Scrivere è un cazzotto in bocca

Uno comincia a scrivere – scrivere per essere letto: scrivere storie, scrivere racconti, romanzi, poesie, sceneggiature, recensioni, saggi, biografie, articoli, post su un blog, insomma scrivere altre cose oltre alla lista della spesa, che, almeno nelle intenzioni più comuni, uno scrive per sé o al massimo per qualcuno che va a fargliela – soprattutto a causa del fatto che dorme male la notte. Uno comincia a scrivere, insomma, perché non s’è risolto con la giornata (o con le giornate: allora scrive un’autobiografia). Poi perché, magari, ha letto qualche libro che gli è pure piaciuto e, a un certo punto, gli è capitato di dirsi: anch’io!, come quando un bambino, per strada, ne avvista un altro con un giocattolo che lui non ha e comincia a strattonare la mamma (o il papà, dipende da chi lo porta a spasso: non si capisce perché, in certe frasi fatte, la mamma continui a detenere questo primato mondiale delle maniche slabbrate. Forse perché certe frasi sono fatte, e non si possono rifare). Infine pure perché, anche se non lo ammetterebbe mai, ha un’elevata considerazione di sé, cioè delle sue belle pensate, con le quali, è chiaro, si identifica.

Allora succede che comincia a strattonare la sua intelligenza. Le dice: adesso io voglio fare questa cosa qui, scrivere, e tu mi devi aiutare, capito? Quella ha la reazione di chi viene bruscamente svegliato da un sonno paciosissimo, si rizza coi capelli arruffati e gli occhi stralunati, si guarda intorno come alla ricerca dello stronzo che le ha appena rifilato un manrovescio.
Mi viene in mente un racconto di mia madre, che un manrovescio se lo prese per davvero, mentre dormiva. Lo stronzo in questione era mio padre che, immerso nel sonno anche lui, sognava di fare a botte con uno. Solo che, mi raccontò mia madre ridendo (si ride sempre, dopo), sbracciando di qua e di là sopra le coperte, il cazzotto gli finì di là, cioè dove stava dormendo lei. Le fece parecchio male. Si rizzò sul letto e, preso qualche secondo per capire come erano andate le cose, non ci pensò un attimo: si avvicinò a mio padre, che continuava a smaniare e borbottare a occhi chiusi, e gli assestò una mappina in faccia che manco a me e mio fratello quando eravamo piccoli. Mio padre saltò come una molla. Accese la luce e si guardarono: era sconvolto. «Per la madonna, Marì! Ma che ti sei scemita?», le chiese con la mano premuta sulla faccia. «No, lu sceme si tu!», gli disse lei, premendosi la faccia a sua volta, e gli spiegò, e mio padre allora le chiese scusa, e mia madre pure, e si riaddormentarono tranquilli, con un occhio pesto ciascuno.

Non so bene che c’entra, questa storia.
Comunque, ecco. Bisognerebbe desistere, dal fare a pugni con la propria intelligenza. Lasciarla dormire in pace, se dorme in pace (le intelligenze medie dormono sempre in pace: sei tu che dormi male la notte, per darti un tono ombroso il giorno dopo, che fa tanto scrittore ispirato. Ma guarda che la tua intelligenza, ieri notte, dormiva benissimo e dei tuoi piagnistei s’è accorta a malapena). Oppure chiederle scusa per averla strattonata con certe lagne. Perché può succedere, altrimenti, di restare per giorni a fissare una pagina vuota, e poi di alzarsi con gli occhi pesti. Tutti e due tuoi.

 

Dopo: “Ma la storia dei cazzotti nel sonno fra tuo padre e tua madre è successa per davvero?!”. Sì, se una storia non è vera, non la so inventare. “Tua madre è troppo forte!”. Lo dice anche mio padre, da quella notte. “Si strattona la mamma per strada perché la mamma è sempre la mamma!”. Anche questa frase qui è fatta, non si può rifare (però mi piacerebbe tanto rifarla).

Poesia dorsale 2.0

A seguito di un rapido esame dei dati statistici relativi ai visitatori di questo blog, mi sono trovata di fronte a scoperte inattese e assai interessanti sui termini maggiormente inseriti nei motori di ricerca che portano l’utente della rete a imbattersi nelle storie di Morelle Rouge.
Tutti quelli che hanno un blog nutrono questa curiosità.
Tutti quelli che hanno un blog e un disturbo mentale, poi, ne restano ispirati e ci scrivono un post.

Dopo il rituale brainstorming sulle possibilità di sfruttamento dei dati acquisiti dal mondo conoscibile, e dopo averne tratto ispirazione profondissima, avevo dapprima considerato l’ipotesi di scrivere un post interamente dedicato a scandagliare la fenomenologia del “pompino”, essendo questo risultato il termine maggiormente ricercato dagli utenti della rete finiti per sbaglio in questo blog. Responsabile di aver attirato l’attenzione dei curiosi e delle curiose del “pompino” dev’essere stato senz’altro un post in cui si accennava alla mirabile interpretazione di Valeria Golino nel film “Controvento”. Così vanno le cose, da noi: uno cerca di scrivere un bel post, gli scappa di chiamare le cose col loro nome (“pompino”) e subito una massa di malintenzionati viene a dare un’occhiatina al suo blog; insomma, con le parole bisogna stare sempre attenti, lo sappiamo tutti, ultimamente pure Battiato.

Titillandomi con l’allettante opportunità di elaborare un’ode al “pompino”, dicevo, avevo pensato di scrivere un post mirato, vorrei anzi dire teso, a soddisfare al massimo gli interessi di un pubblico lussurioso e finora certamente deluso dalla scoperta casuale di Tornasole. Non volevo nemmeno trascurare di provare a rendermi utile alle persone principianti che avevano inserito nei motori di ricerca i propri sensati interrogativi sui rudimenti dell’arte della suzione.
Tuttavia, malgrado il “pompino” si presti, tra le altre cose, ad essere un materiale di scrittura dalle potenzialità inesauribili, ho dovuto pur considerare le evidenze emerse dall’analisi del rischio. Non sono sicura, infatti, di essere in possesso delle competenze necessarie a produrre un testo così ambizioso. Bisogna anche tenere conto, inoltre, dell’eventualità che i nuovi lettori di Tornasole, quelli che hanno da poco scoperto il blog e dimostrato – seppur irragionevolmente – un interesse nei suoi confronti, siano ancora poco avvezzi alle pensate della sua autrice e quindi scarsamente disponibili a tollerarne le erezioni verbali più moleste.
Mi sono sentita costretta, insomma, ad abbandonare un sogno nel cassetto per una sostanziale culpa ingenii.

Rinunciare a un sogno, però, è penoso.
Rinunciare al titillo, poi, era chiaramente intollerabile.
Ne ho dunque concluso di trovare uno stratagemma per rendere ugualmente il mio omaggio alla quintessenza dei piaceri umani e divini.
Ho proceduto allora a selezionare i termini di ricerca più interessanti e a utilizzarli così come comparivano, combinando elementi già dati e lasciandoli inalterati nel loro innegabile vigore espressivo, allo scopo di provare a ricavarne un testo compiuto, allestito con le pensate di altri. Qualcosa di simile viene praticato, nei momenti più illuminati delle menti più deviate, nella poesia dorsale, che consiste nel comporre versi utilizzando i titoli di libri impilati a proprio piacimento l’uno sull’altro.

Io ho impilato a mio piacimento alcuni termini di ricerca di questo blog.
Il merito del risultato spetta indiscutibilmente agli utenti della rete, bacino di finissimi pensatori e poeti insospettabili.

Per tua opportuna conoscenza.
come si fanno i pompini?
con uvetta e pinoli,
biscotti abruzzesi,
bacche rosse velenose,
amuchina per formiche,
cannelloni pronti già farciti,
pane tostato.
perché tostare il pane?
perché è meglio tostare il pane.
le fette biscottate e il pane tostato sono la stessa cosa?
meglio il pane tostato.

dopo quanto in una relazione si può fare un pompino?
un cappuccino, mi pare.

frasi da dire durante un pompino?
fidati di me:
insulti spassosi
di tanto in tanto,
mi hanno trapanato il tubo dell’acqua,
mi piace masturbare nei cinema,
racconti esco senza la mutanda,
teacher fuck,
faccia di minkia da colorare.

cosa devo fare dopo aver fatto un pompino?
rutti e rumori all’esofago,
rumore che si fa masticando la cialda del cono,
satollo rutto,
rutto e digestione,
la prima cena per lui: parmigiana.

cosa non devo fare dopo un pompino?
sberla in testa,
chiedere l’ora,
chiedere l’ora in tedesco,
sognare di cucinare cordon bleu.

un pompino così non s’era mai visto:
epiglottide tumefatta.
confidare sull’aiuto degli sconosciuti,
perché si muore giovani.

Scrivimi una lettera

Tornasole sta per compiere un anno e cento post.
Nella penosa impossibilità di risarcire adeguatamente i lettori degli innumerevoli e vari e gravissimi danni da loro subiti negli ultimi dodici mesi, si è deliberato di porre rimedio invitandoli a scrivere in piena libertà una lettera all’autrice.
La più efficace verrà pubblicata su questo blog il prossimo 15 febbraio in occasione della ricorrenza e sarà opportunamente seguita dalla pubblicazione della morelliana risposta.

Così, in questa nostra bettola, cercheremo di consolarci insieme, sciogliendo la pena e risolvendo infine il tedio d’un lungo, faticoso anno di eruzioni verbali.

La lettera va inviata entro – e quindi necessariamente “non oltre” – le ore 24.00 del 12 febbraio 2013 all’indirizzo morellerouge@yahoo.it, indicando nell’oggetto: Buon compleanno, Tornasole.

post-it

Grazie per le rose, ma vogliamo anche spargimento di sangue

[Il seguente post giaceva nell'archivio delle bozze di Tornasole da diverso tempo. Stamane stavo per eliminarlo, ma poi la madre di Le Sanglier è passata da noi a prendersi un caffè, e ho cambiato idea]

Nel 2007 Alina Marazzi ha girato un film documentario dal titolo “Vogliamo anche le rose“, nel quale ripercorre a modo suo alcuni momenti del movimento femminista in Italia (non la volevo dire questa vecchia parola, ma bisognerà pure cominciare da qualche parte, perciò cominciamo da “in Italia”).
In Italia io, in quei tempi lì, non c’ero, né era stato ancora deciso o immaginato che ci fossi. Sono nata qualche anno più tardi da una madre che negli anni Sessanta e Settanta c’era e che, voglio sperare, c’era (nel senso che era presente a se stessa) anche poco dopo, cioè quando ha pensato e poi deciso e infine fatto in modo, insieme all’unico uomo della sua vita, cioè mio padre, che io ci fossi. Non mi pare che, dagli anni Sessanta e Settanta, lei ne sia uscita tanto bene. Però, alla soglia dei sessant’anni, sembra contenta di aver passato la vita a occuparsi di figli, marito e suoceri (non ogni giorno in quest’ordine), perciò si può dire che ne sia uscita bene.
Il film della Marazzi può piacere molto o non piacere affatto (a me non è piaciuto affatto), e il contenuto si può facilmente intuire anche senza averlo visto, saranno sufficienti dieci righe di Wikipedia. Più interessante, forse, è il montaggio combinato di materiali di repertorio. Ad ogni modo, a me non è venuto in mente né per il valore del contenuto, né per l’orginalità del montaggio combinato di materiali di repertorio, ma solo per il titolo e, soprattutto, per la seguente didascalia riportata sulla copertina del dvd, della quale però non credo sia responsabile l’intelligenza della Marazzi, che qui non è sottoposta a discussione: “I 20 anni che hanno cambiato la nostra vita“.

La compianta Mia Martini, grosso modo una ventina d’anni dopo quegli avvenimenti storici (cioè quando la nostra vita, secondo l’autore o l’autrice della citata didascalia, avrebbe dovuto mostrare il frutto maturo di tali rivoluzionari cambiamenti), salì sul palco dell’Ariston con una canzone famosa, a urlare mirabilmente: “Ma perché gli uomini che nascono sono figli delle donne ma non sono come noi?”. Gli autori del testo, però, erano tre uomini, e ciò dovrebbe destare il sospetto che qualcosa nei nostri conti non torni: perché una donna è diventata l’interprete famosa di una canzone, scritta da tre uomini, in cui una donna s’addolora del fatto che “Gli uomini non cambiano”? Eppure ho l’impressione che il sospetto non sia ancora abbastanza condiviso.
Cercherò allora di fare del mio meglio.

Nell’Italia del 2013 vi sono numerosi uomini (non li ho contati, però fidatevi che sono tanti), giovani e meno giovani, faticosamente educati da madri che furono giovani in quei vent’anni che hanno cambiato la nostra vita, a essere imboccati e rimboccati in una maniera tale che poi, quando per le più ovvie e banali circostanze del caso, si trovano a vivere insieme a una donna dal cui utero necessariamente non sono venuti al mondo, parrà loro del tutto naturale che quest’ultima riceva in consegna dalla Donna Primordiale il sacro onere dell’accudimento. Un privilegio, per la Donna Primordiale che ne fa dono. Una sciagura, per la donna che lo riceve. Ma sempre il caso vuole che nell’Italia del 2013 vi siano pure numerose donne (non le ho contate, però fidatevi che sono tante), giovani e meno giovani, che incredibilmente hanno espanso la propria sfera esperienziale in una maniera tale che, quando per le più ovvie e banali circostanze del caso (ancora lui), si trovano a vivere insieme a un uomo che necessariamente non è venuto al mondo per mezzo del loro utero e che tuttavia mostra di voler essere accudito come se lo fosse, parrà loro del tutto naturale rimpacchettarlo e rispedirlo al mittente, cioè alla Donna Primordiale (la quale, bisogna dirlo, si mostrerà sì in pena davanti alla sofferenza del figliolo rifiutato, ma di più godrà segretamente del piacere di ricondurlo al suo seno).

Stando così le cose, a questo punto bisognerà almeno supporre che qualcosa non torni. Ripartiamo da un fatto semplice: Uno viene al mondo, e dapprima prende quello che trova. Se quello che trova Uno è un letto rifatto fino all’età di quarant’anni, si affretterà mica a disfarlo per il gusto di rifarselo come più gli piace? Se quello che trova è una camicia profumata stesa ad asciugare al sole, Uno la afferrerà forse ancora bagnata e si metterà a strofinarla daccapo con un detersivo diverso perché preferisce quello al muschio bianco invece del sapone di Marsiglia usato da mamma? Se accettiamo che l’ipotesi più semplice è anche quella più probabile, allora ci risponderemo che no, Uno non è così scemo, e accetteremo infine che Uno, come tutti noi, acquisisce un comportamento e che il comportamento deriva da un’informazione ambientale, la quale in questo caso è: cazzo mi lavo a fare la camicia, se al mondo c’è qualcuno che lo fa per me ?
Da qui il disorientamento, ragionevolissimo, di Uno quando la donna dal cui utero non è venuto al mondo lo sbatte fuori di casa insieme alle sue camicie, dopo un periodo di convivenza. Uno non comprende. Uno è più sorpreso che infelice. Uno ha solo acquisito un comportamento, che è la reazione a uno stimolo dato.
Che colpa ha, Uno?

Si può dunque solo auspicare che, tra venti o trent’anni ancora (ma, purtroppo, temo di più), la natura, talvolta provvidenziale, avrà operato l’opportuno ricambio, provvedendo a estinguere la specie della Madre Chioccia, l’essere più temibile e più pericoloso per l’autonomia, la crescita, il progresso e la libertà dell’individuo, e quindi della società tutta.
Se ciò tarderà ad accadere, e se, soprattutto, le trentenni e le quarantenni di oggi desiderano riuscire a vivere almeno un giorno della loro vita accanto a uomini che sanno scaldarsi il latte al mattino senza bruciare il bricco (oppure solo: scaldarsi il latte al mattino), allora sarà bene che le trentenni e le quarantenni di oggi la smettano di lagnarsi dei loro compagni e comincino, piuttosto, a spargere il sangue delle loro suocere.
Mi rendo conto, tuttavia, che nemmeno questa soluzione appare praticabile in una società che diciamo civile: infatti, una società che diciamo civile malgrado fatichi ancora a capire come separare ordinatamente la plastica dal vetro nella raccolta differenziata dei rifiuti, potrebbe mai essere in grado di dotarsi di ulteriori contenitori appositi per suocere?

Il fatto è che, lo credo mio malgrado, non c’è maschilismo più dannoso per le donne di quello delle donne.

[A mo' di supplemento alla lettura del post, suggerisco la visione del divertente cortometraggio di Cecilia Calvi, No mamma no, assai più verosimile del film documentario della Marazzi. Qui una sequenza]

Annuncio ai lettori

Cari lettori di Tornasole,

come vi avevo annunciato, pubblico oggi, a insaputa di Morelle Rouge, e certo contro la sua volontà se ella ne fosse a conoscenza, il racconto dell’evento mostruoso di cui l’infelice si ritrovò protagonista, restandone travolta.

Affidandomi alla mia prodigiosa memoria, ho pazientemente scritto quanto ascoltai dalla sua voce malata, non opponendo resistenza alla tentazione di riscrivere il testo secondo il mio gusto.
Del resto son io, la tentazione.

Oh, quanto si torcerà quella sciocca presuntuosa, quando capirà che mi sono appropriato del suo nome per pubblicare un tal libercolo! Gliel’ho propria fatta sotto il naso, quel suo naso vezzoso, dritto e nuovo, che la tradì.

“Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso” è divenuta una pagina del blog Tornasole. La sua autrice, ignara, sta ancora dormendo. Venite, Signori e Signore, venite da questa parte, prima che si svegli.

A.

“Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso”. Prefazione

Sta scritto: “In principio era la parola!”
Qui già m’impunto. Chi mi aiuta a proseguire?
No, porre così in alto la parola
non posso. Devo tradurre in altro modo,
se mi darà lo spirito la giusta ispirazione.”
(Goethe, Faust I, 1224-1228)*

Cari lettori di Tornasole,

quello che sto per compiere verrà senz’altro ritenuto un atto di crudeltà e inammissibile ingiustizia. Potrebbe esserlo. Tuttavia si tratta di un male che, per ragioni qui inspiegabili e comunque sempre incomprensibili all’umano sentire, ritengo necessario.

Di recente, ricorrendo a ogni mezzo a mia disposizione, ho fatto in modo di avvicinare la signora Morelle Rouge, autrice del blog che da circa un anno Voi, lettori d’indubbia intelligenza ma di scarso gusto, leggete nella cosiddetta Rete, covo d’ogni immaginabile e inimmaginabile nefandezza umana.
Avrete certamente notato che negli ultimi tempi l’autrice non accenna a pubblicare i suoi scritti. Qualcuno di voi, lo so per certo, si è interrogato sulle ragioni di una tale prolungata assenza.
Ebbene, quest’oggi mi sono illecitamente appropriato dei dati necessari ad accedere al suo blog (non è stata un’operazione per me complicata: l’infelice non è in grado di memorizzare un numero di password superiore a tre, e tre sono le password da lei abitualmente utilizzate per l’accesso al blog, alla posta elettronica, ai social network e tutti gli altri siti web ai quali è iscritta, nonché al suo conto postale e bancario. È stato perciò sufficiente essere abili conoscitori della natura di Morelle Rouge, cioè essere me, per sapere tutto ciò che si può sapere di lei).

In queste gelide settimane d’inverno, la sciagurata non ha pace. In uno degli innumerevoli cedimenti della sua già ridotta lucidità, assai più strazianti di quelli che un tempo la inducevano a scrivere grosso modo con regolarità, la poveretta ha voluto mettermi al corrente di un avvenimento inquietante di cui si è ritrovata suo malgrado protagonista circa un mese fa, facendomi infine promettere e giurare più e più volte che mai un tal segreto sarebbe uscito dalla stanza nella quale in quel momento ci trovavamo (un modesto soggiorno arredato con vecchi mobili della nonna e mobili seminuovi acquistati al Reparto Occasioni di Ikea, non certo ingentilito dalla presenza del suo celebre compagno, Le Sanglier, il quale nel frattempo ciabattava con fare indifferente intorno a noi, muovendosi nell’aria pregna dei due spicchi d’aglio che lo stesso aveva lasciato a soffriggere lentamente in cucina, all’ora di pranzo).
La sventurata temeva, sopra ogni altra cosa, che quanto mi andava rivelando potesse divenire materia di racconto, trafugato e licenziato poscia sotto il suo rispettabile nome.
Tuttavia io, essere notoriamente perfido e spregevole di cui pur la misera ingenua continua a ignorare l’aberrante bestialità, non ho potuto tenere fede alla mia promessa, e al giuramento solenne che la sciocca m’impose al cospetto di una copia malridotta di “Fame”, di Knut Hamsun, ch’ella delirando afferrò a caso dalla sua libreria. Del resto, miei cari Signori e mie carissime Signore, non si comprende perché mai ci si aspetti ch’io sia meno volubile di voi umani, né perché quell’idiota mi fece giurare con la mano su un libro, né perché dovrei sapere chi cazzo è Knut Hamsun.
Così, dopo essermi congedato dalla mia malcapitata, promettendole di non far parola con nessuno su quanto le mie orecchie avevano udito, mi sono affrettato sui miei piedi caprini a rintanarmi nel mio studio maleodorante, dove ho cominciato anzi a mettere per iscritto, uno scritto veritiero e grossolano, cioè confezionato in tal guisa che potesse facilmente sembrare opera sua, la storia che avevo appena ascoltato, alla quale ho dato il titolo provvisorio Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso.

Mosso da ferino desiderio di far torto all’autrice di Tornasole e di esporla al vilipendio dei lettori e al ludibrio della sorte, vi annuncio dunque di essere prossimo a pubblicare in questo blog quanto ella, preda di indicibile angoscia, mi confessò quel giorno.

A.

[* Johann Wolfgang Goethe, Faust. Urfaust, traduzione di Andrea Casalegno, Garzanti 2002, p. 91]

I giorni del gabbiano Salvatore

Dal letto numero 22 della Clinica Otorinolaringoiatrica del Policlinico Umberto I di Roma si vede la facciata della Clinica delle Malattie nervose e mentali.
Questo, però, solo se guardo verso la finestra alla mia destra. Se guardo davanti a me vedo il letto numero 21, occupato da una signora con un buco al centro della gola. “Signò, dobbiamo rifare un interventino”, le stava dicendo uno specializzando ieri mattina quando sono arrivata, “Togliamo solo un altro pezzetto. Sarebbe ‘n peccato perde la voce per non toglie n’artro pezzetto, no?”. La signora ha sibilato qualcosa che non s’è capito bene, “… tti mostri”, o “… ‘cci vostri”. Se guardo alla mia sinistra, invece, vedo la signora del letto numero 23. “Sono Gigliola. Nodulo alla parotide. Piacere!”, s’è presentata subito cordiale, stringendomi la mano. “Sono Morelle”, ho risposto, “Deviazione del setto nasale. Ce l’ho da quando sono nata però ci ho fatto caso solo adesso. Piacere mio”. Se guardo di nuovo davanti a me, ma verso l’angolo, vedo il letto numero 20. Quello che ha la signora non lo so perché non può parlare, e stanno in silenzio pure gli infermieri che ogni tanto vengono a darle un’occhiata e a pulirle il catarro che continua a buttare fuori (la mattina dopo scoprirò che la signora si chiama Silvana, ha un tumore alla lingua e si serve di un foglio di carta e di una penna per mandare affanculo tutti i medici. Però, noterò successivamente, a volte usa anche le braccia e le mani a questo scopo, e mi pare molto più efficace).

Io guardo fuori dalla finestra, e mi sento di ottimo umore.
Come io possa, alla fine di questo 2012 che è stato tanto difficile (dicono che potrebbe essere l’ultimo, e negli ultimi mesi mi sono sorpresa a sperare che abbiano ragione), venire a ritrovare il buonumore dentro un ospedale – perdipiù, il Policlinico Umberto I di Roma – non mi è del tutto oscuro: sento chiaramente di confidare nell’anestesia per ottenere qualche ora di annichilimento della ragione, e nelle droghe che mi somministreranno dopo, a scopo analgesico, per avere infine due giorni buoni.
L’università, nella figura della coordinatrice Clotilde, mi scrive raffiche di sms per sapere come va “a livello personale”. Io ho l’impressione che l’interesse sia più quello di sapere se dovranno scomodare altri colleghi per elaborare al mio posto tutte le prove dell’esame finale del corso e, in effetti, le cose potrebbero andare così, quindi glielo scrivo e ottengo finalmente il mio scopo, cioè il suo silenzio.
Quando un problema di salute non è serio come quello della signora Silvana, quando uno deve sottoporsi a “un interventino rapido rapido”, un ricovero in ospedale può, per alcuni, equivalere a un’opportunità. Una vacanza, una pausa da una serie di giornate di cui non si vede la fine, un’esperienza riposante, liberatoria. Incredibilmente, una sospensione dal dolore nel luogo che per eccellenza ne raccoglie e ammassa. Così succede a me, e lascio che la meschinità del sentimento mi riempia a fondo i polmoni.
Scendo al pianoterra e mi compro tre, quattro confezioni di biscotti al cioccolato, torno al letto 22, dispongo sul mio comodino il Diario d’inverno di Paul Auster, il computer, l’ipod, il cellulare silenzioso, mi rimbocco con cura le coperte, mi metto comoda.
Guardo fuori dalla finestra, e mi sento di ottimo umore.

È in questo stato di docile e piena disponibilità alla degenza che ho fatto conoscenza con Salvatore. Viene ad appollaiarsi spesso sul davanzale della finestra, da quando la signora Gigliola ha preso a rimpinzarlo di biscotti. La figlia della signora al 21 gli rifila pure i pranzi scotti dell’ospedale e alla mamma ci dà la cioccolata, dice che la tiene allegra. Perciò Salvatore si presenta alla finestra e batte col becco sul vetro ogni quindici, venti minuti. È un gabbiano, credo, e ha proprio la faccia di un Salvatore. La sua apertura alare è perfetta e, se sto davanti alla finestra, mi viene incontro in picchiata che pare voglia sfondare il vetro, e in effetti io indietreggio di qualche passo mentre lo vedo farsi sempre più grande, perché – dio! -  avanza a una velocità impressionante e sembra che non abbia intenzione o capacità di arrestarsi, si sfracellerà contro la finestra, o sfracellerà la finestra stessa finendomi addosso, vetri e tutto. Invece Salvatore si ferma sul davanzale un secondo prima, col becco a mezzo centimetro dal vetro. Io mi riavvicino, lui rimane dov’è, apre e chiude a ripetizione gli occhi. Restiamo così a lungo. Adesso solo il vetro di una finestra del Policlinico Umberto I ci separa.
Io, che sono nata al mare, non l’avevo mai visto un gabbiano così da vicino. Di trovarmelo davanti in una stanza d’ospedale, alla fine di un anno terribile, non me l’aspettavo.
Gli scatto una serie di foto con il cellulare. Non so bene perché, ma di questo gabbiano, al quale ho dato il nome di Salvatore, mi voglio ricordare. Scrivo pure un Dialogo tra una degente del Policlinico e il gabbiano Salvatore, avventurandomi a elaborare sull’uso della ragione, poi lo rileggo, vedo con chiarezza che lo stile dell’operetta non è roba mia, e lo cancello. Gli appunti sul gabbiano Salvatore, quelli restano.

Passeggio per il corridoio grigio (non è grigio perché è triste, è proprio di colore grigio e basta, e non ci vedo niente di triste, non più triste delle pareti bianche di casa mia). Di fronte a una statua della Madonna attorniata da fiori e vasi di piante c’è una sala d’attesa con un televisore e, su un foglio attaccato alla porta, hanno scritto con un pennarello nero: NON SPEGNERE IL TELEVISORE. Mi pare di percepire, da una cavità dello stomaco, le ragioni profonde di una richiesta così espressa, che sembra un ordine, un comandamento solenne, e invece secondo me è una supplica.
La meta principale delle mie passeggiate è il piccolo balcone che mi sono impegnata a scovare in fondo al corridoio, appena sono arrivata. Ci stanno due bicchieri di plastica colmi di sigarette spente dai medici, dagli infermieri, dai pazienti e dai visitatori. Ci metto pure le mie, già mi sento a mio agio.

Alla sera la signora del 21 vomita l’anima sul suo letto, la signora Silvana si caca addosso, la signora Gigliola mi chiede se voglio un po’ di pizza. Io cortesemente rifiuto, ma solo perché, dopo la cena servita in ospedale, ho appena mangiato mezza confezione di biscotti al cioccolato.
Mi gratto un po’ la testa. Ogni tanto guardo pure la signora Silvana, che non dice più niente. Prima delle dieci cado in un sonno sordo, senza sogni, senza colpe, ottuso, piacevole e profondissimo.

Un campione di scrittura femminile al secondo giorno di ciclo da donare alla ricerca scientifica

Una donna non dovrebbe scrivere, nei giorni del ciclo mestruale.
Cioè, se vuole scrivere, che scriva, ma non scriva su un blog, o comunque non scriva per essere letta. Perché, se in condizioni non alterate dal mensile sconquasso ovarico scrive bene, è possibile e anzi da temere che in quei giorni scriva male e, se in condizioni non alterate dal mensile sconquasso ovarico scrive male, è plausibile e anzi da temere che in quei giorni scriva peggio.
Soprattutto, nei giorni del ciclo mestruale, una donna che abbia in seria considerazione l’attività di scrittura dovrebbe tenersene alla larga e piuttosto mandare giù una compressa di ibuprofene, o farsi una tisana.
Se non sa resistere alla tentazione di scrivere, e malauguratamente di scrivere su un blog, e se non c’è nessuno a impedirglielo con la forza, dovrebbe almeno avere la premura d’avvertire il lettore.
Dovrebbe dire, credo: “Caro lettore, sto per scrivere di questo, o di quest’altro. Torna quando ho finito”.

Ieri avevo cominciato a mettere in ordine le numerose centinaia di foto sul mio computer, un lavoro che rimandavo già da tempo, e lo rimandavo perché è un lavoro che ogni tanto si deve pur fare, come la scansione antivirus o la pulizia del disco, o gli esami del sangue o le ecografie, e quello che ogni tanto si deve pur fare mi annoia o mi turba. In effetti, ho lasciato perdere dopo un po’, perché non riuscivo a decidere se il criterio migliore fosse quello cronologico (anno per anno), o tematico (viaggi, città, esperienze, situazioni).
Quello cronologico m’incupiva e quello tematico m’insospettiva.
Il primo obbligava a una percezione tanto semplice quanto penosa di un aberrante processo di sottrazione in atto. Ogni anno che passa, infatti, non è un anno in più che abbiamo, ma un anno in meno che resta.
Il secondo costringeva a sospettare che il tema, quando c’è, sia raramente uno solo e quasi mai quello che pare più evidente.
La scelta, dunque, era tra il criterio della cupezza e il criterio del sospetto.
L’ibuprofene lo avevo già preso e la tisana non ce l’avevo. Allora mi sono messa a scrivere.

Caro lettore, adesso ho finito e tu puoi tornare, se ne hai voglia. Però, per favore, quando non trovi nuovi scritti su questo blog, non mandarmi e-mail in cui mi chiedi perché non scrivo.

Il giorno dei blogger #2. Gente affidabile

“Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”
(in Pedro Almodóvar, Tutto su mia madre)*

Dicevo, già da un po’ di tempo avevo voglia di scrivere a modo mio, dunque in un modo noiosissimo e sincero, un post sul fenomeno dei blog, per nulla superato, solo già largamente discusso, che è diverso.
L’occasione è arrivata in modo inatteso e con un pretesto piuttosto marginale che, in parte, mi mette un po’ a disagio. Mi mette un po’ a disagio perché io sono una che partecipa raramente ai giochi di gruppo e quella che alle feste, quando ci va (perché “se non vieni sei la solita asociale del cazzo” e allora ogni tanto bisogna andarci per disorientare e disorientarsi un po’ su chi si è o non si è), sta vicino al buffet e si riempie la bocca di pizzette per ridurre a livelli sostenibili l’eventualità di interagire, ma anche perché, devo proprio dirlo, finora ho sempre trovato più pizzette gustose che invitati gradevoli. Chi mi conosce lo sa, e chi non mi conosce e legge con regolarità questo blog l’ha intuito. Ciascuno se n’è fatto una ragione e, se non se l’è fatta, non sarà arrivato fino a questo punto della lettura del post, perciò, a questo punto della lettura del post, siamo ormai tra intimi – amici in senso stretto e amici in senso blogger – e nessuno si stupirà se dico che l’idea di ricevere addirittura un premio, di qualunque natura e portata (fatta eccezione per quelli di natura monetaria, ma purtroppo questo non è ancora successo), m’interessa assai poco. Però è successo.

WonderDida, la briosa autrice di Bighi in Shanghai, nonché l’unico individuo della Blogosfera che abbia avuto in passato l’audacia di intervistare via e-mail il mio personaggio Le Sanglier, ritiene che questo sia un blog “affidabile” e ci ha tenuto a dirlo in un suo recente post. Ora, io sull’affidabilità avrei molto da dire, ma me ne terrò alla larga. Per questa volta decido di partecipare al gioco e di mangiare un paio di pizzette in meno, perché l’occasione mi pare buona e perché posso farlo restando a casa in tuta e ciabatte. Perciò ringrazio WonderDida per la sua stima, che, come lei sa già, è una stima reciprocamente alimentata, al di fuori di premi e catene di Sant’Antonio.
Da quanto ho capito, sono invitata a segnalare a mia volta, se mi va, cinque blog che mi piacciono (e pertanto “affidabili”, è chiaro). In realtà, ai blog che mi piacciono particolarmente (e pertanto “affidabilissimi”, è chiaro) ho già dedicato una sezione nel menu laterale di questo blog, Segnalibri web, dove c’è il link ad alcuni di quelli che considero i loro migliori post. Se però il conferimento del premio “Blog affidabile”, riconoscimento istituito da non ho capito bene chi, può servire a dare loro maggiore visibilità – ma si tratta di blog già piuttosto letti, per cui non credo che ne abbiano bisogno – lo faccio con entusiasmo.
Pur essendo blog piuttosto letti, la mia impressione è che non lo siano ancora abbastanza. La Blogosfera nasconde autori e autrici per i quali sarebbe da prendere in considerazione una nuova edizione de La notte dei blogger. Però mi scusi, Lipperini, Il giorno dei blogger sarebbe oggi più verosimile perché, per favore, certi puntigli sono importanti e quindi irrinunciabili: nel 2004 Lei scriveva: “è di notte che molti, moltissimi blog vengono aggiornati” (p. XII), ma nel 2012 molti, moltissimi blogger sono precari o disoccupati (o co.co.pro., cioè a volte sono precari e a volte sono disoccupati) e hanno molto, moltissimo tempo per scrivere di giorno.
La prefazione la scriverei volentieri io, se fosse possibile. M’impegnerei seriamente a cercare di elaborare una stronzata all’altezza della situazione.

Ecco dunque le mie cinque letture affidabili, cioè imprescindibili per chi ami la lettura di stronzate scritte bene, benissimo. In libreria o nel web, stanno tutte là in fondo, in basso a sinistra.

Aciribiceci, di O’ Reilly
Bighi in Shanghai, di WonderDida
Diecimila.me, di AA.VV.
In coma è meglio, di Astutillo Smeriglia e Emanuelesi
The Brain that Drained, di Flavia Gasperetti

Il blog Personalità confusa è stato escluso dalla selezione, per la sola ragione che il suo autore è stato pubblicato nella citata antologia einaudiana del 2004, perciò si è già trovato presumibilmente in un punto ben visibile della libreria, almeno per qualche tempo.

* [Aggiornamento: L'amica e collega, e punto di riferimento in terra britannica, Eleanor Andrews mi fa giustamente notare l'inesattezza della citazione iniziale dal film Tutto su mia madre, precisando che quella originale è da Tennessee Williams, A Streetcar Named Desire. Ho un debole per le precisazioni]

Il giorno dei blogger #1. Là in fondo, in basso a sinistra

Nel 2004 Loredana Lipperini ha scritto una prefazione a La notte dei blogger (Einaudi), un’antologia di racconti firmati da alcuni dei migliori blogger italiani che già da qualche anno popolavano la rete. Si trattava soprattutto di scrittori non (ancora) consacrati da una casa editrice, non battezzati da una pubblicazione cartacea di ampia, o comunque considerevole, diffusione. Perché, sostanzialmente e malgrado i profondi cambiamenti che la rete ha portato nell’editoria e nelle modalità di fruizione di testi, la linea di demarcazione tra uno scrivente e uno scrittore continua, mi pare, a essere il libro, quello di carta che trovi in libreria – in quale punto della libreria, in quali quantità di copie e con quale grado di visibilità per i lettori, dipende da molte cose e da alcune persone. Questo, cioè il fatto che uno scrivente approdi in libreria e finalmente diventa uno scrittore, non lo trovo affatto spiacevole, anzi: la carta ha un odore buonissimo, ogni casa editrice ha il suo, o meglio, i suoi, perché variano anche in base alle collane. Più spiacevole è, semmai, osservare che spesso molti validi blogger scrittori – o scrittori blogger, come si preferisce – restano confinati nei labirinti del web, mentre le librerie tendono ad affollarsi di stronzate scritte male, che sono molto peggio di una stronzata scritta bene, perché una stronzata scritta male ci impoverisce tutti e questo ci dovrebbe intristire (ma evidentemente non lo fa abbastanza), mentre una stronzata scritta bene ha qualche speranza in più di fertilizzare la terra e la Terra. Ma questa qui è una faccenda complessa e a me non piace dilungarmi (questo blog, caratterizzato da post sempre brevissimi e di piacevole lettura, ne è una prova evidente). Però mi sento di suggerire che le stronzate scritte malissimo, di solito, si trovano all’ingresso della libreria, o comunque collocati in punti ben visibili ai clienti.

Nella sua prefazione del 2004, una stronzata scritta benissimo, la Lipperini scriveva:

Poi arrivarono i blog. In quattro anni quelli italiani sono passati da poche centinaia a centinaia di migliaia, mille nuovi ogni mese, milioni di pagine web dove è possibile raccontarsi e leggere i racconti degli altri. […] Internet ha permesso cose importanti, per la letteratura: non soltanto poter leggere libri gratuitamente sulla rete, e non soltanto utilizzare la rete, come fanno molti editori di area anglosassone, per pubblicizzare volumi attraverso microspot pensati per il web. Questo è assolutamente il meno. La parte più interessante di quella che viene chiamata Click Lit è la creazione, e il consolidamento, di una realtà critica indipendente e molto più vasta da quella titolata. Basti pensare, ed era solo l’inizio, alle recensioni dei lettori che appaiono da anni sul sito di Amazon e che hanno reso anonimi navigatori più importanti e vezzeggiati di una penna accademica. I loro nomi non si ricordano. Ma è esattamente questo il punto: quella che si va clamorosamente affermando è una forza collettiva. Una capacità, da alcuni prevista, di condivisione. (pp. X-XII)

Sull’idea di forza collettiva non sono sempletamente d’accordo, perché il narcisismo trasudato da ogni blogger in piena regola – ma, pure la Lipperini lo ricorda altrove nella sua prefazione, il narcisismo è un fatto antico e ne è affetto chiunque (possiamo aggiungere che oggi è rilevabile in forme assai più moleste di quella dei blogger) – non mi pare compatibile con questa idea di collettività. Tuttavia è vera una cosa: i blogger ululano come cani e lupi. Detta così, me ne rendo conto, potrebbe suonare poco lusinghiero nei confronti dei blogger (o dei cani e dei lupi, dipende dai blogger, perché è vero pure che ci sono blogger e blogger). Voglio dire che l’ululato di cani e lupi è una modalità comunicativa condivisa, segnala la propria presenza su un territorio, riunisce, influenza, richiama, ognuno con la propria voce. Perlopiù non ci conosciamo di persona (e, spesso, è meglio così), ma ci leggiamo con un’assiduità che non accorderemmo nemmeno ai compagni di letto.
In questo senso, quella dei blogger è certamente una forza collettiva. Utile a chi e come, non l’ho ancora capito. Dipende, anche questo, dalla propria collocazione nel web. Che so, diciamo là in fondo, in basso a sinistra?

[continua]