brughiera? Chi ha mangiato un pomodoro italiano e un pomodoro maturato al sole della Gran Bretagna, venga qui a testimoniare che il secondo era delizioso. Mi si dirà che non importa il prodotto ma il processo. Sarei normalmente d’accordo, ma non vale per i pomodori, no, non funziona così e forse non funziona così nemmeno per i bambini. Di questi ultimi non posso dirmi un’esperta, ma secondo me un bambino vorrebbe pure addentare il pomodoro che ha coltivato e stupirsi del suo sapore.
Si capisce che questa lista possa essere ben accolta da noi italiani: che ci vuole per noi, a stare all’aria aperta o a coltivare pomodori? Forse sarà difficile trascinare il pupo dal letto in montagna, o dalla tv al mare, o dal videogiochi in campagna, questo sì: abbiamo gli stessi guai globalizzati. Abbiamo però un vantaggio nelle strategie risolutive da poter mettere in atto contro la dilagante vacuità esperienziale dei nativi digitali (chi l’avrebbe mai detto?).

Come si comporteranno ora i padri e le madri inglesi?
Io non vedrei altra soluzione che quella di riportare il Grand Tour al suo antico splendore, con obiettivi parzialmente rivisti. Suggerirei perciò di aggiungerlo alla lista della ricerca britannica come proposta supplementare da segnalare agli autoctoni. Non escludo, anzi, che gli enti turistici, compiendo qualche trascurabile forzatura, possano vedere nella trovata del National Trust una campagna di promozione del turismo nelle terre calde e soleggiate del Mediterraneo nostrano. Il che, a parer mio, gioverebbe agli anglosassoni, notoriamente incapsulati nel loro sentimento insulare, invogliandoli ad aprirsi all’Europa unita.
Mandateci dunque i vostri pargoli per l’imminente stagione estiva. Ve li rispediremo sani, ben nutriti e abbronzati, con un pomodoro rosso, succoso e vero in una mano. Se preferite, un limone di Sicilia, che così lo mettete nel tè. Per l’eventuale miglioramento di altre capacità di apprendimento o per l’acquisizione di altre abilità non meno importanti, invece, ci dispiace ma questo non è un Paese per giovani: abbiamo un bel po’ da fare anche noi.

Rattrappiti e soddisfatti

Come molti sanno, Beppe Severgnini ha voluto recentemente sperimentare una settimana di astinenza totale da internet, documentandola in un diario intitolato “Sette giorni fuori Rete”.
L’articolo, sottotitolato “Ansia, paure e sorprese: il mio esperimento senza Twitter, blog e iPad”, reca anche un efficace occhiello: “Diario di una settimana all’antica: disintossicazione digitale di un iperconnesso”.
L’ho letto con una certa curiosità e riletto con una certa perplessità.
Non che io metta in dubbio la buona riuscita dell’esperimento di privazione. Decido di fidarmi di Severgnini, che in generale mi garba, soprattutto da quando ha scritto quel bell’articolo sulla presunta scomparsa del congiuntivo.
Tuttavia nel suo ultimo giorno di esperimento, datato 15 febbraio, Severgnini annota: “provo una vaga preoccupazione: perché non sono psicologicamente distrutto da una settimana di astinenza? Ci si abitua così in fretta alle privazioni?”. Be’, mi dico io, rispetto alla privazione di internet, se rispondi al profilo di una persona adulta – nozione contestuale, questa, sempre in via di definizione sulla base di tempi e luoghi e generalmente connessa con l’idea della produttività sociale, ma forse identificabile, nell’Italia del 2012, con un individuo sopra i 30 anni -, con un certo tipo di mestiere, un certo livello culturale e una certa gamma di soluzioni alternative, sì. Pure in questo caso, comunque, aggiungerei un prudente “forse”.

Ne ha parlato anche Claudio Calzana nel suo blog, dove afferma: “Mi sa che chi è nato ‘dentro’ la rete difficilmente sa indovinare un mondo fuori dalla rete, o senza rete”.
Io sono nata quando in Italia la rete iniziava appena ad apparire ma nessuno ne sapeva molto fuori dalla ricerca universitaria e sono cresciuta quando cominciava a diventare il servizio largamente diffuso che è oggi. Ne sono rimasta fuori grosso modo fino ai vent’anni. Credo di aver inviato e ricevuto la mia prima e-mail al primo anno di università e di aver chattato più o meno nello stesso periodo, di aver fatto ricerche in rete per la mia prima tesi di laurea intorno ai ventiquattro anni, di aver scoperto cos’è un blog intorno ai venticinque anni e di averne aperto anch’io uno poco dopo. La mia progressiva intossicazione digitale, infine, ha raggiunto un livello interessante solo negli ultimi cinque o sei anni. Attualmente uso la rete per ogni genere di necessità, dal lavoro al tempo libero. Ciò non ha comportato l’abbandono di alcune insostituibili attività quali le peregrinazioni per le biblioteche di Roma, l’acquisto smodato di libri, il consumo abbondante di carta, e nemmeno il ripensamento su certe personali riserve come quella nei confronti dell’e-book.
Ricordo un tempo non esattamente senza rete, ma certamente fuori. A quindici o sedici anni custodivo gelosamente una copiosa corrispondenza epistolare e il postino era atteso con la stessa eccitazione con cui, anni dopo, avrei atteso il recapito del modem: la profumata collezione di lettere e cartoline è uno dei migliori ricordi dell’adolescenza come quello della consegna del modem uno dei peggiori dell’età adulta (problemi con la sottoscrizione del contratto, problemi con la registrazione delle coordinate bancarie per i pagamenti, problemi con la spedizione, problemi con la mia richiesta di non ricevere regolarmente offerte, promozioni e pubblicità da parte della compagnia). A diciotto anni ho studiato per l’esame di maturità rinchiudendomi nella casa in campagna di mia zia, e mia zia non aveva ancora internet. Si è vissuto bene. Ancora meglio sembrano essersela passata i miei genitori, e addirittura splendidamente mio nonno, classe 1920, il quale alcuni anni fa, mentre parlavo con la mia famiglia via Skype, si mise a piangere e si dichiarò stupefatto quando vide la mia faccia apparire sullo schermo del pc.

Tuttavia, io a emulare Severgnini non ci provo nemmeno.
Non solo perché io, diversamente da lui, mi servo della rete per aiutarmi a mantenere più numerose le possibilità di passare, un giorno, da una posizione lavorativa ancora precaria ad una più dignitosamente sicura – nella mia professione, infatti, non è consigliabile andarsene in giro per le università a monitorare personalmente le graduatorie dei docenti nelle quali si è inseriti: si può fare, ma si dovrebbe allora accettare il rischio di perdersene una nello spostamento da un tram all’altro di Roma, e io non lo accetto – ma anche perché le ormai ovvie possibilità offerte dalla rete favoriscono inoltre l’eventualità di perdere meno tempo quando non si è davvero interessati a qualcosa, sia nella ricerca di informazioni sia nell’interazione sociale. E possiamo noi perdere altro tempo, oltre a quello che già perdiamo volontariamente, se non abbiamo colleghi fidati o assistenti volenterosi a cui delegare giornate di lavoro, o se non possiamo concederci il privilegio di preparare una risposta automatica alle e-mail “Sarò offline finché non mi passa la voglia di fare test di dipendenza da internet“?
Sono tentata dall’esperimento di Severgnini, lo ammetto, ci rimugino da qualche giorno. Noto infatti un miglioramento dell’umore e della capacità di concentrazione quando resto fuori dalla rete per un certo numero di ore, non più di 48, finora, e mai infrasettimanali. Malgrado questi segnali, rinnovo quotidianamente la mia dipendenza. Non dirò, come potrei dire, “perché mi serve”, ma “perché mi va”.

“Le macchine ci seppelliranno”, mi ha scritto una volta un’amica via Facebook (la stessa che mi scriveva lunghe lettere vergate con tanti colori, quando avevamo quindici anni. Alle volte dietro la busta lasciava anche un messaggio: “Corri, postino!”).
Penso di sì. Ci seppelliranno insieme alle nostre artrosi cervicali, ai tunnel carpali, alle tendiniti del polso e a vari disturbi oculari, per citare solo le patologie più facilmente diagnosticabili. Pazienza. Verremo seppelliti rattrappiti e soddisfatti.